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mercoledì 15 aprile 2015

SNAPSHOT @ De Peper


Snapshot is a sort of great remixed “still image” of the last 15 years of advertising campaigns of various kinds, with their metaphors and their imaginary, from drinks to clothing, from contemporary art exhibitions to cars, from deodorants to the awareness about social important issues; as well as the memory may remember: in fragments, to misunderstandings or with new relations of ideas, adherent or totally divergent from the initial message that the postcard advertising wanted to give.

You can participate in deciding the destination of the fragments of the artwork, which will be sent by post at the end of the exhibition. Please, take a post-it and write on it an address where you want to send the postcard of your choice. I will send it for you.



Info & contacts:

De Peper, Overtoom 301, OT301 Amsterdam
May, 2015
Tuesday: 18.00-01.00
Thursday: 18.00-01.00
Friday: 18.00-03.00
Sunday: 18.00-01.00

Call us to reserve your place.
Call us from 4pm to 7pm at 020 412 2954 or +31 20412 2954
to make your reservation. If you come without calling, we may not have food for you.
We serve food at 7, finishing at 8.30.
But we are open at 6!

 

De Peper is a non-commercial, not for profit bioorganic vegan cultural kitchen run by volunteers collective, which experiments, develops and provides a subcultural platform for food, art and music.

depeper.org



https://www.facebook.com/events/876790702363977/

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Note: The addresses will not be archived nor used for other purposes
as well as the exhibition-performance.

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martedì 29 luglio 2014

Quella fotografia


“Il meccanismo della maschera,
più o meno invariabilmente associato alla tematizzazione del volto,
non fa che consolidare e indirizzare ulteriormente
il funzionamento di quel processo:
lo schermo è appunto ciò su cui qualcosa si proietta visibilmente
ma è anche ciò che copre e occulta.”
[da L’immagine che siamo, Di Monte / Riedmatten, Carocci]

Mettiamo da parte, per il tempo di qualche pagina, la differenza tra ciò che non si può fare e ciò che non si deve fare. Non dovremmo sottovalutare la questione del dovere, ma possiamo provare a fingere che non sia rilevante, nel mondo che stiamo andando ad immaginare. E’ un esercizio di estro, se ne fanno molti, consapevolmente o meno, aggiungiamone un altro, questo. Siamo in laboratorio, è tutto sotto controllo, non può accadere che il risultato del nostro esperimento abbandoni questo luogo e si diffonda nel mondo. Abbiamo indossato camici bianchi, maschere protettive, guanti. Dunque, tentiamo: premiamo il bottone, azioniamo la centrifuga, aggiungiamo l’additivo segreto, ed ecco che se ne va via la differenza tra cosa non si può fare e cosa non si deve fare.

Tolta questa differenza, possiamo coniare un neologismo: le cose che non si possono fare e quelle che non si devono fare ora si chiamano: non-si. Che siano cose che non si possono fare perchè impossibili per le leggi della fisica di questa parte di universo, che non si possono fare perchè non ne siamo (ancora) in grado, oppure che siano cose che non si possono nemmeno immaginare; e che siano cose che non si devono fare, perchè moralmente riprovevoli, oppure dannose per se stessi e per gli altri; non importa, ora si chiamano tutte cose che non-si. Stiamo ancora tutti bene? Successo qualcosa? L’esperimento è sempre nella sua teca a tenuta stagna, tutto bene. Che non vengano a saperlo quelli del Dizionario della Crusca, che abbiamo coniato un neologismo; al massimo lo faremo passare per una sigla, un’ abbreviazione di una formula, in ogni caso non-si resta qui, non verrà usato nell’italiano scritto nè tantomeno parlato.

Che sia un’aberrazione, è chiaro: affermare che non ci sia differenza tra una cosa che non si può fare per ragioni fisiche e una cosa che non si deve fare per ragioni morali rende incerto ogni successivo passo, proietta immediatamente la mente del lettore a tutte quelle azioni che non si dovrebbero fare ma si fanno, a tutte quelle cose che si desirano ma sono impossibili, a tutte quelle cose che immaginiamo possano accadere ma sono troppo lontane nell’orrore (oppure nella distanza geografica) per poter essere considerate; chiuse dentro quattro confini fatti di parole. Non importa, persistiamo nell’errore. Ora si chiamano tutte cose che non-si.

Premesso questo, è possibile immaginare un testo che non-si? Un’opera d’arte che non-si? Una musica che non-si? Una fotografia che non-si? Mi riferisco, in questo ultimo caso, a “quella fotografia”, che per qualche giorno è comparsa sui social networks: “quella fotografia” che i giornali mai si sarebbero sognati di pubblicare, che i canali televisivi non hanno mandato in onda per ovvie ragioni, “quella fotografia” che anche a cercarla in Rete sui motori di ricerca si fa fatica, “quella fotografia” che, così come è sbocciata (come un fiore velenoso) sulle bacheche di molti dei nostri contatti, condivisa e ri-condivisa, allo stesso modo è finita in fondo alla pagina, sotto centinaia e centinaia di altre notizie, indifferentemente, che siano cose stupide oppure intelligentissime, lodevoli e generose oppure immani perdite di tempo. Mi riferisco a “quella fotografia”.

Quella del bambino, palestinese, morto, con la testa in frantumi.
Una sola parola in meno nella frase precedente, e sarebbe stato tutto diverso.
Non sarebbe più stata quella cosa lì.

A questo punto credo che circa 2/3 dei miei abituali lettori abbiano smesso di leggere, e siano andati altrove per la Rete. Perchè se ne parla tanto ed in tutti i modi, di quello che sta succedendo a Gaza; perchè abbiamo fatto indigestione di opinioni e punti di vista, confutazioni e ri-confutazioni; perchè non sappiamo che cosa fare, e se vogliamo farlo; perchè ci è ben palese la nostra impotenza, oppure ci è stata ben nascosta la nostra possibilità di porre fine a qualcosa che, a prescindere da chi abbia torto e chi abbia ragione, umanamente ci ripugna; e per questo, forse, la quantità di informazioni ci aiuta ad esorcizzare, a tenere lontano, come un veleno che si prende a piccole dosi per poter sviluppare la necessaria resistenza, sempre che non accada a noi, prima o poi (ma a quel punto non saremo più spettatori, e non sarà più quella cosa lì).

Ogni considerazione politica, sociale e/o storica verrà lasciata fuori dai margini di queste pagine fatte di bit, non per un’infinità di ragioni bensì per una soltanto. E’ di “quella fotografia” e basta, che vorrei scrivere, per quanto lo trovi difficile, forse impossibile. Che sia un falso, che non sia una foto recente, che sia stata manipolata, che non si riferisca all’attuale conflitto, che non sia stata ritoccata ma costruita “scenograficamente ad arte” nella realtà, che chi l’abbia pubblicata avesse le sue ragioni, al netto delle ragioni di chi non avrebbe voluto vederla (davanti ai suoi occhi come a quelli degli altri), che siano chiari oppure subdoli gli intenti di diffondere una fotografia “come quella”; tutto questo appartiene ad un’altra fetta di mondo. Scriverò solo di “quella fotografia” che mi ha diviso tra: la tentazione di osservare a fondo, e quella di scorrere e basta, per non vedere l’orrore. Quando ho visto “quella fotografia” mi sono detto: “No, questa no, è una fotografia che non-si...” e mi sono fermato.

Sulla sinistra della fotografia c’è un braccio, forse di un medico (con una macchia di sangue sulla pelle, sangue non suo) che trattiene un uomo. Al centro della fotografia c’è quell’uomo, l’espressione del quale ci rende impossibile definirne con esattezza l’età, e potrebbe essere il fratello, il padre, un conoscente della vittima; e urla, ulula, ha la bocca aperta ma non si capisce se stia inspirando oppure espirando, parole oppure un urlo, muto oppure fragoroso. Sulla destra della fotografia c’è un bambino: disteso su un letto, forse d’ospedale, troppo pulito e ordinato, come se avessero appena adagiato il suo corpo; ha le braccia e le gambe abbandonate. Al posto del cranio, sulla parte posteriore e laterale, ha una voragine, rosa, rossa e nera. Non c’è quello che ci aspetteremmo: il cervello è andato perso, distrutto, asportato. Non ne vediamo nemmeno più il volto, in parte voltato, in parte spappolato, disperso.

E’ una fotografia che non-si: per l’effetto che ha, che vorrebbe avere, che dovrebbe avere; diffonderla forse significa avere troppa fiducia in un’intenzione, positiva o negativa che sia; avere la presunzione di sapere come andrà a finire; e invece l’effetto è incontrollabile, e qualora sia stata condivisa e ri-condivisa per ottenere uno shock nell’osservatore, una reazione inaspettata, anche in questo caso sui lunghi tempi che cosa si ottiene; forse di averla resa normale, sopportabile; e nemmeno si può dire che si possa in qualche modo, prima, preparare il pubblico, perchè “quella fotografia” colpisce l’emozione prima ancora dell’intelletto; un archetipo sepolto negli abissi umani, prima che si attivi una possibile reazione intenzionale.

Ecco che, per la forza stessa di “quella fotografia”, il mio scrivere vira in una direzione di giudizio. No, non è quello che voglio: servirebbe, basterebbe la fredda oggettività di un entomologo che studia uno scarafaggio trafitto da uno spillo? Il linguaggio piano, preciso, pulito, di un astrofisico che tiene una lezione sulle dimensioni delle galassie? E’ una fotografia, “quella fotografia”, che non-si. Eppure, è avvenuta: è stata scattata, messa in Rete, condivisa, ri-condivisa. Dunque, esistono cose in questo mondo che vanno contro il postulato del non-si, che stiamo provando a tenere in vitro nel nostro laboratorio immaginario. D'altro canto, si potrebbe affermare che sia importante che queste cose si vedano: il prezzo da pagare, per un commento intelligente, per un'idea sensata, per una crescita personale, è la superficialità di altri mille sguardi?

Il mondo fuori è un’eccezione a se stesso.

La morte, in qualche modo, resta uno scrigno chiuso. Non lo si può aprire a meno di non esserne risucchiati dentro, senza poterne uscire, senza poterla raccontare. Il suo è il mistero della prima persona: lascia spazio ad immaginazione, teorie, religione e scienza, crea territori di libertà dove ciascuno può ipotizzare. Si può speculare sul suo significato, sul suo aspetto, ma non sul contenuto reale. Un corpo senza vita mantiene un’identità; ci si separa dalla sua decomposizione in tempo per non vedere il materiale che riempie quell’identità. Quando la morte è presente, è presente nell’identità di un altro, e dunque non è la nostra. Ci si libera, ci si affranca, facendo ipotesi, da vivi.

Ma “quella fotografia” svela il gioco di prestigio. Mostra che cosa c’è dentro. Sottrae un’identità, e fa sì che al’interno di quel buco rosa, rosso e nero si possa immaginare la propria presenza, la propria fine. Mette a dura prova le proprie convinzioni sulla sopravvivenza dopo il termine ultimo, smonta i pezzi di un meccanismo, ne mostra gli ingranaggi, ciascuno dei quali non contiene l’identità dell’organismo biologico vivo, e la cui somma non restituirebbe comunque una parvenza di “rispettabilità” all’identità. Ecco, è tutto qui: si scarta il pacchetto, e non si trova niente di quello che si era immaginato. E la carta del pacchetto, che fino a pochi istanti prima era il regalo, è puro accidente passeggero. Senza senso.

“Quella fotografia” che “non-si” pone al centro del discorso una testa, e poi la sottrae, lasciandoci soli, di fronte ad un contorno; disintegra la testa, dunque anche il pensiero, ne lascia un buco vuoto, pone al cospetto dell’essere una cosa fatta di materia che pensa; e senza il cui supporto non se ne possono concepire più, di pensieri. E’ una damnatio memoriae ma al contrario: ecco, questo è il corpo, qui c’era materia cerebrale, ma ora non c’è più. Potrebbe esserci chiunque qui dentro, quindi: tutti. I responsabili diretti oppure indiretti di “quella fotografia” (che non-si) hanno ottenuto un effetto più perverso della cancellazione dell’identità: hanno messo in luce il suo annichilimento, la sua poltiglia informe, ne hanno tracciato un preciso profilo materico, dandole un peso, un colore, una consistenza, e nulla più resta dei milioni di mondi che il pensiero di quell’identità poteva (e avrà sicuramente) concepito durante la sua esistenza biologica. Altri diranno: non confondere la fotografia con l'atto che racconta. La colpa è altrove, lo scatto testimonia.

Le maschere funerarie; i busti in marmo; i ritratti su tela; il “ti prego, non in faccia” del condannato a morte dalla mafia che implora affinchè la sua immagine non venga deturpata, almeno quella, e sia riconoscibile dai familiari, quando sarà cadavere; quel fotografo di cui non ricordo il nome, che si recò all’obitorio per fotografare che cosa ci fosse dietro al volto e che disse, tempo dopo: “solo io so quanto mi è costato scattare quella fotografia”; l’ultimo gesto disperato dei passeggeri del volo abbattutto nei cieli dell’Ucraina, le mani portate al volto, per nasconderlo, per sottrarlo all’impatto e alla distruzione; ecco, si intravede un percorso che termina, in questi giorni, con “quella fotografia”, che mette in luce tutto il niente, dei carnefici e delle vittime, su social networks che accumulano dati senza ricordarsene; una sorta di allenamento al combattimento che promette (mentendo) di rendere forti, resistenti alla vita reale; e invece sclerotizza i muscoli e li rende enormi, appariscenti, come nel body-building più estremo; muscoli totalmente inutili alla vita reale, fuori dalla Rete. Un'oscena selfie di grado zero.

“Quella fotografia” potrebbe essere la locandina del film di un possibile futuro verso il quale ci stiamo avviando (e solo da spettatori): il film della trasparenza totale, assoluta; così nociva perchè non permette all’essere umano (come lo conoscevamo, come vorremmo che restasse, come non ci rendiamo conto che ci è già stato in parte o del tutto sottratto) di muoversi in una sfera privata, incerta, dunque possibile, in uno spazio sconosciuto e misterioso dove sia ancora probabile, sognabile qualcosa; dunque dove sia possibile essere liberi. Invece, è tutto lì, presente, trasparente, niente di più, “quella fotografia” non nasconde nulla, palesa il nulla, esposto come un cranio svuotato.

E la libertà della Rete, di fronte a “quella fotografia”, si configura così: c’è solo il pulsante per mettere un like, oppure passare oltre senza fare nulla; il pulsante di non-like non è previsto; non è contemplato il pulsante del non-si. Buona visione di tutto un mondo che non-si: non importa se non si deve, non si può. Non-si, ma eccolo lì. Lo dice anche il neologismo stesso: non, cioè prima il no; poi il sì, si può, si deve; infine la compresenza di entrambi, dove nè il “non” nè il “sì” hanno più un senso.

“L’anima umana ha palesemente bisogno di sfere
nelle quali possa sostare in sè, senza lo sguardo dell’Altro:
è dotata di impermeabilità. Un’illuminazione totale la incendierebbe
e provocherebbe una particolare forma di burnout spirituale.
Solo la macchina è trasparente.
Spontaneità, evenemenzialità e libertà,
che caratterizzano generalmente la vita,
non ammettono trasparenza.”
[da La società della trasparenza, Byung-Chul Han, Nottetempo]


venerdì 18 aprile 2014

RQQ - tutte le performances espositive


RQQ - tutte le performances espositive
c/o 42 rassegna d'arte e cultura @ Sartoria Creativa, via s.Maria 6H, Torino
14 > 27 aprile 2014





1 di 11 L'INFERNO IN VENDITA


hell.com è un misterioso dominio internet, creato dall'artista Kenneth Aronson nel 1995, e venduto a Rick Latona nel 2009. Oggi il dominio è nuovamente in vendita, con una base d'asta di 1,5 milioni di dollari.

Questa performance espositiva è dedicata a Carlo “Torino” Roccioletti




2 di 11 HACKING DORE'

Insolenti creativi manomettono la realtà da sempre, e ogni cultura ha cercato di etichettarli in qualche modo. Quando fanno comodo, il potere li lascia fare; quando diventano pericolosi, li processa per il "bene comune". Siamo noi stessi capaci di incoraggiare chi ci dà torto?

Questa performance espositiva è dedicata a Francesco “Reaper” Scarfì









3 di 11 NON L’HO MAI SCRITTO


Questo sito consente di simulare false conversazioni, con tanto di profili e altrui fotografie personali, e permette di trasportarle sui social. Abbiamo mille giustificazioni alle nostre piccole grandi bugie su noi stessi, ma a quelle degli altri su di noi?

Questa performance espositiva è dedicata a Anton “RRDP” Mehr





4 di 11 ASCOLTARE LONTANO

Se potessimo vedere tutte le onde radio che ci circondano, la realtà apparirebbe come una fittissima ragnatela. I nostri corpi sono attraversati dall'esistenza lontana, ma reale, di corpi celesti posti a milioni di chilometri di distanza da noi.

Questa performance espositiva è dedicata ad Alessandro Bevilacqua




5 di 11 JUST PLAYING SNAKES

Non c'è epoca che non trovi espressione di archetipi scritti profondamente nell'essere umano. Cambia forse la forma, ma la sostanza di cui siamo fatti resta la stessa, e ci accompagna in qualunque luogo e in qualunque tempo. Quando si trasformerà anche la sostanza, allora ci sarà il successivo step evolutivo.

Questa performance espositiva è dedicata a Paolo Notario











6 di 11 LIER


Quando la simulazione e la realtà si incontrano, quale delle due predomina? Non è forse altrettanto vero che ciò che è creduto vero è vero nelle sue conseguenze? P-Ars ha inviato biografie artistiche random a 100 istituzioni del mondo dell'arte.

Questa performance espositiva è dedicata a Matteo Rocca















7 di 11 PANTA REI


La realizzazione di opere impermanenti in Rete, dove ogni cosa lascia traccia di sè, è solo il desiderio di replicare la transitorietà delle cose nel mondo reale? Desideravamo l'immortalità, ora che siamo ad un passo dal poterla raggiungere per quale ragione ce ne ritraiamo spaventati? Abbiamo bisogno che le cose finiscano? P-Ars ha inviato la citazione "panta rei" ai suoi contatti, attraverso un sistema di mail che si autodistruggono dopo essere state lette dal destinatario.

Questa performance espositiva è dedicata a Giacomo Rocca




8 di 11 IL MARE PRENDE, IL MARE DA'

Scultura estemporanea ondeggiante realizzata esclusivamente con materiali restituiti alla riva dalla corrente.

Questa performance espositiva è dedicata a Giuseppe “Peps” Elefante









9 di 11 SPAM

I più importanti fornitori di servizi online, come America OnLine, riferiscono che una quantità che varia da un terzo a due terzi della capacità dei loro server di posta elettronica viene consumata dallo spam. Curiosi i modi, piuttosto inefficaci, per difendersi da questa piaga; mai del tutto superato il rischio, attraverso sistemi automatici, di eliminare come se fosse spam un messaggio invece importante. Come a dire: l'uomo costruisce sia il veleno che l'antidoto.

Questa performance espositiva è dedicata a Michela Monterisi




10 di 11 UN GRANDE MEDIUM

Anche le immagini entrano a far parte della consapevolezza storica di un individuo. Quali immagini risultano riconoscibili, familiari, raccontano una storia, alle nuove generazioni? Chi ricorda a che cosa si riferiscono?

Questa performance espositiva è dedicata a Tex Boulder del clan dei Rolanus











11 di 11 VISIVAMENTE SIMILI

Ricerca di immagini "visivamente simili" tramite il motore di ricerca Google. Le somiglianze, basate su forme e colori piuttosto che contesti, ci raccontano come ci vede un algoritmo di ricerca, per il quale è tutto immanente e al tempo stesso apparenza.

Questa performance espositiva è dedicata a Vito Ferro














* * *

L’occasione per proporre questo progetto espositivo è 42, prima Stagione d'Arte e Cultura organizzata da Michele Di Erre e Andrea Gagliotta, presso la Sartoria Creativa: spazio di incontro, condivisione, progettazione e realizzazione culturale.

A fronte di altre opere sottratte indebitamente in occasione di precedenti mostre personali, la riflessione è stata inevitabile: a chi appartiene un’opera d’arte? A chi l’ha realizzata, anche se non è difficile ammettere che le idee siano molto più fluide e virali di quanto si possa supporre, nonostante ciascuno di noi, spesso, se ne attribuisca la paternità più o meno in buona fede; al pubblico, eppure consideriamo le barriere d’accesso alla fruizione dell’arte che l’attuale sistema dà per scontate, dai biglietti di ingresso alle mostre, fino al mercato dell’arte vero e proprio.

Se da un lato dunque il piacere estetico può travalicare nel desiderio di possesso, dall’altro appropriarsi di un’opera d’arte presuppone la sottrazione dell’opera stessa allo sguardo di tutto il restante pubblico: rubare qualcosa, in un certo senso, non lede solo il legittimo proprietario, ma la stessa collettività; viceversa, la proprietà egoista di un bene culturale ne vanifica il valore intimo, quello di essere pubblico e condivisibile. Per offrire ai visitatori della personale uno stimolo di confronto su queste tematiche, ogni giorno un’opera verrà lasciata incustodita: i visitatori, se lo desiderano, potranno portarla via senza essere visti.

Il messaggio sottinteso a questa esposizione performativa è preciso e diretto: a latere dei nostri giochi di attribuzione di valore, dei nostri desideri e delle previsioni in merito al destino di un’opera, in un modo o nell’altro l’arte percorre strade a noi non del tutto note,  continuando a proporre nuove visioni della realtà anche in assenza, e ben più a lungo dell’esistenza, dell’artista stesso.