Forse mi sbaglio, ma “They are called leaves / because they leaves” o qualcosa del genere. “What’s in a name” non è così banale come sembra. Penso alla scelta del nome da parte dei genitori per i loro figli, in base a ricordi, magari sepolti, che hanno di persone incontrate in passato. Penso ai nomi dei personaggi delle tragedie greche, che contengono già il destino scritto. “Dioniso: Pentimento sonar sembra il tuo nome, Penteo” (Baccanti). Penso alla ricerca della parola giusta da parte di scrittori e di poeti. Penso ai nomi inventati che i bambini danno alle cose, giocando. Penso ad Adamo nel paradiso terrestre, che dà un nome a tutte le cose che vede attorno a sè. Penso al potere che certi nomi hanno di risvegliare in noi, immediatamente, sensazioni. Penso alla mitologia, soprattutto orientale, nella quale conoscere il vero nome delle cose dà potere su di esse. Penso ad Ulisse, e al suo inganno ai danni di Polifemo. Penso a personaggi mai esistiti, ma i cui nomi sono più reali di tanti altri: Madame Bovary, Oliver Twist, chiamatemi Ismaele... Penso a quando ci capita di camminare per la strada, e ci sembra di sentirci chiamare, e ci voltiamo, cercando.
lunedì 5 agosto 2013
domenica 4 agosto 2013
Lì dove hai deciso
Supponiamo che esistano più divinità di quante l’uomo ne conosca – qualcuno direbbe: abbia inventato. Divinità che non hanno bisogno delle preghiere degli uomini ma che, semplicemente, esistano nel loro essere dèi. Supponiamo ancora che alcune di queste divinità siano la manifestazione eterna, archetipa, di cose materiali. Troveremo allora facile immaginare la Divinità dei Treni. Fatta di binari che collegano diverse parti del globo: se potessimo sollevare da terra tutta la rete ferroviaria mondiale, otterremo una specie di ragnatela. Lungo le trame di questa ragnatela si muovono i destini delle persone, trasportate a gruppi più o meno numerosi. Sperimentano la partenza, il viaggio, l’attesa dell’arrivo e l’impazienza a pochi minuti dalla loro stazione. A gruppi, senza conoscersi, salgono in un contenitore di metallo che li fa scivolare nello spazio e nel tempo, altrove. Mentre sono a bordo restano in balia della velocità e del movimento. Magari pensano, parlano, occupano il tempo. Hanno affidato un loro desiderio, magari di cambiamento, di nuova vita, di lavoro, ad una rete di metallo che li porterà altrove. La Divinità dei Treni non è nè buona nè cattiva. Ti offre un passaggio, e se l’accetti ti lascia lì dove hai deciso.
Non essere
Angela Damone non esiste. Il suo profilo su FB è un inganno. Nel mondo reale non c’è nessuna Angela Damone. La foto del suo profilo, i pochi contenuti presenti sulla bacheca del suo diario, sono pura finzione, presi a caso da internet. Chissà come si chiama la ragazza ritratta nella fotografia, in realtà. Angela Damone nasce come scherzo da fare ad un amico, poi il suo profilo, a cosa fatta, resta in Rete. Nel giro di circa un anno, Angela Damone accumula 536 richieste di amicizia. Molti provano a scriverle, alcuni semplicemente con un “ciao”, altri con insistenza e motivazioni incredibili (“abbiamo amici in comune...” “sicuramente ci conosciamo... anche a te piace la tal cosa, anche a me, parliamone...” “Ti ho vià vista ma non ricordo dove...”) ma Angela Damone non risponde. Non vuole portare avanti una bugia, nè prendere in giro nessuno. Proprio lei (che non esiste) si rende perfettamente conto di una cosa importantissima, questa: tutto quello che è ritenuto vero, è vero nelle sue conseguenze reali. Sa qual’è il potere di un’immagine, di una frase, di un commento, di un sì oppure di un no, nella vita delle persone. Sa che l’essere umano è fragile e bisognoso di cose come l’amore, la comprensione, la stima, il non sentirsi soli ed isolati rispetto ad una realtà spesso non umana. Dunque, non risponde e lascia che chi le ha chiesto l’amicizia vada a cercarla altrove. Lei che non esiste, e che non ha tutte queste necessità, a modo suo ha compassione della condizione umana. Se potesse pensare, chissà se preferirebbe restare un pugno di bit intrappolati nella Rete, oppure sopportare “...le sferzate e gl’insulti del mondo, l’ingiustizia dell’oppressore, la contumelia dell’uomo orgoglioso, gli spasimi dell’amore disprezzato, l’indugio delle leggi, l’insolenza di chi è investito d’una carica, e gli scherni che il paziente merito riceve dagli indegni... (W.Shakespeare)” pur di provare il calore del sole, la forza del vento, il trasporto del mare.
sabato 3 agosto 2013
La materia
Ho questa forte passione per la materia. Non l’ho sempre avuta, non saprei dire da quando, so che fino ai vent’anni la materia era solo materia, poi forse, un poco alla volta, quacosa è cambiato, fino ad assuefarmi. E’ un aspetto di me che conosco ancora poco, ma che vedo nei suoi effetti. Adoro la materia. Certo vivo anche e soprattutto nel mondo del pensiero, della creazione, ma la materia! La materia è affascinante. La solidità delle cose è struggente. La temperatura che si avverte al contatto, il silenzio che la pervade, le sue pieghe, la sua trama ad un’osservazione ravvicinata, le sue proprietà se stimolata da calore, torsione, pressione. Gli infiniti usi che se ne fanno. Il colore, naturalmente. La sua funzione visibile, nota, pratica, e la sua storia praticamente sempre ignota, dagli abissi del tempo e della sua composizione atomica, fino alla sua epifania ai nostri cinque sensi. Il suo trasformarsi nel tempo, spesso tempo non umano bensì che si misura in milioni di anni. Il nostro distinguere tra fisico e metafisico potrebbe essere considerato solo un mezzuccio per tollerare il fatto che, a ben vedere, il 99.9% dell’universo non è umano, che l’uomo stesso è fatto di materia, e anche il suo pensiero.
venerdì 2 agosto 2013
Bene per chi
La cosa più difficile è prendersi cura di sè. Lasciamo fuori dalla porta tutti i discorsi sull’autostima, sulla zona di comfort, sulla psicologia da bar, sulla manualistica di autoaiuto. Prendersi cura di sè presuppone: sapere che cosa è bene per sè, e agire in modo tale che questo avvenga. Viviamo in un mondo che ci dice continuamente che cosa è bene per noi. Ne siamo talmente intrisi, di questa bugia a scopo commerciale, che non sappiamo più scegliere un sentiero propriamente nostro, e che ci porti alla nostra meta. Fin qui niente di nuovo, vero? Ma oggi mi sento di aggiungere un’ulteriore manciata di righe. Non solo il bene per sè è diverso dalle pubblicità televisive, ma spesso anche da quello che ci immaginiamo essere. Un artista che affonda nelle profondità della propria arte a scapito della propria vita, se il risultato della sua arte è sublime, fa il “bene per sè”. Arrivare ad abdicare da ogni cosa, pur di poter portare a compimento il proprio destino: nel caso dell’arte, i prezzi da pagare sono alti. Ma sono davvero alti? Oppure, le corone di cui si cinge il capo l’uomo moderno sono solo latta e vetro, e i mantelli di porpora semplici stracci tinti? Ora capisco chi dice che l’arte è un’amante gelosa. E ti dice sempre la verità.
Il nulla è equo
Spesso ho provato ad intuire quali fossero i meccanismi preposti alla produttività personale. In certe occasioni si riesce a fare così tanto, altre invece si può solo perdere tempo, e soffrire anche per questo, a pensarci dopo. Una specie di rimorso per non aver fatto, che si vede arrivare, che si intuisce che andrà a finire così, con il pentimento per non essersi messi al lavoro alle proprie cose, a quelle che di solito danno soddisfazione: eppure, ugualmente non è possibile muovere un passo. Forse non è vero che si è caduti nell’inattività; forse è il corpo che chiede altro, distrazioni, forse la stanchezza mista alla noia. Servirebbe molta concentrazione, e invece fa la distrazione prende il sopravvento, oppure le azioni senza uno scopo, il niente. Ci sono persone che trovano consolazione in questo niente. Perchè se la mancanza di soddisfazione oppure di gioia è niente, allora non c’è motivo di soffrirne, un tempo abissale ed eterno coprirà tutto con le sue acque scure e silenziose, e anche il dolore per qualcosa di mancato perderà di importanza. E’ una visione, questa, che mi spaventa ma che sento spesso camminare al mio fianco. Il niente è equo, non pretende nulla, ed è pieno di compassione.
giovedì 1 agosto 2013
La stanchezza
La stanchezza. E’ una parola che non mi piace. Forse mi ricorda immediatamente episodi che non ho ancora imparato a considerare una tappa, nel bene e nel male, della mia storia. Una delle tante, ma pur sempre una tappa. C’è la stanchezza di cui ti accorgi, e quella di cui non ti accorgi, per la quale fai cose come se fossi (perchè lo credi) al pieno delle tue facoltà, e invece stai facendo altro rispetto a quello che faresti se fossi sveglio e riposato. E’ pur sempre quella percentuale di vita che crediamo di poter controllare, credendo di avere il pieno raziocinio di ogni nostra azione, e che invece ci fa prendere decisioni affrettate, sbagliate, parziali. Prima di ogni decisione bisognerebbe valutare le alternative sia a notte fonda che al mattino appena svegli e riposati. L’ondeggiare della vita tra stati opposti che ci affliggono e mettono in luce lati di noi oscuri oppure solari: trovo difficile pensare che anche questo sia umano, e che faccia parte del gioco. Con il destino non si scherza, quello scritto nelle nostre azioni meccaniche, spontanee, quasi come i muscoli involontari che presiedono al battito cardiaco. Un gioco di scatole cinesi: forse anche la “stanchezza che fa decidere diversamente” è un ingranaggio del Grande Gioco.
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