LA TRAMA DELLA REALTA’ installazione permanente al Centre des Congres de Quebec in occasione di "Consommer l'information" - de la gestion a la mediation documentaire / 45 congres -
Ciascuno di noi, con le proprie scelte di conservazione, trasformazione e correlazione dell’informazione, contribuisce alla tessitura della trama della realtà, per se stesso e per gli altri.
La scultura proposta è assemblata con materiali scelti per rappresentare l’evoluzione umana e il suo rapporto con l’informazione: legno, stoffa, corda, metallo, carta stampata, cavi usb; dalla tradizione manuale del tessere gli indumenti – necessità di protezione ma anche rappresentativa dell’identità dell’individuo – attraverso la carta stampata fino all’attuale conservazione dell’informazione in forma digitale (e agli abiti digitali che ciascuno di noi indossa quando crea la propria identità in rete).
Alla funzione estetica dell’opera si affianca una possibilità partecipativa da parte del pubblico: è possibile infatti collegare i propri computer portatili e dispositivi mobili ai cavi USB della scultura.
In questo modo la scultura non è solo in chiave estetica ed emotiva, ma conserva al suo interno le informazioni e i materiali che l’hanno ispirata: queste stesse note, la data, il luogo e i nomi dei partecipanti al 45mo Congresso dell’Associazione Archivisti del Quebec. ---------------------- Œuvre : La trama della realtà – La trame de la réalité (2015-2016) Artiste : Andrea Roccioletti Description : Sculpture (1m x 1m30) composée par différents matériels (bois, tissu, corde, métal, cables usb, mémoires usb). Chacun de nous, avec ses propres choix de conservation, de transformation et de corrélation avec l'information, participe à la tissure de la trame de la réalité, pour soi et pour les autres. La sculpture est constituée par des matériaux représentant le développement de la condition humaine en relation avec le monde de l'information : la tradition de tisser les vêtements - qui naît avec le besoin de se protéger et qui est devenue représentative de l'identité bidimensionnelle de la personne - ; le papier imprimé ; la conservation des documents en format numérique - les habits/habitudes numériques que chacun de nous vête lorsqu'il crée sa propre identité sur Internet). La fonction esthétique de l'œuvre se côtoie d’une possibilité participative de la part du public : les ordinateurs des participants au congrès peuvent se lier à l'œuvre par des câbles USB de la sculpture. Ainsi la sculpture La trama della realtà conserve les informations et les matériaux qui l'ont inspirée : notes de travail, le programme des conférences, photographies ou toute autre information que les participants au congrès peuvent enregistrer dans l’œuvre. Biographie: Andrea Roccioletti se définit arthacktivist. Originaire de la ville de Turin, maintenant expatrié (« Peut-être, simplement, j’expérimente une notion de ‘patrie’ différente, définie par des frontières que je n’ai pas choisi »). Roccioletti est passionné d’art classique et d’art post-organique, de weird et de pop, jusqu’à l’art introverti. Il collabore avec des artistes de théâtre, d’art visuel, performeurs, à la recherche de formes inédites et étonnantes nées par des recherches autour le fait même d’explorer (« Je suis en continuel redéfinition de moi-même, je gravite autour d’un centre lequel, comme une île regardée de loin, m’attire comme ma mystérieuse terre personnelle »).
INFOBESITY is an artistic research inspired by the creative and arbitrary decoding of radio shortwave transmissions. This show will investigate the quantitative limits of digestible information and the ways interacting with shortwave signals may effect the observer. By decoding an encrypted message, we decode ourselves and our perception of the world. 01/08/2015 > 31/08/2015 www.facebook.com/GalleryOnline Andrea Roccioletti, arthacktivist. A post-organic, digital, and weird artist. works independently and in collaboration with theater professionals, visual artists and experimenters of sound, he explores new forms of sharing and dialogue.
Maybe - well, no: definitely - I do not have the skills to carry out this project, perhaps already it exists in some other forms that I don't know, almost certainly is an idea that I can hardly put into practice, but it is a project that I'd hate to leave " in the form of notes" in one of my notebooks. A "lateral" search engine. If the normal search engines classify the information's reality (with criteria more or less valid, more or less monetary) the "laterlat" search engine performs researches "horizontally", not in order of importance but according to other criteria of relevance (or not-relevance), for example :
- Synonyms
- The same search but in another language
- The opposite of the term sought
- An anagram of the word sought
... And so on. This type of "lateral" search engine may be used by the creatives, perhaps specifically by lazy creatives, those who do not have ideas, by those who want to leave the door open to am unexpected search, probably not correct, but overt to possible alternative visions of the search. The major issue to be addressed would be the starting database: however, it is the support of a search engine that already exists, but creating a kind of filter between the user and the engine, which subverts the research carried out.
Infobesity: 1 - The relentless feast of
online information, typically through search engines (i.e. Google, Wikipedia,
etc.); 2 - The never ending onslaught of information, data, facts and figures
& related content that the internet produces means we are all become
infobese.
E’ un argomento – ma prima ancora di essere un
argomento, è un fatto – che molti considereranno distante dalla vita quotidiana,
nonostante (e proprio a causa del fatto che) ciascuno di noi ne sia fisicamente
attraversato, anche se non se ne rende conto; questione di percezione mancata.
Questo attraversamento, per quanto ne sappiamo, è senza conseguenze, come
quello dei neutrini provenienti dallo spazio (un muro in piombo spesso un anno
luce bloccherebbe la metà dei neutrini che lo attraversano). Siamo esposti a
forze che non sappiamo, e che fortunatamente non hanno effetti su quella che
noi definiamo vita.
Sto scrivendo delle SW, delle shortwaves ovvero delle
onde corte, che coprono lo spettro di frequenza tra i 3 e i 30 megahertz. Quelle
usate dai radioamatori, quelle del linguaggio CB, delle comunicazioni
aeronautiche a lunga distanza, del Codice Morse. Ogni istante, H24 per
scriverlo alla moda, ciascuno di noi è attraversato da onde elettromagnetiche:
provenienti da satelliti che trasmettono informazioni meteorologiche, sistemi
di puntamento gprs, corpi celesti a migliaia di anni luce. E, tra le altre,
trasmissioni militari in codice. Tutte cose che non hanno effetti immediati
sulla nostra esistenza a livello di mezzo con cui si propaga l’informazione; ma
la cui informazione finale (conoscerla o meno) ha conseguenze sul nostro
destino: sapere o meno del maltempo in anticipo, sapere o meno di un
bombardamento in anticipo.
Alcune sezioni dello spettro delle radiofrequenze
sono riservate a certi tipi di trasmissioni, altre sono libere; fin qui, niente
di particolarmente emozionante. Chi detiene il potere si attribuisce il diritto
di sfruttare il fenomeno fisico delle frequenze per il bene comune. E’ una
questione politica: i cittadini votano un governo, il governo si appropria di
certe radiofrequenze perchè devono essere di pubblica utilità e non solo
nell’interesse di pochi (che il governo faccia l’interesse di tutti e non di
pochi è un’affermazione da verificare, ma ci porta fuori argomento).
Se non fosse che a volte qualcuno trasmette
illegalmente messaggi cifrati. Per semplificare le cose chiameremo questo
qualcuno: Emittente Misterioso, cioè EM. Gli Emittenti Misteriosi, gli EM,
inviano sulle shortwaves messaggi in codice di diversi tipi: vocali, nel caso
delle famose Number Stations (al centro, tra l’altro di una puntata della serie
tv Fringe), oppure in forma di polytones, sequenze di suoni. A chiunque (con un
apparecchio CB oppure collegandosi ai radiotelescopi che mettono a disposizione
di chi abbia una connessione internet le shortwaves captate) può capitare di
imbattersi in questo genere particolare di trasmissioni. Che cosa sono? Che
cosa vogliono dire? Mistero.
Ad oggi, molti studiosi di crittologia affermano che
si tratti di comunicazioni che i servizi segreti dei vari paesi inviano ai
propri agenti in incognito in territorio nemico. Oppure, che siano ribelli,
guerriglieri oppure terroristi che si scambiano informazioni. La particolarità
delle comunicazioni cifrate sulle shortwaves è proprio questa: sono captabili
da chiunque, ma solo chi ha la chiave per decifrarle può venirne a capo; si
tratta di comunicazioni tra le più sicure in assoluto; riuscire a decriptarle
fa passare notti insonni a decine di appassionati che si occupano di cifratura
e codice, dagli amatoriali, ai docenti universitari, fino alle associazioni che
vogliono raccogliere l’eredità della questione “Enigma”, in riferimento al
codice Enigma della Seconda Guerra Mondiale:
“I servizi segreti polacchi riuscirono
così a decifrare Enigma, grazie sia ad una debolezza del sistema cifrante, sia
ad una regola imposta per l'uso della macchina da parte dell'Ufficio tedesco
preposto. L'intelligence polacco, guidato dal matematico Marian Rejewski,
progettò una macchina apposita chiamata Bomba, per simulare il funzionamento di
una macchina Enigma ed ottenere da un messaggio cifrato, con tentativi
sistematicamente reiterati, le chiavi di regolazione della macchina che aveva
eseguito la cifratura e quindi poterlo decifrare a sua volta. I tedeschi però
cambiarono il funzionamento di Enigma introducendo un insieme di cinque rotori,
dei quali ne venivano usati sempre solo tre ma diversi ogni giorno: questo
moltiplicava per sessanta le combinazioni possibili e la Bomba polacca non
poteva affrontare un tale incremento di complessità. Alla vigilia
dell'invasione della Polonia, nel 1939, il progetto venne trasferito agli inglesi,
i quali organizzarono un'attività di intercettazione e decifrazione su vasta
scala delle comunicazioni radio tedesche a Bletchley Park e, con l'aiuto di
grandi matematici come Alan Turing, riprogettarono la Bomba e idearono diversi
metodi per forzare le chiavi di codifica tedesche, che davano come prodotto il
testo in chiaro, noto con il nome in codice Ultra. I servizi d'intelligence
militari tedeschi Abwehr utilizzarono un particolare modello,
l'"Enigma-G". Nel 1944, un'ulteriore evoluzione della Bomba portò
all'introduzione dell'elaboratore Colossus. Per la Marina tedesca venne messa a
punto una versione particolare di Enigma, che impiegava quattro rotori cifranti
presi da un set di otto (quelli delle Enigma terrestri più tre nuovi rotori
esclusivi per la marina) e poteva usare due diversi riflettori a scelta, per
aumentare ancora il numero di combinazioni disponibili. Nel maggio del 1941 la
marina inglese riuscì a mettere le mani su un apparato Enigma intatto e sui
documenti di cifratura, catturando un sommergibile tedesco durante un attacco
da parte di quest'ultimo ad un convoglio alleato. Questa operazione è
conosciuta col nome di Primrose.”
In occasione di guerre, di disordini e di
rivoluzioni, come sta accadendo proprio ora in Ucraina e in Siria, le
trasmissioni in codice sulle shortwaves si moltiplicano: difficili da
localizzare, perchè si propagano in fretta nell’aria senza risentire di
eventuali ostacoli, arrivano da una parte all’altra del pianeta molto
facilmente, riflettendosi verso la superficie terrestre grazie agli strati
ionizzati nell’atmosfera. Dunque, è molto arduo riuscire a triangolare il segnale
per capire dove sia il luogo da cui un EM, un Emittente Misterioso, stia
trasmettendo; e assolutamente impossibile sapere dove si trovi il RL, il
Ricevente Legittimo. Tra EM e RL ci sono tutti gli altri: quelli che ascoltano
le frequenze, ma non sanno di che cosa si tratta: gli Altri Ascoltatori, AA.
Se un AA capta una trasmissione cifrata
tra un EM e un RL, si trova di fronte ad un dilemma interessante. Dipende “da
che parte sta”: se traduce una comunicazione cifrata di un gruppo di terroristi
che sta girando informazioni ai propri agenti per un attentato, può salvare
delle vite; se incappa in un codice militare che sta coordinando azioni sul
campo, per porre fine ad un conflitto armato tra nazioni, potrebbe preferire
non divulgare queste informazioni.
Quando un AA capta un codice sulle
shortwaves, non sa chi lo stia trasmettendo, non sa per chi sia, non sa che
cosa significhi: solo la sua decifrazione lo pone di fronte alla necessità di
prendere una posizione rispetto ad esso. Nel momento in cui la prima sequenza
di suoni, trasposti in numeri, diventa una parola di senso compiuto, tutto
cambia: AA sta decifrando se stesso, la sua posizione rispetto alla situazione
che si delinea di fronte a lui. Inoltre, consideriamo anche la possibilità che
AA decifri in modo erroneo il codice: prenderà una posizione rispetto a fatti
mal interpretati, ma coerente con quello che crede di aver tradotto.
Decifrare un codice richiede tempo, gli
strumenti adatti, e attenzione. La percezione selettiva ci aiuta a muoverci in
una selva di informazioni che ci bombardano ogni giorno dai più svariati EM:
Emittenti Misteriosi, perchè spesso crediamo di sapere chi sta “producendo”
informazione, ma non lo sappiamo davvero. La percezione selettiva, in modo
inconscio, dirige la nostra attenzione sugli aspetti che “ci servono”
maggiormente di altri: quelli che incontrano il nostro interesse, quelli che
pensiamo di poter sfruttare a nostro vantaggio. Sempre che la nostra percezione
selettiva funzioni correttamente.
Viceversa, noi stessi “produciamo”
informazione, più o meno in buona fede: che può essere interpretata per quello
che avevamo intenzione di dire, ma anche per quello che non sappiamo di aver
detto. Scatto una fotografia, la metto in Rete: vorrei far vedere a tutti i
miei amici il bel sole di oggi. Qualcuno che non è nella cerchia delle mie
conoscenze vede questa foto, e decifra un altro messaggio: dove mi trovo in
quel momento, oppure chi è con me, se ci sono persone nella fotografia.
Produciamo più informazione di quella che pensiamo.
La quantità di dati prodotta ogni giorno
ha numeri da capogiro. Ogni giorno, vengono caricate su Facebook più di
200.000.000 (200 milioni) di fotografie; ogni mese, su Youtube vengono viste
6.000.000.000 (6 miliardi) di ore di video; ne vengono caricate circa 100 al
minuto. Twitter, nel mese di ottobre 2013, aveva attivi 232.000.000 (232
milioni) di utenti attivi. Nel 2005 gli esseri umani hanno messo in Rete
150.000.000.000 gigabites (150 exabytes); attualmente abbiamo superato di gran
lunga i 1.500 exabytes. E questo è un assaggio della sfera pubblica; se consideriamo
le informazioni video raccolte dai droni americani in Afghanistan solo
nell’anno 2009, servirebbero 24 anni per essere visionate integralmente.
Ho avuto modo di registrare messaggi in
codice sulle shortwaves, come si può vedere in questo video
Non ho intenzione di decifrare il codice
dell’EM, nè avrei le competenze necessarie per farlo; piuttosto, userò i suoni
dei polytones ascoltati in tempo reale e registrati, trasposti in sequenze
numeriche e quindi in colori, per comporre immagini. Il messaggio iniziale è
ancora lì, di fronte ai nostri occhi, sepolto nel criptato; ci parla in una
lingua che non conosciamo, e ci ricorda che senza reale conoscenza non abbiamo
posizione nei suoi confronti, non facciamo nessuna differenza, nè faremo pesare
l’ago della bilancia da una parte piuttosto che dall’altra; non siamo altro che
testimoni di qualcosa che si svolge altrove, che ci coinvolge, ci tocca di
persona, senza che possiamo reagire.
Mi leggi
una favola? La Bella Informazione Addormentata e i 7 Nani
ovvero Chi ci comanda sa bene come girare a suo
favore il nostro naturale egoismo.
Chi ha giocato con i Lego da bambino (oppure ci gioca
ancora adesso, e sarebbe un capitolo interessante da aprire, ma rimandiamo) conosce
molto bene quella sensazione del preciso istante in cui, aperto il barilotto di
plastica che contiene i mattoncini, lo si svuota a terra, sparpagliando tutti i
pezzi, con buona pace dei condomini del piano di sotto, che a quest’ora
dormiranno. Le energie della creazione sono sempre all’opera, e non si curano
delle rimostranze altrui nella prossima assemblea condominiale.
Questo mio pezzo procederà più o meno allo stesso
modo. Svuoto il barilotto del lego
(dal latino: “delego, affido”), e vediamo che cosa si può fare con i mattoncini
che ne vengono fuori. Ho una serie di elementi, di considerazioni al loro stato
embrionale, vorrei con cautela provare ad accostare le une alle altre, scoprire
se possono convivere e germogliare, se poste nello stesso habitat. Diversamente
non saprei come affrontare la questione, che ha mille sfaccettature e non basta
certo una testa sola per farci un giro intorno e prenderle adeguatamente le
misure.
Si parla di informazione.
Non di testate giornalistiche oppure di telegiornali,
bensì del concetto di informazione al suo stato più elementare: un pacchetto di
dati, se vogliamo restare sulla metafora di cui prima: un mattoncino.
Lavorando come organizzatore per varie compagnie
teatrali, ho avuto a che fare con il mattoncino-informazione: ho sperimentato
varie tecniche per cercarlo, maneggiarlo, diffonderlo, scambiarlo. Nello
specifico, vorrei scrivere non di quell’informazone diretta al pubblico (e delle
sue millemila mirabolanti trovate per farsi notare) nè di quella interna alla
compagnia stessa (e dei processi creativi
dei creativi, di come gli artisti
elaborino e si scambino informazioni). Mattoncini interessanti, altrettanto
interessante l’informazione come risorsa: ad esempio quali bandi sono stati
pubblicati, quali teatri cercano spettacoli, insomma un’informazione che
definirei economica-politica, secondo
un’etimologia antichissima che sembra aver molto poco a che fare con le
contemporanee accezioni del termine.
Siparietto.
Un bel giorno, cercando in Rete, trovo notizia di un
bando per l’assegnazione di fondi a compagnie teatrali che hanno nei loro
programmi artistici temi legati alle questioni di genere. Bene: copio
indirizzo, apro facebook, incollo indirizzo, e segnalo il link ai miei
contatti, casomai ci fosse qualcuno interessato.
Un minuto dopo squilla il telefono.
E’ uno degli attori della compagnia teatrale per la
quale lavoro. E’ arrabbiato.
“Ho visto che hai messo quel link.” mi dice “Non si fa!”
“E perchè?” gli chiedo.
“Perchè gli altri rubano l’idea.”
Non c’è esattamente un’idea da rubare, ma il concetto è chiaro: se diffondi quel link
anche altri parteciperanno al bando, dunque ci sarà più concorrenza, e quindi
meno probabilità di vincere.
Non fa una piega.
Nell’economia dell’informazione questo tipo di
mattoncini hanno un valore reale, quasi monetario, sono una risorsa. Il
turbocapitalismo si è esteso anche all’immateriale, nella sua ultima mutazione,
avendone riconosciuto il valore economico.
Alcuni sostengono che capitalizzare (anche) l’informazione
vada, alla lunga, comunque a vantaggio del progresso, del benessere, e di
tutti. Altri, che questa è una bella illusione, e che sarebbe più conveniente
invece: condividere.
In quell’occasione, all’obiezione che mi era stata
mossa, non sapevo bene che cosa rispondere. Ingenuamente umanitaristico il mio
atteggiamento? La storia sembrava dar ragione a loro, ai membri delle
compagnie: tieniti ben stretto quello che sai, il tuo mattoncino-informazione,
che altrimenti la concorrenza ne
approfitterà. Pochissimi, nella mia carriera
di organizzatore, hanno ricambiato il favore, condividendo informazioni come
invece provavo a fare io.
Però, in fondo, dietro agli altrui rimproveri per
quel mio comportamento troppo ingenuo, c’era una nota stonata. Qualcosa non mi
tornava.
Che i pensieri che ho raccolto qui di seguito siano
un elaborato sistema per dare una giustificazione ad un mio atteggiamento innazitutto
mentale: è un sospetto più che legittimo. Sta di fatto che ora ho qualche
argomento per controbattere.
E, colpo di scena, anticiperò la conclusione.
La competizione (concorrenza) sana (cioè che produce
bellezza, occasioni di crescita, valori senza fare del male a nessuno, senza
svilire nessuno nel suo ruolo) è quella che si svolge sul-palco, e non giù-dal-palco.
Vale per il teatro, ma può essere metafora di molto altro. Sul-palco significa:
nell’occasione in cui l’arte è messa di fronte ai suoi spettatori. Vale anche
per un concerto, per una mostra d’arte. Giù-dal-palco rappresenta invece tutto
quello che si svolge intorno all’evento in sè: la sua organizzazione, le
risorse necessarie per metterlo in piedi, le competenze, le informazioni su
come trovare spazi e canali per diffondere notizia al pubblico, e via dicendo. Sarebbe
più vantaggioso per tutti che giù-dal-palco ci fosse libera circolazione delle
informazioni, dei contatti e delle competenze. E che fosse invece, e solamente,
ciò che accade sul-palco a stabilire chi sia il migliore, chi abbia prodotto
qualità.
Ho anche la sensazione che giù-dal-palco sia molto
facile giocare sporco, cioè competere in modo sleale (si possono, ad esempio,
diffondere mattoncini-informazione errati, per danneggiare la concorrenza), mentre sul-palco, alla
prova del pubblico, l’arte sia l’unica arma che si possa usare per dare ragione
di sè.
I nani da giardino sono di pessimo gusto.
Perchè sopravvivono al tempo, e dietro al cancello di
qualche villetta fanno capolino e ancora bella mostra di sè? Per rendere
traghettabile verso il futuro la tradizione popolareeuropea, che i fratelli Grimm nel 1812 avevano reso
accessibile in una prima raccolta di storie, c’è voluta la Disney.
Primo nano: Gongolo
ovvero siamo meno furbi di quello che crediamo.
Molta cautela nel diffondere, o meglio nel non
diffondere proprio, informazioni a proposito di bandi, concorsi e via dicendo:
è un segreto di Pulcinella. Tutti sanno, ma nessuno parla, nessuno diffonde
l’informazione, perchè altrimenti “ti rubano l’idea”. Salvo poi ritrovarsi
tutti, da concorrenti, a fare la coda
per consegnare le schede necessarie per partecipare al suddetto segretissimo
bando, a guardarsi e a dirsi: oh! anche
tu qui!
Ma certo. Forse sarebbe stato meglio parlarsi del
bando in questione, che ci si poteva dare una mano a compilarlo, invece che
ciascuno per sè e dio per tutti.
Mi si obbietterà: è giusto che il bando lo vinca chi
è capace di compilare la scheda di partecipazione, che è misura anch’essa della
qualità e della preparazione della compagnia teatrale, una sorta di requisito
minimo per poter pensare di fare le cose a certi livelli.
Falso.
L’obiezione di cui sopra sarebbe accettabile in un mondo
ideale, ma oggi (e ciascuno di noi, a pensarci bene, può fare esempi precisi)
sono molti quelli che avrebbero le necessarie qualità artistiche, ma non hanno
avuto possibilità (per la crisi in primis, che toglie tempo spazio e risorse
per la formazione) di applicarsi a migliorare le competenze burocratiche per
compilare la suddetta scheda di partecipazione.
Secondo nano: Brontolo
ovvero quanto ci conviene essere ostili?
La concorrenza
giù-dal-palco, al contrario di quella sul-palco, non favorisce necessariamente
la qualità. Al contrario, la mancanza di circolazione di informazione, di
know-how, di competenze, che restano accentrate a lungo nelle mani degli
stessi, fa ristagnare la produzione artistica; che per definizione vive di
avvicendamenti e trasformazioni. Il mio pensiero va subito a tanti baroni,
abbarbicati alle loro poltrone, ai gatekeepers
che decidono che cosa deve oppure non deve vedere il pubblico; che a leggere
quello che professavano da giovani sembra incredibile che ora siano diventati quello
che sono.
Terzo nano: Dotto
ovvero punto per punto (“dot to dot”)
Nel 2011 scrivevo il Manifesto per la Non-Proprietà
Intellettuale. Lo diffondevo in Rete, e chiedevo ai miei amici di leggerlo e di
proporre modifiche, che sarebbero state inserite di volta in volta. Dunque
anche il metodo di stesura del manifesto stesso era collettivo e non
individuale. Nonostante questo manifesto cerchi di dare un punto di vista
alternativo rispetto all’origine delle idee, in un certo senso riguarda anche
il discorso sull’economia dell’informazione. Ne riporto alcuni punti.
2a -
l'uomo partorisce idee. 2b - le idee si trasformano in fatti che modificano la
realtà non solo per chi le ha partorite, ma per tutto il consorzio umano. 2c -
non sappiamo esattamente come nascano le idee, ma sicuramente non sono il
prodotto di un'attività solipsistica; piuttosto nascono dal ricombinarsi della
realtà e dall'apporto di altri punti di vista. 3 – Il manifesto per la
non-proprietà intellettuale afferma: 3a - La non-proprietà individuale delle
idee. Le idee non appartengono solo a chi le ha partorite. 3b - Se una tale
posizione estrema può sembrare irragionevole e contro natura, l'attuale sistema
per cui le idee vanno a favore di pochi e non della collettività non è certo
migliore. 3c - Una parte dei mali di oggi deriva dalla speculazione di pochi
su idee che potrebbero non solo giovare a molti, ma (e soprattutto) essere
sviluppate e crescere e diffondersi più rapidamente ed efficacemente se condivise
e lavorate da più menti, anche e soprattutto grazie alle nuove tecnologie di
comunicazione, in primis la Rete, se usata per fini di sperimentazione di nuove
aree di scambio e condivisione lontane dalle logiche commerciali e
consumistiche. 4a - E' illusorio pensare che le idee siano nostre, quando in
realtà provengono da stimoli, dialoghi, cose fuori di noi che non ci
appartengono, ma che in noi si ricombinano. Crediamo che le idee siano mezzi a
nostra disposizione, in realtà siamo noi ad essere i mezzi che le idee hanno
per nascere, ricombinarsi, diffodersi. Siamo noi ad essere cavalcati dalle
idee, e non viceversa. Inoltre, le idee ci sopravvivono. 4b - Questa
"illusione di possesso" delle idee ci deriva da aspetti psicologici
innati, oltre che da fattori culturali: il senso di proprietà e competizione
che in parte fin da piccoli ci viene trasfuso, in parte è proprio della natura
animale di cui siamo fatti. 4c - L'egoismo del voler tenere un'idea per sè e
sfruttarla solo per vantaggio personale è contro il benessere collettivo. La
teoria secondo la quale la competizione, la speculazione e l'egoismo personale
vadano, per effetto di composizione secondario, a benessere di tutti, si è
rivelata in questi ultimi anni in tutte le sue contraddizioni, e ci sta facendo
pagare un prezzo molto alto in termini di qualità della vita e felicità
personale. Inoltre, è nella normale natura delle cose diffondersi e rimbalzare
di mente in mente, come è un fatto assolutamente naturale per un'idea
contagiare altre menti, diffondersi, duplicarsi, modificarsi. 4d - Tutti noi
siamo utilizzatori di idee degli altri, e ne traiamo giovamento, anzi spesso rubiamo
le idee degli altri: ma di questo non ci facciamo nessuno scrupolo, anzi
nemmeno ce ne accorgiamo. 4e - Le idee crescono, si sviluppano e si realizzano
nel confronto con la realtà e con gli altri, che ce le restituiscono
accresciute o modificate. Senza nulla voler togliere al genio personale, se non
ci fosse la realtà esterna tale genio non avrebbe modo di trarre la materia
prima per ricombinare idee e nemmeno il campo dove poterle riseminare. 5b - Se
le idee fossero libere di circolare e non piegate a ragioni economiche, di
sfruttamento e speculazione, avrebbero maggiori possibilità di migliorarsi,
svilupparsi, e di portare bene alla collettività. 5c - Le idee lasciate libere
di circolare potrebbero, per selezione naturale tra di loro, portare più
frutti. Al contrario, le idee contro il vantaggio collettivo semplicemente non
verrebbero scelte dalla collettività. 5d - Che vantaggio ne trarrebbe il
singolo dall'aver "partorito" un'idea? Si consideri che è egli stesso
parte della collettività, nè più nè meno degli altri. Al contrario, la
consapevolezza di aver migliorato la qualità della vita della collettività (di
cui fa parte) e dunque anche la propria, dovrebbe essere il nuovo metro di
valutazione dell'importanza delle proprie azioni. 5e - Il genere umano
potrebbe fare un salto evolutivo notevole, se svincolasse le idee dallo
sfruttamento per lasciarle libere di ricombinarsi e migliorarsi e crescere. 5f
- Il momento in cui le idee sono state incatenate e hanno rallentato sia la
loro evoluzione che il loro potere pervadente nella società è stato quello in
cui si è legato il concepire idee con il diritto a sfruttarle solo per proprio
vantaggio, e non per quello della collettività. E' stato il momento in cui si è
egoisticamente smesso di condividerle, di provare rispetto per l'altro come
parte della comunità, trasformandolo in possibile fonte di guadagno. 5g - Si
può sradicare il senso di possesso delle idee pensando che chiunque di noi
poteva nascere dalla parte sbagliata del mondo, ed essere uno sfruttato invece
che uno sfruttatore. Inoltre, molto pericoloso è lo sfruttamento di cui si è
vittime inconsapevoli, e questo è diffuso in ogni parte del mondo, anche quello
chiamato "evoluto". Bisogna riconsiderare il vero significato della
parola "evoluzione". 5h - L'obiezione dell'ingiustizia: "Non è
giusto che un altro che non si è impegnato per sviluppare un'idea ne goda come
uno che invece si è impegnato a favore di essa". A questo problema, che si
può definire quello dell' "utilizzatore inerte" si può rispondere con
alcune tesi: 5h1 - La maggior parte di noi è abituata a comprare le
idee degli altri: usiamo un i-pod, ma non ci siamo impegnati per creare un
i-pod. Abbiamo forse impiegato diversamente il nostro tempo, in altre
attività. 5h2 - Ciascuno di noi decide come impegnare il proprio tempo; ma con
la consapevolezza che esso è limitato, dovremmo spingerci a portare avanti idee
utili per noi e per gli altri piuttosto che a vantaggio di pochi, e distrattive
rispetto a problemi della comunità, di cui facciamo peraltro parte. 5h3 -
Essendo il consorzio umano variegato per bisogni e tipologie, ciascuno può
contribuire con idee libere in diversi ambiti, in base alle proprie qualità e
doti personali. Anzi, è proprio grazie a questa differenziazione che molto
spesso le idee riescono a trovare i punti di vista diversi necessari per
potersi evolvere. 6a - Condivisione è la parola chiave, in grado di far
crollare il sistema che si basa su sfruttamento, conoscenza unilaterale delle
informazioni, speculazione a vantaggio di pochi. 6b - Serve coraggio per
abdicare alla proprietà intellettuale delle proprie idee, ma una visione ampia,
eterogenea e completa della realtà circostante non può che indurre a pensare
che questo sia il momento chiave per dare una svolta all'approccio dello
sfruttamento individuale delle idee a favore della condivisione delle idee per
tutto il consorzio umano.
Se nel testo qui sopra sostituiamo la parola idea con la parola informazione
il senso non cambia. Si tratta sempre di quei mattoncini necessari alla
costruzione di qualcosa.
Quarto nano: Eolo ovvero
liberi come l’aria.
Se non conoscete ancora Aaron Swartz, è il momento giusto per guardare
questo video.
Questo è il suo manifesto.
L’informazione è potere. Ma come
con ogni tipo di potere, ci sono quelli che se ne vogliono impadronire.
L’intero patrimonio scientifico e culturale, pubblicato nel corso dei secoli in
libri e riviste, è sempre più digitalizzato e tenuto sotto chiave da una
manciata di società private. Vuoi leggere le riviste che ospitano i più famosi
risultati scientifici? Dovrai pagare enormi somme ad editori come Reed
Elsevier.
C’è chi lotta per cambiare tutto
questo. Il movimento Open Access ha combattuto valorosamente perché gli scienziati
non cedano i loro diritti d’autore e che invece il loro lavoro sia pubblicato
su Internet, a condizioni che consentano l’accesso a tutti. Ma anche nella
migliore delle ipotesi, il loro lavoro varrà solo per le cose pubblicate in
futuro. Tutto ciò che è stato pubblicato fino ad oggi sarà perduto.
Questo è un prezzo troppo alto da
pagare. Forzare i ricercatori a pagare per leggere il lavoro dei loro colleghi?
Scansionare intere biblioteche, ma consentire solo alla gente che lavora per
Google di leggerne i libri? Fornire articoli scientifici alle università
d’élite del Primo Mondo, ma non ai bambini del Sud del Mondo? Tutto ciò è
oltraggioso ed inaccettabile.
“Sono d’accordo,” dicono in molti,
“ma cosa possiamo fare? Le società detengono i diritti d’autore, guadagnano
enormi somme di denaro facendo pagare l’accesso, ed è tutto perfettamente
legale - non c’è niente che possiamo fare per fermarli”. Ma qualcosa che
possiamo fare c’è, qualcosa che è già stato fatto: possiamo contrattaccare.
Tutti voi, che avete accesso a
queste risorse, studenti, bibliotecari o scienziati, avete ricevuto un
privilegio: potete nutrirvi al banchetto della conoscenza mentre il resto del
mondo rimane chiuso fuori. Ma non dovete - anzi, moralmente, non potete -
conservare questo privilegio solo per voi, avete il dovere di condividerlo con
il mondo. Avete il dovere di scambiare le password con i colleghi e scaricare
gli articoli per gli amici.
Tutti voi che siete stati chiusi
fuori non starete a guardare, nel frattempo. Vi intrufulerete attraverso i
buchi, scavalcherete le recinzioni, e libererete le informazioni che gli
editori hanno chiuso e le condividerete con i vostri amici.
Ma tutte queste azioni sono
condotte nella clandestinità oscura e nascosta. Sono chiamate “furto” o
“pirateria”, come se condividere conoscenza fosse l’equivalente morale di
saccheggiare una nave ed assassinarne l’equipaggio, ma condividere non è
immorale - è un imperativo morale. Solo chi fosse accecato dall’avidità
rifiuterebbe di concedere una copia ad un amico.
E le grandi multinazionali,
ovviamente, sono accecate dall’avidità. Le stesse leggi a cui sono sottoposte
richiedono che siano accecate dall’avidità - se così non fosse i loro azionisti
si rivolterebbero. E i politici, corrotti dalle grandi aziende, le supportano
approvando leggi che danno loro il potere esclusivo di decidere chi può fare
copie.
Non c’è giustizia nel rispettare
leggi ingiuste. È tempo di uscire allo scoperto e, nella grande tradizione
della disobbedienza civile, dichiarare la nostra opposizione a questo furto
privato della cultura pubblica.
Dobbiamo acquisire le
informazioni, ovunque siano archiviate, farne copie e condividerle con il
mondo. Dobbiamo prendere ciò che è fuori dal diritto d’autore e caricarlo su Internet Archive. Dobbiamo acquistare
banche dati segrete e metterle sul web. Dobbiamo scaricare riviste scientifiche
e caricarle sulle reti di condivisione. Dobbiamo lottare per la Guerrilla Open
Access.
Se in tutto il mondo saremo in
numero sufficiente, non solo manderemo un forte messaggio contro la
privatizzazione della conoscenza, ma la renderemo un ricordo del passato.
Vuoi essere dei nostri?
Luglio 2008, Eremo, Italia
Non è in fondo così chiaro? Il concetto di proprietà
intellettuale è stato distorto a favore della ricchezza di pochi sui molti. Non
sarebbe meglio che i mattoncini di informazione necessari per migliorare la
qualità dell’esistenza siano a disposizione di tutti?
Quinto nano: Mammolo
ovvero siamo ancora attaccati alle sottane di madre natura.
Andiamo a toccare un altro nervo scoperto del
problema.
Il naturale egoismo umano.
Cito la Rita Levi-Montalcini.
“Quello che in molti ignorano è
che il nostro cervello è fatto di due cervelli. Un cervello arcaico, limbico,
localizzato nell'ippocampo, che non si è praticamente evoluto da tre milioni di
anni fa ad oggi, e non differisce molto tra l'homo sapiens e i mammiferi inferiori.
Un cervello piccolo, ma che possiede una forza straordinaria. Controlla tutte
quelle che sono le emozioni. Ha salvato l'australopiteco quando è sceso dagli
alberi, permettendogli di fare fronte alla ferocia dell'ambiente e degli
aggressori. L'altro cervello è quello cognitivo, molto più giovane. E' nato con
il linguaggio e in 150mila anni ha vissuto uno sviluppo straordinario,
specialmente grazie alla cultura. Si trova nella neo-corteccia. Purtroppo buona
parte del nostro comportamento è ancora guidata del cervello arcaico. Tutte le
grandi tragedie - la Shoah, le guerre, il nazismo, il razzismo - sono dovute
alla prevalenza della componente emotiva su quella cognitiva. E il cervello
arcaico è così abile da indurci a pensare che tutto questo sia controllato dal
nostro pensiero, quando non è così. I giovani di oggi si illudono di essere
pensanti. Il linguaggio e la comunicazione danno loro l'illusione di stare
ragionando. Ma il cervello arcaico, maligno, è anche molto astuto e maschera la
propria azione dietro il linguaggio, mimando quella del cervello cognitivo.
Bisognerebbe spiegarglielo.”
Sesto nano: Pisolo
ovvero la propria distrazione fa l’altrui ladro.
In definitiva, tra un sistema di security through obscurity ed uno full disclosure, paradossalmente sembra essere più sicuro il secondo. Se non c’è niente da
scoprire, ma è il saper fare che
permette di portare a termine il processo, allora sarà molto difficile per chi
non ha le competenze venirne a capo. Diversamente, una cassaforte che può
essere aperta da chiunque, una volta
scoperto il meccanismo, non è molto sicura, visto che su questo pianeta
siamo ormai in tanti e prima o poi qualcuno lo troverà, il modo di scassinare
la nostra informazione-mattoncino.
Inoltre, non è detto che l’informazione che ho in mio
possesso sia adeguata ai miei bisogni. Magari sarebbe oggettivamente più
produttiva, efficace, nelle mani della concorrenza... che a sua volta potrebbe
avere, senza saperlo, informazioni a me utili. Non tutti vediamo un certo mattoncino-informazione
allo stesso modo. Non è detto che lo stesso mattoncino-informazione si incastri
bene nel mio progetto come in quello altrui.
L’unica forma di crittografia davvero efficace per
proteggere un’informazione sembrerebbe essere quella quantistica, che si basa
(semplifico al massimo) sul concetto che, nel caso in cui qualcuno intercetti
l’informazione prima del legittimo destinatario, l’informazione si corrompa e
non sia più utilizzabile (oltre che avvisare il destinatario del fatto che
lungo il tragitto dell’informazione, dal mittente al destinatario, è successo
qualcosa). Se la natura umana sembra essere egoista per quanto riguarda
l’informazione, l’universo invece non lo è affatto, anzi la elargisce a piene
mani, ne fa uno dei suoi punti di forza per evolversi. Una forma biologica che
non condivide la sua informazione con le generazioni successive è destinata ad estinguersi.
Ora che ci penso: i sette nani della favola lavorano
in una miniera. Estraggono diamanti. Tutte le mattine salutano la Bella
Informazione Addormentata e, cantando in coro quella canzone che tutti
conosciamo, prendono a picconate la roccia per cavarne fuori gemme preziose.
Che cosa ne facciano non si sa.
Settimo nano: Guerrafondaiolo
ovvero guerra e informazione vanno a braccetto.
Concludo con un esempio immediatamente percepibile
nella sua drammaticità. Nello specifico, parlo di guerre che si decidono sulla
base di mattoncini-informazioni. Slavoj Zizek, nel suo libro “Event –
Philosophy in Transit” (Penguin 2014) cita Donald Rumsfeld, allora US Secretary
of Defence, che nel febbraio del 2002, a proposito dell’intervento USA in Iraq per
porre fine al proliferare di armi chimiche, affermò: “Ci sono cose che sappiamo
di sapere; ci sono cose che sappiamo di non sapere; e ci sono cose che non
sappiamo di non sapere.” Per questo, conviene un intervento, anche se fosse: preventivo. Zizek aggiunge: manca un
caso, e cioè: “ci sono cose che non sappiamo di sapere”. Esattamente un anno
dopo: siamo nella sala conferenze delle Nazioni Unite aNew York. Colin Powell annuncia
ufficialmente l’intervento degli USA in Iraq. Alle sue spalle c’è un bel
tendaggio blu. E’ solo uno sfondo? Pochi sanno che dietro a quel drappeggio, appeso
lì per l’occasione, c’è una riproduzione a dimensioni naturali della Guernica
di Picasso. Pareva brutto dichiarare imminenti bombardamenti, con quell’icona
dell’arte alle spalle, e con tutto ciò che simboleggia. Ma la Bella
Informazione è sempre Addormentata, e rari sono i principi azzurri che provano
a risvegliarla con un bacio.
Si ringrazia Pino Conson per un imput creativo determinante alla stesura
di questo articolo.
I
miei genitori conservano negli album le loro fotografie di quando erano
giovani, tenute ferme da angolini di plastica. Negli ultimi album ci sono
anch’io, che mi esibisco in alcuni grandi classici: il primo bagnetto, sulla
giostrina in sella ad una moto, paletta e secchiello in mano e i piedi a bagno
in mare, cose così. Ma torniamo a noi.
Anche
prima del 2009 ho scattato molte fotografie.
Le
conservo in cartelle dentro altre cartelle, annidate in hard disk esterni.
Limitiamoci
agli scatti tra il 2009 e il 2013.
Calcolatrice
alla mano.
In
un anno ci sono 365 giorni.
365
giorni per 5 anni fa 1.825 giorni.
21.328
diviso 1.825 fa 11,686575342465753 fotografie al giorno, insomma: un po’ più di
11 fotografie e mezza al giorno.
Una
foto ogni due ore, dal 2009 ad oggi, ininterrottamente. Cosa avrò mai avuto da
fotografare. Quale ansia mi ha fatto premere compulsivamente il pulsante dello
scatto. Che cosa temevo che, da un istante all’altro, sarebbe andato perso e
quindi andava salvato, conservato nella sequenza di numeri di una fotografia
digitale da scrivere su un supporto di memoria esterna rispetto a quella del
mio cervello.
Non
ho voglia di scorrere tutte queste fotografie.
Potrei
dividerle in categorie, a prescindere da quando sono state scattate. Alcune
sono fotografie di famiglia: mio fratello, parenti, amici. Altre di luoghi dove
sono stato, occasioni, momenti che mi stavano ispirando, ragione per cui:
scattare, e immagazzinare. Altre sono strettamente legate all’arte: fotografie
di miei quadri, installazioni, eventi artistici. Aggiungo per ogni evenienza
una categoria che potrei chiamare: altro. Qui dentro ci sono tutte le
fotografie sbagliate, casuali, che non sono venute come volevo, scartate, di
cose che magari poi, a rivederle in seguito, non erano così importanti, o fonte
di ispirazione così forte.
Impossibile
liberarmi anche di quelle.
Disposofobia,
accumulo compulsivo, nella sua variante fotografica.
Anche
volendo, non avrò mai tempo di rivederle tutte.
Che
cosa potrei farci: un gigantesco mosaico, lasciando che sia il caso a disporre
gli scatti, e vedere qual è il colore predominante della mia vita fotografata
di questi ultimi cinque anni. Così, un po’ da lontano, guardare 21.328 fotografie,
di dimensioni troppo ridotte perchè si possa distinguerle; e trarne una
tonalità, forse un disegno astratto.
Oppure,
potrei farle scorrere velocemente una dopo l’altra, una al secondo.
21.328
secondi sono 355,466666666666667 ore di proiezione.
Quasi
356 ore di film ininterrotto. Un film che dura più di un anno.
Dimezzando
il tempo di comparsa di ogni singolo scatto, siamo sempre nel mondo delle cose
impossibili: un filmato di 178 ore.
Proviamo
ancora.
La
televisione, per dare l’impressione del movimento, spara negli occhi degli
spettatori 25 fotogrammi al secondo (al cinema delle origini ne bastavano 16).
21.328 fotografie diviso 25 fotogrammi al secondo fa 853 secondi (circa).
Servono cioè 853 secondi per proiettare 21.328 fotografie alla velocità di 25
fotogrammi al secondo.
Ancora
troppo: 853 secondi sono 14 ore circa di proiezione.
Nel
1979, sul Time, appariva un articolo a proposito di un certo Hal Becker,
ricercatore di elettronica medica della Louisiana, inventore di una scatola
nera in grado di diffondere messaggi subliminali ad alta velocità e a basso
volume, per circa 9.000 volte l’ora.
Una
catena di supermercati dell’East Coast, installato questo apparecchio e
diffondendo il messaggio subliminale insieme alla musica ambientale, ottenne
una riduzione del taccheggio del 37%, durante un periodo di prova di 9 mesi.
Il
messaggio subliminale era: “Non ruberò. Mi comporterò correttamente.”
Nello
stesso articolo, il professor Becker affermava di aver rifiutato le richieste
di assunzione da parte di diversi politici e pubblicitari.
Prima
che le nostre menti inizino a macinare considerazioni a proposito di questa
scoperta e del suo uso, torniamo a noi. Ho 21.328 fotografie. Non so quale sia
la velocità necessaria per proiettarle affinchè non vengano percepite
razionalmente dall’osservatore, ma ne ho abbastanza per farlo per molte ore di
seguito.
Non
intendo nascondere un singolo messaggio subliminale: ipotizzo un filmato molto
veloce, che impressioni la retina degli spettatori e venga percepito dal
cervello; che non venga interpretato razionalmente ed in modo narrativo, ma che
comunque sia in qualche modo assimilato a livello inconscio. Ecco: lo
spettatore avrebbe, forse e solo in parte, assimilato l’aspetto emozionale,
molto generico, dei miei 5 anni di scatti fotografici. Una parte della mia
storia sarebbe ora sua.
Non
funzionerà, per molti motivi.
Perchè
la stessa immagine può suscitare emozioni differenti in ciascuno spettatore.
Perchè
non si tratta di un messaggio subliminale preciso, ma ottico e
reinterpretabile.
Perchè
ogni spettatore coglierebbe come più affini al suo modo di sentire, a livello
incoscio, certe immagini più di altre, che si fisserebbero più facilmente nella memoria.
Rallentiamo
il nastro.
Le
immagini smettono di sfarfallare, tornano ad essere distinguibili, una dopo
l’altra, fino ad un fermo immagine, su uno scatto qualsiasi. Sembra che debba
scomparire anche quello, per lasciare posto al successivo, e invece no.
Sta
fermo lì.
Per
un po’ lo spettatore si chiede se il filmato sia terminato; se si sia bloccato
per qualche motivo tecnico. Distrazione, domande. Poi tornerebbe a focalizzare
l’attenzione sullo scatto. Perchè proprio quello, se non è un errore. Un paesaggio,
un ritratto, chi lo sa.
La
foto resta lì sullo schermo.
Forse
lo spettatore inizierà a domandarsi se c’è qualcosa di particolare, in quella
fotografia, che non sta cogliendo. La guarda meglio.
Definizione
di immagine: metodica rappresentazione secondo coordinate spaziali indipendenti
di un oggetto oppure di una scena, contenente informazioni descrittive riferite
alla scena oppure all’oggetto rappresentato, e dunque distribuzione
bidimensionale o tridimensionale di un’entità fisica. Il linguaggio delle
immagini è intrisecamente indeterminato, evocativo, dotato di segni che
assumono valore simbolico in relazione al significato attribuito a ciò che si
osserva o al valore pragmatico degli scopi della comunicazione. La formazione
di un’immagine avviene attraverso la combinazione di una sorgente di energia e
dalla riflessione dell’energia stessa emessa dalla sorgente da parte di oggetti
di una scena; infine, di un sensore sensibile all’energia prodotta dalla
sorgente che raccolga l’energia irradiata dalla scena.
Il
sole, un albero, il mio occhio che raccoglie l’energia riflessa dall’albero.
Adesso,
un passaggio meno facile.
Siamo
nel campo delle immagini digitali.
Affinchè
le immagini siano elaborate da un computer, occorre trasformarle in una
rappresentazione numerica/digitale. Però in natura la distribuzione di energia
elettromagnetica è continua, mentre nella digitalizzazione il campo delle
possibilità di numeri da impiegarsi per descrivere l’immagine è finito. Ecco
che entra in scena l’algoritmo, che da un lato deve mantenere la
riconoscibilità dell’immagine, dall’altro andare incontro alla limitatezza
strutturale del supporto impiegato.
Lo
spettatore sta guardando un algoritmo.
Fermo
lì, fisso.
Certo,
riconosce il paesaggio, il volto, le sfumature, come se fosse reale,
praticamente identico all’originale se avesse usato i suoi stessi occhi. Ma non
esattamente.
Quando
ero bambino, bastavano 16 colori per far sì che il protagonista del videogioco
con il quale stavo giocando popolasse di situazioni credibili ed emozionanti la
mia mente, e producesse nel mio corpo accelerazione del battito cardiaco,
sudorazione alle mani, produzione spontanea di chissà quali molecole chimiche.
Certo, c’era il coinvolgimento narrativo della storia, ma sempre di 16 colori
stiamo parlando. Per non parlare degli spigoli degli oggetti, delle sagome
quadrettose.
Mi
chiedo quale sia l’algoritmo, se mai ce n’è uno, di elaborazione delle immagini
da parte del mio cervello.
Lo
spettatore guarda la mia foto, e nel frattempo guarda il suo modo di vedere la
realtà, guarda l’algoritmo, che la natura gli ha scritto nel codice genetico,
che gli consente di ordinare tutta quell’energia che gli pervade le orbite
oculari.
Guardo
lo schermo sul quale sto scrivendo. Non so esattamente come funzioni.
Come
mio nonno, che non sapeva il funzionamento del videoregistratore, ma lo usava.
Un
po’ meno le funzioni di programmazione per farlo iniziare a registrare al
momento giusto, senza che lui fosse presente. Così, quando guardava tempo dopo
la videocassetta, il film (che aveva deciso di videoregistrare perchè non
poteva vederlo in diretta) era già iniziato, oppure c’era un pezzo di film
precedente, e poi un sacco di pubblicità.