domenica 26 gennaio 2014

Ho visto uno spettacolo bellissimo.


Ho visto uno spettacolo bellissimo
ovvero La Compagnia del Dopodomani, Hilbert, Godel e il Magic Worm.

Ho assistito ad uno spettacolo teatrale sorprendentemente bello ed interessante.

Ho deciso di raccontarlo, in parte.

Non siete a rischio spoiler, tranquilli.
Si dà il caso (a dire il vero: la scelta) che questo spettacolo non verrà più rappresentato.
Ma andiamo con ordine.

Non credo che la descrizione che ne farò possa aggiungere qualcosa a questo spettacolo.
Tantomeno sarà una recensione, la mia; non avendo (e forse nemmeno desiderando) le medaglie necessarie per fregiarmi del titolo di critico teatrale. Bensì per una ragione molto più specifica, una necessità, che spero di riuscire a chiarire nel susseguirsi di queste mie righe.

E’ iniziato tutto con una mail.
“Ah! la tirannia dell’e-mail” scriveva John Freeman, che ho avuto il piacere di conoscere personalmente. Ne ricevo a decine, ogni giorno: alcune sono sicuramente spam; altre potrebbero anche non esserlo, ma preferisco non perderci troppo tempo. Ne salvo otto oppure nove: amici, segnalazioni interessanti, situazioni da approfondire. Certo, dovrei leggerle tutte, perlomeno allargare le maglie della selezione; non cestinare troppo e troppo in fretta; ma manca il tempo, i progetti in ballo sono tanti (e imparare a ballare con gli altri per niente facile), devo: ottimizzare, parola mutuata da un mondo di teorie sulle risorse scarse e sui massimi profitti, che ripugna me per primo, confesso di non essermene liberato del tutto, se mai sia possibile. Però, vi assicuro, ci sto provando.

La mail in questione ha come oggetto: “L’uomo di fiducia. Spettacolo teatrale” e basta.
Il mittente: info@compagniadeldopodomani.org

Ricevo spesso, per il lavoro che svolgo, mail che mi segnalano spettacoli. Alle volte le leggo, altre volte no. Vorrei leggerle tutte, rispondere a tutti, andare a vedere tutti gli spettacoli. Non posso. Ma dal momento che mi rendo conto che questo mio non posso è un errore, se non da un punto di vista economico sicuramente da un punto di vista esistenziale, allora consento che l’intuito riporti, almeno un po’, la bilancia cosmica verso il suo punto di equilibrio; e leggo ugualmente, anche se forse non ne vale la pena, ammettendo che potrei aver giudicato troppo presto oppure troppo male; e cerco di rispondere, e di partecipare, anche se non è la mossa migliore da fare per gestire in modo efficace il mio lavoro. Mai affondare la propria lama di presunzione nel cuore dello stupore.

Così apro la mail e, animato dalle migliori intenzioni, leggo.
“Spettacolo per un unico spettatore”. Già visto, mi dico. Visto e stravisto e strarivisto.
Riga seguente: “Unica data assoluta: 22 gennaio 2014”. Questo fa suonare un certo campanello di interesse nella mia mente. Non ancora razionalmente; ma qualcosa non mi torna. Infine: “Per candidarsi come spettatore, rispondere a questa mail con nome e cognome.”

Nient’altro.

Dal punto di vista del marketing della comunicazione, mi sembra efficace. Anche se un po’ scontato: nel marasma (al rialzo del chiasso) delle compagnie che devono stupire sempre di più con effetti speciali per farsi seguire, anteponendo magari critiche favorevoli e recensioni, locandine debitamente studiate per trattenere il (destinatario della comunicazione) spettatore oltre i tre consueti secondi, giocare sul minimalismo è una strada già percorsa. Strapercorsa e straripercorsa.

Oltre che essere stata già percorsa, è in un certo senso uno dei due limiti contro il quale scalcia, come un cavallo che vuole uscire dalla stalla per correre libero e felice, il desiderio comunicativo di tanti artisti, che vorrebbero far stare (comprendere) in un formato A4 tutto quello che sperano, per cui lavorano, e che vorrebbero offrire al proprio (oppure non ancora proprio) pubblico. C’è chi sventaglia con il mitra (vedi Arnold Alois Schwarzenegger, che poi è stato anche governatore della California) chi prende lentamente la mira con l’arco per un unico precisissimo colpo (Lo zen e l’arte del tiro con l’arco, vedi Eugen Herrigel, che ebbe una cattedra in filosofia all’università di Erlangen), l’obbiettivo è sempre lo stesso: centrare il bersaglio. Sono le due “pareti” dentro le quali si muove questo tipo di comunicazione, il terreno sul quale si svolge la partita. Troppo oppure troppo poco. Il problema (uno dei problemi) è che, ma forse mi sbaglio e devo ancora pensarci e forse non troverò mai risposta ben formata, la comunicazione (come oggi è comunemente intesa) sembra strutturalmente portata a far passare messaggi di un certo tipo a discapito di altri.

Ma torniamo alla mail.
C’è un aspetto che mi lascia perplesso. Che sia uno spettacolo per un solo spettatore, va bene, niente di troppo sconvolgente. Ma se si tratta anche di un’unica data, allora significa che qualcuno sta recitando per un solo spettatore, in una sola occasione, e mai più. Ed ecco che immediatamente si fanno strada nella mia mente le questioni già a lungo affrontate con molte compagnie per le quali, oppure con le quali, ho avuto occasione di lavorare. Sbigliettamento. Sostenibilità. Finanziatori. Crowdfunding. “Rischio d’impresa”, come ebbe a dirmi Walter Cassani, tempo fa, in quel del Sistema Teatro Torino, a fronte di un finanziamento con il quale non ci si pagava nemmeno l’Enpals, con buona pace della Previdenza Sociale tutta.

E’ chiaro che, anche se non so quanto costi il biglietto, con un solo ingresso non si ripaga un bel niente dello spettacolo. Al contempo, mi chiedo quale ente, pubblico oppure privato, possa aver finanziato uno spettacolo che non ha spettatori se non una persona sola, ed in una sola occasione. Che cosa, oppure chi, c’è dietro? Che interesse può avere, a fare un simile investimento? Senza ricadute (personali oppure collettive) che lo giustifichino?

Uno sguardo al calendario: il 22 sera non ho impegni.
Rispondo alla mail: “Molto interessante. Sarei felice di essere il vostro pubblico. Mi chiamo Andrea Roccioletti. Dove posso trovare ulteriori informazioni a proposito della vostra compagnia? Buon lavoro.” Poi, apro il famigerato Google, digito “Compagnia del Dopodomani” ed inizio a scorrere pagine e pagine di risultati, consapevole che l’ideale di classifica che google propone ai suoi utenti, e con il quale ordina il mondo, non è il modo più corretto di fare ricerca. Non trovo nulla. Il trucchetto di prendere il mittente della mail, e cercare compagniadeldopodomani.org non dà nessun risultato. Safari non trova il server, avverte il browser. Insomma, non esiste.

Passa qualche giorno, e a quella mail non penso più. Nel frattempo, tra un lavoro e l’altro, leggo un testo molto interessante: “Sull’infinito” di David Hilbert. Non ne colgo tutte le sfumature: probabilmente solo un matematico può apprezzare appieno questa trascrizione del discorso pronunciato nel 1925 al Congresso della Società Matematica della Vestfalia in memoria di Karl Weierstrab, il cosiddetto “padre dell’analisi  moderna”. Tuttavia, c’è un’idea folgorante, ad un certo punto del libro. Così semplice, così esteticamente perfetta. Quella che rende alla portata di tutti il concetto dell’esistenza di due diversi tipi di infinito.

Il primo: la numerazione progressiva. 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7... e così via, all’infinito.
Il secondo: tutti i numeri esistenti (ad esempio) tra 1 e 2.
Che sono altrettanto infiniti:  1,5 | 1,58 | 1,5879 | 1,578753245... e così via, ad libitum.
Ma pur sempre un infinito che resta compreso tra due numeri, 1 e 2.
Un infinito che si avvicina sempre di più a 2, quasi lo sfiora... ma non lo raggiunge mai.
Nell’esistenza, concettuale, di questi due infiniti, uno senza limiti e uno tra due limiti, sentivo a pelle, quasi emotivamente, una verità immanente, ma sfuggevole.

Insomma, a quella mail curiosa non penso più.
Finchè un giorno arriva la risposta.
“Lei è stato scelto per essere il nostro unico spettatore. Per confermare la sua partecipazione, risponda a questa mail. Lo spettacolo sarà il 22 gennaio, alle ore 22.00. L’ingresso è gratuito. A questo link trova la mappa per raggiungere il luogo della rappresentazione. Non troverà informazioni sulla nostra compagnia in internet; abbiamo scelto altre modalità di comunicazione per la nostra compagnia: nello specifico, i nostri spettacoli. Sono loro a parlare di noi.”

Mi frullano un sacco di domande per la testa.

Sono stato scelto. Con quale criterio? Certo non deve essere troppo difficile trovare informazioni su di me in Rete. Magari anche il curriculum, ad esempio sul mio sito. Forse hanno visto le mie precedenti esperienze lavorative nell’ambito del teatro e dell’arte (sì, certo: troppo modesto). Ho la sensazione, però, che non sia stata una scelta guidata da una valutazione tra chi aveva certe qualità piuttosto che altre per assistere allo spettacolo. Sempre che non sia una bufala, che in realtà siano molti quelli che, come me, hanno abboccato a questa forma di campagna pubblicitaria. La sala potrebbe essere piena. Sarebbe una delusione, in fondo. Pubblicità ingannevole. Indignazione.

Come quando, da bambino, dopo tante mie insistenze mio padre e mia madre mi comprarono un certo bruco strano, colorato, che nella pubblicità alla televisione si muoveva da solo, correndo da una parte e dall’altra. Ricordo come se fosse oggi la confezione sul tavolo. La aprimmo con cautela. Mia madre mi disse: “Attento che non scappi.” Invece, il verme era attaccato ad un filo da pesca. Bisognava muoverlo con quello. Una delusione. Nel corso degli anni ha cambiato spesso packaging, ma il contenuto era sempre lo stesso. Un gioco di prestigio. Però, ero io che volevo essere stupito, non stupire conoscendo il trucco.

 



Controllo il link indicato nella mail per sapere dove sarà lo spettacolo. Il puntino dell’obbiettivo è collocato su una cascina (almeno, così pare, a vederla dall’alto) nei pressi di Calliano, un paese a pochi chilometri da Asti. Penso: almeno non è lontano. Forse sono stato scelto proprio perchè, dalle mie informazioni reperibili in Rete, sono di Torino.

“Non troverà informazioni sulla nostra compagnia in internet; abbiamo scelto altre modalità di comunicazione per la nostra compagnia: nello specifico, i nostri spettacoli. Sono loro a parlare di noi.” Questa parte è davvero interessante. Nessun nome: nè degli attori, nè del regista. Forse è un piccolo gruppo che sta sperimentando nuovi linguaggi. Trovo lodevole che vogliano parlare (e far parlare) solo attraverso i loro spettacoli. Ma non vedo come possano avere vita facile al giorno d’oggi, dove vendersi bene sembra essere la parola d’ordine; ripulita quel tanto che basta, e sdoganata con un poco di cinico realismo là dove sembra troppo commerciale. Quel piccolo peccatuccio che fanno tutti così, che ci vuoi fare, d’altronde... o ti adegui, oppure.

Rispondo alla loro mail: “Ci sarò, grazie.” e poi non so che altro scrivere.

La curiosità però è moltissima. Cerco ancora in Rete: nessuna notizia di spettacoli o gruppi teatrali che agiscano in quele zone dell’astigiano. Il titolo dello spettacolo, “L’uomo di fiducia”, è anche quello che ha scelto Melville per il suo ultimo romanzo (pubblicato anche con il titolo “Il truffatore di fiducia”). Non so se lo spettacolo sia tratto da questo testo, oppure sia una coincidenza. In ogni caso: il romanzo è una sorta di satira della società, e tratta argomenti quali la sincerità, l’identità personale, la morale, la religiosità, il materialismo economico, l’ironia e il cinismo. Molti critici lo ritengono il precursore di tutti i più moderni romanzi sul nichilismo, sull’assurdo e sull’esistenzialismo. Sarei tentato di comprare e leggere il romanzo, ma chi mi dice che questa fantomatica Compagnia del Dopodomani ed io stiamo parlando della stessa cosa? No, forse meglio non avere aspettative.

Penso anche che potrebbe essere un elaborato scherzo. Ho amici in grado di fare cose del genere. E anche peggio, vedi Vito Ferro e le sue trappole incredibili, come quella del (falso) avvocato della Scuola Holden, che voleva querelare lui e me per un certo articolo uscito su un giornale autoprodotto. Ci credetti come il peggiore dei boccaloni, e fu una serata molto animata. A fare il totale: tanto vale provare, al massimo ci rideremo su. Essere oggetto di macchinazioni così elaborate si può considerare un gesto d’affetto, tutto sommato. Spero di avere sempre amici disposti a perdere parte del loro tempo prezioso per farmi scherzi.

Il 22 salgo in macchina, e imposto il navigatore che mi guida nei paraggi. Poi devo cercare un po’, perchè il navigatore si perde su strade sterrate, inoltre il buio e l’assenza di segnali stradali non mi aiutano di certo. Sono partito con un buon anticipo, e questo è stato un bene. Trovo il posto: è proprio una cascina. Una fila di candele, poste ai lati di una strada di campagna oltre un cancello aperto, mi conduce ad un parcheggio. Ci sono solo io. Sopra al portone di legno a due battenti, sul lato lungo del casolare, un cartello: “L’uomo di fiducia”. Si, deve trattarsi di una burla. Forse quel “di fiducia” si riferisce al fatto che mi sono fidato, cioè: l’ho bevuta. Parcheggio, scendo dalla macchina. Fa freddo, e la campagna circostante è immersa nel buio e nel silenzio più assoluti. Spingo il portone. Entro.

C’è una sala spoglia, piuttosto grande, più larga che lunga, con un pavimento in legno che scricchiola sotto ai miei passi; ed un’unica sedia al centro. Davanti alla sedia, a pochi metri, un sipario pesante, rosso. Un’americana, troppo moderna per il contesto dell’ambiente, sostiene cinque faretti, accesi e puntati sul centro della stanza. Da una porta alla mia destra entra una ragazza.

Non la conosco, nemmeno di vista: nessun ricordo a proposito di lei su qualche social in Rete. Non so se sia anche lei un’attrice o meno. Avrà venticinque anni, vestita con un paio di jeans e un maglione blu scuro. Ha i capelli corti e ricci. Mi sorride. “Benvenuto” mi dice “si sieda pure” e indica la sedia. Si rivolge a me con il lei. “Non può usare la macchina fotografica, il cellulare nè altri mezzi di riproduzione digitale. Lo spettacolo inizierà tra cinque minuti”. Prima che io abbia il tempo di osservarla meglio se n’è già andata via, dietro alla porta dalla quale è uscita. Mi tolgo la giacca, la appendo allo schienale, mi siedo.

No, forse non è uno scherzo.
E poi: sì, vorrei usare il cellulare, per raccontare, dopo, agli altri, quello che ho visto, magari con l’ausilio di qualche fotografia. Ma la ragazza è stata chiara. Adesso mi preme un’altra considerazione: speriamo che non sia uno di quegli spettacoli che coinvolgono il pubblico in qualche modo. Anche in questo caso, mi è capitato di lavorare con compagnie oppure singoli artisti che usavano questo genere di tecniche. Niente da ridire, ma non ho proprio voglia di essere strattonato. La situazione è già abbastanza inquietante così.

Il sipario si apre, con un leggero cigolio di anelli di metallo.

La premessa di questo mio testo era che avrei raccontato in parte questo spettacolo, e così farò. Non descriverò lo spettacolo: perchè ancora devo pensarci, perchè ancora non so che cosa pensare. Mi limiterò a narrare i primi minuti di quello che è successo, e qualche altra impressione generale.

Il sipario scorre, e davanti a me c’è una sala vuota, nella penombra. In principio non mi sembra che ci sia nulla, poi mi abituo all’oscurità, e nonostante i faretti puntati su di me scorgo, controluce, alcune persone sedute sulle loro sedie, ai loro posti. Saranno una quindicina. Come se stessero osservando uno spettacolo, solo che dall’altra parte del sipario aperto, sul palco, ci sono io.

Passano attimi interminabili. Tutti in platea (ma non doveva esserci il palco, da quella parte del sipario? continuo a chiedermi) mi guardano fissi. E’ uno scherzo? Non lo so. So però che sono immediatamente in imbarazzo. La sedia sulla quale mi trovo non è più comoda, eppure non riesco a muovermi, ogni gesto assolutamente normale, spontaneo, la cui responsabilità sarebbe tutta della memoria muscolare, diventa goffo ed impacciato.
I ruoli si sono invertiti? Sono io l’attore, e loro invece sono gli spettatori?

Ad un certo punto sento un bisbiglio, quello di qualcuno che non vuole farsi sentire dagli altri. Un uomo si alza dal suo posto all’ultima fila, borbotta qualcosa, fa per andarsene. Viene trattenuto da qualcuno che è seduto al suo fianco, forse una donna. Allora l’uomo dice più chiaramente, e posso sentirlo: “Chiedo scusa, ma questi spettacoli moderni proprio non li capisco. Sarò ignorante, sarò all’antica, non ci arrivo, mi dispiace”.
Quasi immediatamente un altro spettatore (ma è un attore) si volta, da qualche posto più avanti, sibila “Shshshhs” e gli fa cenno con il dito davanti alla bocca, di stare zitto “Eh, ma allora!” aggiunge poi indispettito.
E lo spettacolo inizia.

Mi fermo qui.
Sì, avevo, in parte, visto giusto: lo spettacolo parla dei temi di cui ho letto a proposito del romanzo di Melville: sincerità, identità personale, morale, materialismo economico, ironia e cinismo, nello specifico: nel mondo dell’arte teatrale. Si presenta come un dialogo tra spettatori, un intreccio di storie e di punti di vista, di ideali e di quotidianità, e racconta l’universo del pubblico in tutte le sue più eterogenee forme. Mi sembra di riconoscere, in ciascun ruolo, una certa tipologia di pubblico che, chiunque abbia a che fare con il teatro, conosce bene; tuttavia il testo non scade mai nella retorica e nelle facili macchiette; è saturo di umanità, vorrei dire: compassionevole, partecipe.

Quando il sipario si chiude, non mi resta che uscire, salire in macchina e tornare a casa.

Un po’ di pensieri mi frullano in testa, nei giorni successivi.
Li sud-divido in 3 Vasi di Pandora: pensieri economici, stilistici, personali.

Quando da bambino mio padre mi raccontò il mito del Vaso di Pandora, notai subito un’incongruenza incomprensibile nel comportamento di Zeus. Dunque: secondo il racconto tramandato da Esiodo, Zeus dona a Pandora il vaso che avrebbe poi preso il suo nome, ordinandole di non aprirlo. La donna però è curiosa, lo scoperchia e i mali si diffondono nel mondo. Sul fondo resta la speranza, che non fa in tempo ad uscire prima che la donna, spaventata dal suo gesto irresponsabile, chiuda il vaso.
Fermi tutti: che cosa ci fa la speranza nello stesso vaso dei mali del mondo?
Perchè Zeus ha messo nello stesso insieme un elemento così diverso rispetto agli altri? C’è un messaggio simbolico che mi sta sfuggendo? La speranza è forse un male?

Se scoperchio il Vaso di Pandora dei pensieri economici, saltano fuori (come un pupazzo a molla, che fa più paura che ridere) molte considerazioni di tipo strettamente monetario, a proposito di questo spettacolo rappresentato dalla Compagnia del Dopodomani. Come sono stati pagati gli attori? Come già mi ero chiesto: per un unico spettatore e soprattutto a data unica, quale ente pubblico oppure privato può aver finanziato una produzione del genere? Senza avere nessun rientro in termini di notorietà? Nessuna locandina, nessun logo. Eppure, gli attori erano bravi: nulla di scadente portato in scena da attori amatoriali disposti a lavorare aggratis per finalità puramente estetiche.

Magari erano gli stessi attori di qualche spettacolo in scena in questi giorni, che nel contratto avevano come clausula quella di, a latere della produzione vera e propria (con sbigliettamente e tourneè e via dicendo), rappresentare questo Uomo di fiducia così sperimentale. Ma così tanti? Addirittura quindici? Oppure, hanno creduto nel progetto e hanno partecipato a titolo gratuito, come investimento per il futuro. Si possono fare mille ipotesi. Resta sempre il problema che una scelta di non-sostenibilità come questa non riempie la pancia agli attori, e a quanti ci hanno lavorato. Non immediatamente. E’ un tipo di gioco d’azzardo molto raffinato, via: soprattutto per chi lo propone.

Ciò che è altrettanto interessante, e resta nel mio Vaso di Pandora perchè riesco a richiuderlo abbastanza in fretta, è la questione della profonda relazione (nella nostra cultura occidentale?) tra arti e denaro. Soprattutto oggi che c’è crisi. Non affronto la questione, altrimenti serviranno altre mille pagine. Ma alla radice di questo “matrimonio combinato” tra necessità (che può diventare speculazione) e tensione artistica (che può diventare semplice decorazione) c’è un ideale che la crisi dei sette anni di questa relazione ha riportato alla luce; crisi che rischia di rompere questa unione che ha generato, comunque, molti figli. Figli non sempre disposti ad ammettere che papà e mamma (necessità economica e tensione artistica) stavano insieme, sì, ma non si volevano bene: lo hanno fatto per salvaguardare le apparenze, oppure per non far soffrire troppo le loro creature.
Come fare se la premessa vacilla, cioè se non ci sono soldi (risorse, tempi disponibili da dedicare alla sperimentazione) per fare arte bella, equa e pubblica?

Il secondo Vaso di Pandora riguarda la scelta stilistica; presumo del regista, oppure di un fantomatico produttore che ha affidato agli artisti il concept di uno spettacolo “per un solo spettatore, per un’unica data”. Premesso che questo sia vero (ma non ho motivo di non crederlo; diversamente, se qualcuno viene contattato per questo spettacolo come è capitato a me, scrivetemi), sembra essere una scelta stilistica mossa da una sorta di crisi di rigetto per le strutture portanti della comunicazione d’arte che, ad un certo punto, come un motore spinto troppo su di giri, si sono fuse.
La grande piazza della comunicazione degli eventi, con le sue infinite proposte, ha forse combattuto una battaglia troppo poco rispettosa del pubblico, mutuando dai linguaggi della comunicazione di massa gli strumenti per convincere a tutti i costi la partecipazione del pubblico ad un dato evento.
La sottile linea di confine tra informazione e plagio.
Questione già affrontata in passato anche questa, e naturalmente rimasta irrisolta. Centinaia di locandine affollano i social, migliaia di eventi, profluvi di critiche positive, di links, di rimandi, creano un labirinto al quale lo spettatore, forse, inizia a non volersi neppure più avvicinare. Ma anche giustamente, direi.

Chiudo di scatto anche questo Vaso di Pandora: sono stato abbastanza veloce?
Che cosa resta all’interno?
Un “no” a tutto questo, da parte di un regista, di un gruppo di attori.
Un “no” che (sicuramente?) non produce cambiamenti all’interno di questo sistema perverso. Però, una negazione così interessante, non è vero? Come di una guida che conosce bene la strada per arrivare a destinazione, in cima alla montagna, l’ha percorsa tante volte accompagnando gli escursionisti (paganti); e tutto sommato, per curiosità, anche se sa che per quell’altra strada non si va da nessuna parte (perchè glielo hanno detto, perchè si è sempre fatto così, perchè insomma lo sa) ad un certo punto comunque prova a dare un’occhiata a quel sentiero che si perde nel nulla; finisce su una pietraia, affianca un passaggio troppo esposto, è pericoloso, oppure inutile. Giusto per essere darsi conferma da solo che quella solita è la strada giusta.

Un’arte che si pone delle domande ha più possibilità di sopravvivere di altre che percorrono, per una razionale e giudiziosa applicazione del principio del massimo risultato con il minimo sforzo di risorse scarse, le vie più battute. No, forse non è vero: rischia di perdersi, di farsi del male, di sprecare tempo. E’ chiaramente un’azzardo. Statistica: su cento tentativi di spostare il confine di ciò che è possibile fare, forse solo uno va a buon fine.
Chiaramente, l’obiezione: “uno deve poterselo permettere, di sperimentare strade nuove”; arriva come un saggio consiglio, come un punto di vista ragionevole, come una fucilata. E’ chiaro. Ma se è così, soltanto così, senza possibilità di deroghe momentanee a questa legge, tutto è già stato fatto, e l’arte la fanno i commercialisti e i consulenti del lavoro con le calcolatrici e i modelli F24.

Terzo e ultimo Vaso di Pandora: la questione personale. Che riguarda me, come unico spettatore, di uno spettacolo che non verrà mai più rappresentato. Questa, attualmente, è la questione più spinosa, ed ha centrato uno dei punti lasciati scoperti dalla mia armatura, essendo io anche un po’ catafratto, come direbbe quel certo Diprè. E’ un Vaso che ho già scoperchiato altre volte, e non so se io abbia mai fatto in tempo a richiuderlo abbastanza in fretta da far restare, sul suo fondo, qualcosa che possa assomigliare alla sopra già citata speranza. E’ chiaro che ciascuno di noi è continuamente spettatore dell’accadere del mondo. Da un punto di vista che (a latere di quello che verrà dopo il segno di interpunzione detto “punto fermo”, al fondo di questa frase) è rigorosamente personale e, se vogliamo, solitario. (Questa, invece, è la frase che viene dopo il precedente “punto fermo”) Poi, continuamente si cerca di raggiungere l’altro, e questa tensione alla condivisione è ciò che ci rende umani.

Raccontare il mondo, e se stessi, e quello che accade nell’incontro tra queste due realtà; e c’è anche chi dice che, queste due realtà, separate non sono nemmeno. Con la contraddizione di volerlo fare avendo a disposizione gli strumenti del nostro mondo stesso. Questo paradosso ha come lontana (ma neanche troppo) parente la formulazione di Godel a proposito del fatto che “(primo teorema di incompletezza) ...è possibile costruire una proposizione sintatticamente corretta che non può essere né dimostrata né confutata all'interno dello stesso sistema... (secondo teorema di incompletezza) ...nessun sistema coerente può essere utilizzato per dimostrare la sua stessa coerenza.” Guarda caso, questi teoremi giocano un ruolo fondamentale anche nelle questioni riguardanti l’intelligenza artificiale. E magari anche la nostra.

Forse questo spettacolo si può anche intendere come un antidoto a quella convinzione, un po’ facilona e a buon prezzo, che deriva dall’uso dei social: attraverso i quali sembriamo sempre connessi, sempre in dialogo con gli altri, sempre ascoltati, sempre testimoni tutti di tutto, sempre in condivisione. L’umanità invece si declina anche nella solitudine, in qualcosa che ho visto solo io, e della quale io sono l’unico ad avere la responsabilità di raccontarla, se voglio farlo. Lo spettacolo L’uomo di fiducia della Compagnia del Dopodomani rappresenta bene questo concetto. Solo a partire da questa solitudine si prende la giusta rincorsa per il rapporto con l’altro: che può sforzarsi di capirmi, prestare attenzione ai miei sforzi comunicativi, credermi, oppure avere il sospetto che mi sia inventato tutto, fin dalla prima riga.


giovedì 23 gennaio 2014

K-HOLE Art Social Club - "Incubi e deliri" con Marlen e Ronnie Pizzo starts January 28, 2014 at 09:30PM



K-HOLE TEATER: TUTTI I MARTEDI' al K-HOLE una nuova rassegna dedicata alle PERFORMING ARTS e al TEATRO INDIPENDENTE. In collaborazione con P-Ars Andrea Roccioletti Studio Ingresso GRATUITO per i soci MSP Uscita...a cappello! K-HOLE Art Social Club | via S.Agostino 17 | Quadrilatero Torino http://ift.tt/1dhfUZG MARTEDì 28 GENNAIO ore 21.30 “INCUBI E DELIRI” con Marlen e Ronnie Pizzo Hai mai avuto davvero paura? Intendo la paura vera, quella che si nutre delle tue debolezze e ossessioni più profonde e le trasforma in incubi. Quella paura che mozza il fiato, che ti incastra il cuore nella gola, che ti chiude lo stomaco e resta viva per giorni o ricompare per caso dopo anni... Che la tua risposta sia sì oppure no, preparati... ...perché è con questa paura che te la vedrai stasera. Niente immagini, niente video...solo parole e suoni. Ascolta e lasciati guidare in luoghi tenebrosi, ma attento, perchè niente è più spaventoso di ciò che la nostra mente può creare quando scava nel lato oscuro della fantasia. Ronnie Pizzo è nato nel 1978. Nel corso della sua vita ha letto un sacco di roba e ne ha scritta altra. Ha suonato tanto in giro con gente e strumenti diversi. Ma la cosa più importante di tutte è che non ha mai avuto paura del buio. Marlen Pizzo è nata nel 1983. Nel corso della sua vita ha letto un sacco di roba per sè e per gli altri. Ha recitato tanto in giro con gente e in posti diversi. Ma la cosa più importante di tutte è che ha sempre avuto paura del buio. ************************************* ************************************* K-HOLE Art Social Club è il nuovo spazio indipendente per le arti contemporanee gestito da Kaninchen-Haus e diretto da Brice Coniglio (Coniglioviola). Sul solco degli art cafè che a fine ottocento nascevano in opposizione e alternativa al contesto borghese delle gallerie, il K-HOLE, con i suoi 360 metri quadri disposti su tre livelli, si propone come nuovo spazio condiviso di produzione e fruizione culturale. http://ift.tt/1dhfUZG http://ift.tt/1dhfUZK K-HOLE via sant’agostino 17 | Quadrilatero, Torino. ************************************* ************************************* K-HOLE TEATER // PROSSIMI APPUNTAMENTI: MARTEDì 4 FEBBRAIO ore 21.30 "Yoga della risata" - Piccola Sartoria Drammatica

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sabato 18 gennaio 2014

K-HOLE Art Social Club - "Don Chisciotte amore mio" di Angelo Tronca starts January 21, 2014 at 21.00 PM



TUTTI I MARTEDI’ dal 21 Gennaio al K-HOLE una nuova rassegna dedicata alle PERFORMING ARTS e al TEATRO INDIPENDENTE. In collaborazione con P-Ars Andrea Roccioletti Studio Ingresso GRATUITO per i soci MSP (costo tessera 4 euro) Uscita...a cappello! K-HOLE Art Social Club | via S.Agostino 17 | Quadrilatero Torino http://ift.tt/1dhfUZG MARTEDì 21 GENNAIO ore 21.30 “DON CHISCIOTTE AMORE MIO” Di e con Angelo Tronca Un attore, un leggio e un ukulele. Gli ingredienti per un viaggio donchisciottesco in piena regola. Don Chisciotte amore mio” è un testo che ho scritto in soli cinque giorni. D’altronde proprio in questo momento sto vedendo da un aggiornamento twitter che l’hashtag #vitadimerda sta scalando inesorabilmente le vette della tweet list. E' un profluvio di lamentele senza quartiere: chi si lamenta di aver perso l'accendino preferito, chi perché deve studiare, chi perché non lo amano. Ho sentito l'esigenza di parlare di altro, di qualcosa che manca fortemente al mondo che ci abbraccia ma ancora più fortemente alla mia generazione, quella dei trentenni; volevo parlare del coraggio. Se ci fosse una classifica dei valori e questa cambiasse nel corso del tempo così come cambia il posizionamento di un pilota di Formula 1 durante un Gran Premio, beh, il coraggio sarebbe in procinto di scivolare nelle ultime posizioni ostacolato da gravi problemi tecnici, mentre altre autovetture molto più veloci come il cinismo, l'individualismo o il soggettivismo lo supererebbero senza pietà. Don Chisciotte è un altro uomo. E' un uomo che diventa immediatamente eroe a causa della sua condizione. Perché ad essere Superman sono tutti bravi: con la forza di mille uomini, i raggi laser dagli occhi e la capacità di saper volare praticamente tutti possono diventare degli eroi. Tutt’altra vita si consuma mostrandosi fragili alle intemperie, senz’altro scudo se non il propria volontà; questo è il vero atto eroico. Non aver timore del timore. Ho preso il personaggio di Don Chisciotte e di Sancho e li ho catapultati nella modernità, associandoli anche (e perché no) al mestiere che faccio, alla mia scelta, quella di fare l'attore nel 2013. In questa forma lo spettacolo si presenta come un reading drammatizzato dove un attore interpreta il copione di “Don Chisciotte amore mio” esaltando la lettura con l’accompagnamento musicale di un ukulele e alcuni elementi scenici come l’ “ombrello che piove da solo”. Promo dello spettacolo, con l'intervento di Natalino Balasso e Jurij Ferrini http://ift.tt/1fIxbTu "Non sempre gli agitatori creano disordine." - Natalino Balasso ************************************* ************************************* K-HOLE Art Social Club è il nuovo spazio indipendente per le arti contemporanee gestito da Kaninchen-Haus e diretto da Brice Coniglio (Coniglioviola). Sul solco degli art cafè che a fine ottocento nascevano in opposizione e alternativa al contesto borghese delle gallerie, il K-HOLE, con i suoi 360 metri quadri disposti su tre livelli, si propone come nuovo spazio condiviso di produzione e fruizione culturale. http://ift.tt/1dhfUZG http://ift.tt/1dhfUZK K-HOLE via sant’agostino 17 | Quadrilatero, Torino. ************************************* ************************************* K-HOLE PERFORMING // PROSSIMI APPUNTAMENTI: MARTEDì 28 GENNAIO ore 21.30 MARLEN PIZZO / READING MARTEDì 4 FEBBRAIO ore 21.30 "Yoga della risata" - Piccola Sartoria Drammatica

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martedì 14 gennaio 2014

La grande bellezza (Golden Globe) delle preposizioni articolate, e del miele sul bordo del bicchiere.


Ovvero: che cosa c’entra tutto questo con il ready-made.
E, indirettamente ma fatalmente, con l’assemblage.

Ready-made si traduce in: già fatto, confezionato.
Il ready-made è dunque un manufatto di uso quotidiano, preso paro paro dall’artista che, collocandolo in un contesto diverso (vedi museo o galleria d’arte), lo eleva al rango di opera d’arte e, casomai, simbolo di qualcosa.

Se avete letto il precedente capitolo dedicato all’assemblage vi verrà facile accettare l’idea che ogni ready-made è l’assemblage di Tizio, che lo aveva costruito per certi scopi, assemblage al quale Caio invece attribuisce scopi diversi. Se volete leggere o ripassare l’articolo potete cliccare qui, altrimenti vi tocca fidarvi.


Mi piace l’idea che il ready-made sia in qualche modo correlato non solo al cambio di significato, ma anche al trasporto da un luogo ad un altro. Cioè, perchè si possa parlare di ready made servono:

-       un oggetto (assemblage) con scopi industriali / commerciali / di uso comune
-       un artista, che sceglie accuratamente l’oggetto (assemblage)
-       un luogo al quale venga attribuito il potere di operare la necessaria trasformazione
-       un pubblico, che stia al gioco

Sono le condizioni sine (qui quo) qua non.

-       Senza un oggetto, non c’è niente da vedere
-       Senza un artista che operi la scelta, l’oggetto non arriverebbe alla galleria
-       Senza un luogo con il giusto potere l’oggetto non ha destinazione al suo viaggio
-       Senza un pubblico che stia al gioco, l’oggetto è tale e quale a prima

Il potere che il luogo ha, quello di completare la trasformazione dell’oggetto, può essere dolce o violento. Nel caso di un potere dolce: il pubblico accetta culturalmente, comprende pienamente il senso dell’operazione, conosce i retroscena, a grandi linee magari la storia dell’arte, insomma gioca sapendo di giocare. Nel caso di un potere violento: il pubblico finge di giocare, cercando di non far capire che sta figendo, altrimenti la critica dell’arte lo relegherà allo status del “te-lo-spiego-io-anche-se-non-puoi-capire” perchè non hai la giusta sensibilità, oppure la sufficiente cultura. Questa, in qualche modo, è violenza.

Avrò avuto dieci anni. In vacanza con i miei genitori in Francia. Ci fermiamo a Vence. Tra le altre cose, andiamo a vedere la Cappella del Rosario di Matisse. Ricordo mio padre e mia madre, uscendo, non le parole esatte, ma il senso, rafforzato dalla loro espressione: “Mah, è un artista. Bello, eh? Particolare.” Quale guerra mondiale si stava svolgendo davanti ai miei occhi, quali gli eserciti sui due fronti? Da un lato il mondo precluso a chi non ha la cultura: dall’altro, quello di chi ha lavorato tutta la vita per sè e per la società senza che la società gli ricambiasse il favore, mettendo a disposizione, in modo comprensibile, le sue meraviglie più alte. Quella guerra mondiale mi toccava da vicino: i miei genitori erano in trincea (ma non lo sapevano). Sarebbe toccata anche a me. Stava già toccando anche me. Una guerra che molti non ritenevano così importante vincere, “tanto si sta bene lo stesso”. Invece non era, non è, affatto vero.

Mi chiedo quale potrebbe essere il ready-made più rappresentativo dei nostri giorni.
Ho pensato ad un “like”, quello del Famoso social Betwork. E’ ready-made se lo estrapoliamo dal suo contesto e dai suoi significati più o meno compresi, e lo lasciamo magari lì da solo. Un “like” a se stesso. I like the like. Considerando che like significa anche a somiglianza di, è un cerchio perfetto.

Un mobile Ikea è un ready-made-self-assemblage?

E gli autoscatti, grottescamente contestualizzati nelle toilettes, che spiccano su tanti profili del Famoso social Betwork, chiamati selfies, sono ready-made? E’ ready-made il concetto che puntella le facciate di queste scenografie da villaggio di film western, dietro alle quali non c’è proprio nulla? Ma fa scena. Anche i proiettili dei cowboys sono a salve. Conflitti dai quali non esce vivo o morto nessuno, ma sono morti entrambi perchè fingono. Perchè le ragazze mettono le labbra “a papera” quando si scattano le selfies?

Nel nostro secolo del pronto-all’uso, il ready-made ha anche un’accezione commerciale.
Penso al ready-to-wear, pret-a-porter.
Penso al ready-meal, al cibo spazzatura.
Penso alle teorie catastrofiste, secondo le quali, forse, si salveranno solo i contadini.
Essendo capaci di coltivare la terra, dunque procacciarsi cibo.
Gli altri non troveranno più cibo-in-scatola da porter consumare nel giro di poco.
Penso alle teorie alternative al consumismo: il riciclo, il riuso.

Penso alla realtà come ready-made collettivo.
Ma di questo scriverò prossimamente, parlando di SF, il Social del Futuro.


Dunque: teniamo a mente tutto questo, e andiamo al sodo.

A proposito dell'ultimo film di Paolo Sorrentino.
A me piace molto il titolo, perché pone l'italiano medio di fronte ad un problema.
Forse non solo l’italiano medio: bensì anche l’italiano pollice, indice, anulare e mignolo.
Chiamarlo “problema” è un problema, perchè per molti non è affatto un problema.
E invece.

Se state pensando che si tratti di una questione di filosofia estetica, siete in errore.
Il mio è un punto di vista strettamente grammaticale.

Infatti, il titolo di questo film vincitore del Golden Globe inizia con un articolo determinativo. Nella nostro caso: inizia con l’articolo determinativo "LA".

Facciamo un esempio.
Scriviamo: "Che cosa penso della "La grande bellezza". E’ sbagliato.
Riproviamo: "Che cosa penso della "Grande bellezza". Manca l'articolo al titolo.
Abbiamo allora due possibilità:
“Che cosa penso de “La grande bellezza”.
Oppure “Che cosa penso della “Grande bellezza”.

Qual’è la forma più corretta? Come si risolve questo mistero?

Un passo indietro.
Esistono gli articoli determinativi IL / LO / LA / I / GLI / LE.
Ed esistono le preposizioni semplici DI / A / DA / IN / CON / SU / PER / TRA / FRA
Le preposizioni semplici contraggono l’articolo determinativo per formare una sola parola.
Queste nuove parole si chiamano: preposizioni articolate.
Esempio: DI + IL = DEL oppure DI + LA = DELLA
“Che cosa penso di + la grande bellezza” = “Che cosa penso della grande bellezza.”

E allora la forma “Che cosa penso de “La grande bellezza” da dove salta fuori?

"La grande bellezza" è citazione di un nome proprio di opera. L’uso che si possa considerare intatto il nome proprio di persona, luogo oppure opera deriva dall'imitazione della scrittura analitica dei testi degli antichi amanuensi, che trascrivevano la poesia o la prosa usando la forma della preposizione articolata con la consonante scempia seguita dall’articolo determinativo. Scrivevano DE + LA ma pronunciavano DELLA (all’incirca, per farla breve).

Da dove prendevano questa convinzione gli antichi amanuensi che hanno trascritto i capolavori del passato? Dalla Divina Commedia. Dante scriveva così. E parecchi poeti dopo di lui hanno continuato a farlo in questo modo.

Però.
Se scrivete “Che cosa penso della Grande Bellezza” non sbagliate affatto. L’Accademia della Crusca, infatti, consiglia l’uso più vicino alla pronuncia, anche per non cadere in un vortice che ci obbligherebbe a scrivere la nostra lingua in un modo diverso da come si pronuncia colloquialmente, e in forme molto arcaiche. Ad esempio, non dovremmo scrivere “Berlusconi, dopo il terribile terremoto, si è recato all’Aquila”, bensì “Berlusconi, dopo il terribile terremoto, si è recato in L’Aquila”. Suona male, non scorre. A prescindere.

Questo per dire: dietro a molte delle scelte che compiamo ogni giorno si nascondono storie insospettabili (anche a noi stessi). Parte del nostro compito, e probabilmente della nostra realizzazione, è diventare coscienti delle scelte che stiamo facendo. Questo si traduce nel diventarne pienamente responsabili. Uno dei compiti attribuiti alle arti: compiere delle scelte (soggetto: l’artista), e far compiere delle scelte (a chi? al pubblico). Oppure, almeno: far comprendere al pubblico il perchè delle sue scelte (delle scelte del pubblico).


L’estetica non dovrebbe essere soltanto un ornamento, nè l’opera essere solo decorativa.
Tantomeno, non dovrebbe essere sbilanciata solo per essere esteticamente gradevole, e dunque attirare il pubblico, oppure i favori della critica. Altrimenti è un ready-made costruito ad arte da qualcuno per essere esportato e consumato da chi vuole una bella immagine rassicurante e preconfezionata.

Mi viene in mente una citazione latina, che credo di aver sentito almeno dieci anni fa. In breve e parafrasando, parla del medico che cosparge di miele il bordo del bicchiere che contiene una medicina amara, così che il malato, ingannato, mandi giù tutto.

Il problema è che a cospargere troppo di miele si inzacchera anche la medicina, che non funziona più (per non parlare dei bicchieri pieno solo di miele: fantastici, ma chi vivrebbe solo di questo?). La stessa cosa per le arti: raramente si trova il giusto equilibrio di estetica (piacevolezza) e capacità di condurre fuori dalla propria area di comfort il pubblico. Dal momento che molto pubblico ha una forte dipendenza da sostanze divertogene, risulta più facile averlo tra i propri acquirenti con molto miele e poca medicina.

Poi ci sono i complottisti che affermano che non si vuole dare al pubblico nessuna medicina, per tenerlo così com’è, e magari non sbagliano del tutto.

Tony Servillo, al telefono con la giornalista di Rai News, convinto che non si senta più quello che sta dicendo, perchè la conversazione telefonica è disturbata dall’attraversamento in automobile di una galleria: “Ma [bestemmia]... ‘sta cretina di Rai News”. Lo stesso, poco prima, alla giornalista che gli chiedeva un’opinione in merito alle critiche mosse al film: “Credo che la maggior parte degli italiani voglia condividere un entusiasmo...”

Quando ho visto alcune scene della Grande Bellezza, ho pensato: è un ready-made!
C’era la scelta degli oggetti da parte dell’artista-regista.
E non solo degli oggetti: anche dei ruoli, delle situazioni.
C’era il luogo adibito alla trasformazione in simbolo: il contesto del film, lo schermo.
Alcune inquadrature, l’uso della luce.

Quando un artista si confronta con la tecnica del ready-made sta cercando un senso nell’oggetto che estrapola dal contesto. L’oggetto è un assemblage prodotto dalla società che l’artista stesso abita, nella quale si muove. Dunque, cerca un perchè a quell’oggetto. Alla società che l’ha prodotto, così, in quel modo. E probabilmente cerca anche un’indulgenza plenaria per se stesso.

Indulgenza plenaria alle scelte che ha compiuto nella vita. Quelle che lo hanno condotto ad un destino piuttosto che ad un altro. E indaga a che punto finisca la responsabilità per sè e per gli altri (vittime collaterali), e da che punto in poi sia “destino”. Qual’è il potere del luogo che trasforma l’oggetto in simbolo? Chi dà a questo luogo il suo potere? Qual’è il senso dell’oggetto? Qual’è il senso della società che l’ha prodotto? Qual’è il mio senso all’interno di questa società? C’era qualcosa che poteva essere tentato, e invece la mancanza di volontà oppure il destino l’ha impedito?

“C'erano obiezioni che erano state dimenticate? Ce n'erano di certo. La logica è, sì, incrollabile, ma non resiste a un uomo che vuole vivere. Dov'era il giudice che lui non aveva mai visto? Dov'era l'alto tribunale al quale non era mai giunto? Levò le mani e allargò le dita.
Ma sulla gola di K. si posarono le mani di uno dei signori, mentre l'altro gli spingeva il coltello in fondo al cuore e ve lo rigirava due volte. Con gli occhi che si spegnevano K. vide ancora come, davanti al suo viso, appoggiati guancia a guancia, i signori scrutavano il momento risolutivo. «Come un cane!», disse, fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere.” [da “Il processo” di Franz Kafka]

A proposito dell'ultimo film di Paolo Sorrentino.
A me piace molto il titolo, perché pone l'italiano medio di fronte ad un problema.
Chiamarlo “problema” è un problema, perchè per molti non è affatto un problema.
E invece è un problema, e precisamente: quanto decido io, e quanto decide il destino.

Jep Gambardella: “A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: "La fessa". Io, invece, rispondevo: "L'odore delle case dei vecchi". La domanda era: "Che cosa ti piace di più veramente nella vita?". Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. Ero destinato a diventare Jep Gambardella.”

Forse quello che chiamiamo destino è in parte una resa; una resa di fronte alla mole immensa ed inestricabile di (con)cause che ci spingono a questa piuttosto che a quella scelta. Tutto il resto rischia di diventare una bella favola: ciascuno si costruisce la sua, per ottenere il perdono da se stesso. Anche con un ready-made sontuoso (che rischia di diventare pre-sontuoso). Basta crederci, e trovare buoni complici.