Visualizzazione post con etichetta errori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta errori. Mostra tutti i post
martedì 29 luglio 2014
Quella fotografia
“Il meccanismo della maschera,
più o meno invariabilmente associato alla tematizzazione del volto,
non fa che consolidare e indirizzare ulteriormente
il funzionamento di quel processo:
lo schermo è appunto ciò su cui qualcosa si proietta visibilmente
ma è anche ciò che copre e occulta.”
[da L’immagine che siamo, Di Monte / Riedmatten, Carocci]
Mettiamo da parte, per il tempo di qualche pagina, la differenza tra ciò che non si può fare e ciò che non si deve fare. Non dovremmo sottovalutare la questione del dovere, ma possiamo provare a fingere che non sia rilevante, nel mondo che stiamo andando ad immaginare. E’ un esercizio di estro, se ne fanno molti, consapevolmente o meno, aggiungiamone un altro, questo. Siamo in laboratorio, è tutto sotto controllo, non può accadere che il risultato del nostro esperimento abbandoni questo luogo e si diffonda nel mondo. Abbiamo indossato camici bianchi, maschere protettive, guanti. Dunque, tentiamo: premiamo il bottone, azioniamo la centrifuga, aggiungiamo l’additivo segreto, ed ecco che se ne va via la differenza tra cosa non si può fare e cosa non si deve fare.
Tolta questa differenza, possiamo coniare un neologismo: le cose che non si possono fare e quelle che non si devono fare ora si chiamano: non-si. Che siano cose che non si possono fare perchè impossibili per le leggi della fisica di questa parte di universo, che non si possono fare perchè non ne siamo (ancora) in grado, oppure che siano cose che non si possono nemmeno immaginare; e che siano cose che non si devono fare, perchè moralmente riprovevoli, oppure dannose per se stessi e per gli altri; non importa, ora si chiamano tutte cose che non-si. Stiamo ancora tutti bene? Successo qualcosa? L’esperimento è sempre nella sua teca a tenuta stagna, tutto bene. Che non vengano a saperlo quelli del Dizionario della Crusca, che abbiamo coniato un neologismo; al massimo lo faremo passare per una sigla, un’ abbreviazione di una formula, in ogni caso non-si resta qui, non verrà usato nell’italiano scritto nè tantomeno parlato.
Che sia un’aberrazione, è chiaro: affermare che non ci sia differenza tra una cosa che non si può fare per ragioni fisiche e una cosa che non si deve fare per ragioni morali rende incerto ogni successivo passo, proietta immediatamente la mente del lettore a tutte quelle azioni che non si dovrebbero fare ma si fanno, a tutte quelle cose che si desirano ma sono impossibili, a tutte quelle cose che immaginiamo possano accadere ma sono troppo lontane nell’orrore (oppure nella distanza geografica) per poter essere considerate; chiuse dentro quattro confini fatti di parole. Non importa, persistiamo nell’errore. Ora si chiamano tutte cose che non-si.
Premesso questo, è possibile immaginare un testo che non-si? Un’opera d’arte che non-si? Una musica che non-si? Una fotografia che non-si? Mi riferisco, in questo ultimo caso, a “quella fotografia”, che per qualche giorno è comparsa sui social networks: “quella fotografia” che i giornali mai si sarebbero sognati di pubblicare, che i canali televisivi non hanno mandato in onda per ovvie ragioni, “quella fotografia” che anche a cercarla in Rete sui motori di ricerca si fa fatica, “quella fotografia” che, così come è sbocciata (come un fiore velenoso) sulle bacheche di molti dei nostri contatti, condivisa e ri-condivisa, allo stesso modo è finita in fondo alla pagina, sotto centinaia e centinaia di altre notizie, indifferentemente, che siano cose stupide oppure intelligentissime, lodevoli e generose oppure immani perdite di tempo. Mi riferisco a “quella fotografia”.
Quella del bambino, palestinese, morto, con la testa in frantumi.
Una sola parola in meno nella frase precedente, e sarebbe stato tutto diverso.
Non sarebbe più stata quella cosa lì.
A questo punto credo che circa 2/3 dei miei abituali lettori abbiano smesso di leggere, e siano andati altrove per la Rete. Perchè se ne parla tanto ed in tutti i modi, di quello che sta succedendo a Gaza; perchè abbiamo fatto indigestione di opinioni e punti di vista, confutazioni e ri-confutazioni; perchè non sappiamo che cosa fare, e se vogliamo farlo; perchè ci è ben palese la nostra impotenza, oppure ci è stata ben nascosta la nostra possibilità di porre fine a qualcosa che, a prescindere da chi abbia torto e chi abbia ragione, umanamente ci ripugna; e per questo, forse, la quantità di informazioni ci aiuta ad esorcizzare, a tenere lontano, come un veleno che si prende a piccole dosi per poter sviluppare la necessaria resistenza, sempre che non accada a noi, prima o poi (ma a quel punto non saremo più spettatori, e non sarà più quella cosa lì).
Ogni considerazione politica, sociale e/o storica verrà lasciata fuori dai margini di queste pagine fatte di bit, non per un’infinità di ragioni bensì per una soltanto. E’ di “quella fotografia” e basta, che vorrei scrivere, per quanto lo trovi difficile, forse impossibile. Che sia un falso, che non sia una foto recente, che sia stata manipolata, che non si riferisca all’attuale conflitto, che non sia stata ritoccata ma costruita “scenograficamente ad arte” nella realtà, che chi l’abbia pubblicata avesse le sue ragioni, al netto delle ragioni di chi non avrebbe voluto vederla (davanti ai suoi occhi come a quelli degli altri), che siano chiari oppure subdoli gli intenti di diffondere una fotografia “come quella”; tutto questo appartiene ad un’altra fetta di mondo. Scriverò solo di “quella fotografia” che mi ha diviso tra: la tentazione di osservare a fondo, e quella di scorrere e basta, per non vedere l’orrore. Quando ho visto “quella fotografia” mi sono detto: “No, questa no, è una fotografia che non-si...” e mi sono fermato.
Sulla sinistra della fotografia c’è un braccio, forse di un medico (con una macchia di sangue sulla pelle, sangue non suo) che trattiene un uomo. Al centro della fotografia c’è quell’uomo, l’espressione del quale ci rende impossibile definirne con esattezza l’età, e potrebbe essere il fratello, il padre, un conoscente della vittima; e urla, ulula, ha la bocca aperta ma non si capisce se stia inspirando oppure espirando, parole oppure un urlo, muto oppure fragoroso. Sulla destra della fotografia c’è un bambino: disteso su un letto, forse d’ospedale, troppo pulito e ordinato, come se avessero appena adagiato il suo corpo; ha le braccia e le gambe abbandonate. Al posto del cranio, sulla parte posteriore e laterale, ha una voragine, rosa, rossa e nera. Non c’è quello che ci aspetteremmo: il cervello è andato perso, distrutto, asportato. Non ne vediamo nemmeno più il volto, in parte voltato, in parte spappolato, disperso.
E’ una fotografia che non-si: per l’effetto che ha, che vorrebbe avere, che dovrebbe avere; diffonderla forse significa avere troppa fiducia in un’intenzione, positiva o negativa che sia; avere la presunzione di sapere come andrà a finire; e invece l’effetto è incontrollabile, e qualora sia stata condivisa e ri-condivisa per ottenere uno shock nell’osservatore, una reazione inaspettata, anche in questo caso sui lunghi tempi che cosa si ottiene; forse di averla resa normale, sopportabile; e nemmeno si può dire che si possa in qualche modo, prima, preparare il pubblico, perchè “quella fotografia” colpisce l’emozione prima ancora dell’intelletto; un archetipo sepolto negli abissi umani, prima che si attivi una possibile reazione intenzionale.
Ecco che, per la forza stessa di “quella fotografia”, il mio scrivere vira in una direzione di giudizio. No, non è quello che voglio: servirebbe, basterebbe la fredda oggettività di un entomologo che studia uno scarafaggio trafitto da uno spillo? Il linguaggio piano, preciso, pulito, di un astrofisico che tiene una lezione sulle dimensioni delle galassie? E’ una fotografia, “quella fotografia”, che non-si. Eppure, è avvenuta: è stata scattata, messa in Rete, condivisa, ri-condivisa. Dunque, esistono cose in questo mondo che vanno contro il postulato del non-si, che stiamo provando a tenere in vitro nel nostro laboratorio immaginario. D'altro canto, si potrebbe affermare che sia importante che queste cose si vedano: il prezzo da pagare, per un commento intelligente, per un'idea sensata, per una crescita personale, è la superficialità di altri mille sguardi?
Il mondo fuori è un’eccezione a se stesso.
La morte, in qualche modo, resta uno scrigno chiuso. Non lo si può aprire a meno di non esserne risucchiati dentro, senza poterne uscire, senza poterla raccontare. Il suo è il mistero della prima persona: lascia spazio ad immaginazione, teorie, religione e scienza, crea territori di libertà dove ciascuno può ipotizzare. Si può speculare sul suo significato, sul suo aspetto, ma non sul contenuto reale. Un corpo senza vita mantiene un’identità; ci si separa dalla sua decomposizione in tempo per non vedere il materiale che riempie quell’identità. Quando la morte è presente, è presente nell’identità di un altro, e dunque non è la nostra. Ci si libera, ci si affranca, facendo ipotesi, da vivi.
Ma “quella fotografia” svela il gioco di prestigio. Mostra che cosa c’è dentro. Sottrae un’identità, e fa sì che al’interno di quel buco rosa, rosso e nero si possa immaginare la propria presenza, la propria fine. Mette a dura prova le proprie convinzioni sulla sopravvivenza dopo il termine ultimo, smonta i pezzi di un meccanismo, ne mostra gli ingranaggi, ciascuno dei quali non contiene l’identità dell’organismo biologico vivo, e la cui somma non restituirebbe comunque una parvenza di “rispettabilità” all’identità. Ecco, è tutto qui: si scarta il pacchetto, e non si trova niente di quello che si era immaginato. E la carta del pacchetto, che fino a pochi istanti prima era il regalo, è puro accidente passeggero. Senza senso.
“Quella fotografia” che “non-si” pone al centro del discorso una testa, e poi la sottrae, lasciandoci soli, di fronte ad un contorno; disintegra la testa, dunque anche il pensiero, ne lascia un buco vuoto, pone al cospetto dell’essere una cosa fatta di materia che pensa; e senza il cui supporto non se ne possono concepire più, di pensieri. E’ una damnatio memoriae ma al contrario: ecco, questo è il corpo, qui c’era materia cerebrale, ma ora non c’è più. Potrebbe esserci chiunque qui dentro, quindi: tutti. I responsabili diretti oppure indiretti di “quella fotografia” (che non-si) hanno ottenuto un effetto più perverso della cancellazione dell’identità: hanno messo in luce il suo annichilimento, la sua poltiglia informe, ne hanno tracciato un preciso profilo materico, dandole un peso, un colore, una consistenza, e nulla più resta dei milioni di mondi che il pensiero di quell’identità poteva (e avrà sicuramente) concepito durante la sua esistenza biologica. Altri diranno: non confondere la fotografia con l'atto che racconta. La colpa è altrove, lo scatto testimonia.
Le maschere funerarie; i busti in marmo; i ritratti su tela; il “ti prego, non in faccia” del condannato a morte dalla mafia che implora affinchè la sua immagine non venga deturpata, almeno quella, e sia riconoscibile dai familiari, quando sarà cadavere; quel fotografo di cui non ricordo il nome, che si recò all’obitorio per fotografare che cosa ci fosse dietro al volto e che disse, tempo dopo: “solo io so quanto mi è costato scattare quella fotografia”; l’ultimo gesto disperato dei passeggeri del volo abbattutto nei cieli dell’Ucraina, le mani portate al volto, per nasconderlo, per sottrarlo all’impatto e alla distruzione; ecco, si intravede un percorso che termina, in questi giorni, con “quella fotografia”, che mette in luce tutto il niente, dei carnefici e delle vittime, su social networks che accumulano dati senza ricordarsene; una sorta di allenamento al combattimento che promette (mentendo) di rendere forti, resistenti alla vita reale; e invece sclerotizza i muscoli e li rende enormi, appariscenti, come nel body-building più estremo; muscoli totalmente inutili alla vita reale, fuori dalla Rete. Un'oscena selfie di grado zero.
“Quella fotografia” potrebbe essere la locandina del film di un possibile futuro verso il quale ci stiamo avviando (e solo da spettatori): il film della trasparenza totale, assoluta; così nociva perchè non permette all’essere umano (come lo conoscevamo, come vorremmo che restasse, come non ci rendiamo conto che ci è già stato in parte o del tutto sottratto) di muoversi in una sfera privata, incerta, dunque possibile, in uno spazio sconosciuto e misterioso dove sia ancora probabile, sognabile qualcosa; dunque dove sia possibile essere liberi. Invece, è tutto lì, presente, trasparente, niente di più, “quella fotografia” non nasconde nulla, palesa il nulla, esposto come un cranio svuotato.
E la libertà della Rete, di fronte a “quella fotografia”, si configura così: c’è solo il pulsante per mettere un like, oppure passare oltre senza fare nulla; il pulsante di non-like non è previsto; non è contemplato il pulsante del non-si. Buona visione di tutto un mondo che non-si: non importa se non si deve, non si può. Non-si, ma eccolo lì. Lo dice anche il neologismo stesso: non, cioè prima il no; poi il sì, si può, si deve; infine la compresenza di entrambi, dove nè il “non” nè il “sì” hanno più un senso.
“L’anima umana ha palesemente bisogno di sfere
nelle quali possa sostare in sè, senza lo sguardo dell’Altro:
è dotata di impermeabilità. Un’illuminazione totale la incendierebbe
e provocherebbe una particolare forma di burnout spirituale.
Solo la macchina è trasparente.
Spontaneità, evenemenzialità e libertà,
che caratterizzano generalmente la vita,
non ammettono trasparenza.”
[da La società della trasparenza, Byung-Chul Han, Nottetempo]
domenica 23 marzo 2014
Evolution loves Glitch
Evolution (and Darwin) loves Glitch
ovvero i corsi ECDL non vi hanno detto proprio tutta
la verità.
Alle scuole superiori girava (viralmente) un
ritornello che diceva:
La filosofia è quella cosa
con la quale e senza la quale
la vita resta tale e quale
Riferito al mio professore di filosofia, il
ritornello era assolutamente vero.
Si limitava a leggere intere pagine dal libro di
testo, e obbligava noi studenti a prendere appunti, perchè “scrivendo si
memorizza meglio”, diceva lui. Vero, forse, ma niente di più: mi
insospettiscono coloro che hanno un solo comandamento, in questo caso “Non
avrai altro metodo al di fuori di questo.”
Riferito a quello che ho sentito dai docenti
universitari, il ritornello era forse vero.
Sentivo aleggiare però nelle aule un sottile odore di
formaldeide, come se Platone, Kant ed Hegel fossero stati impagliati ad uso e
consumo di un sistema scolastico inappropriato e fuori tempo, oltre che per
placare la disposofobia dei docenti stessi, forse anche il bisogno di
circondarsi di cose morte per sentirsi vivi, chi lo sa, l’ossessione di voler
controllare tutto quando ormai si sentono le urla dei barbari ai confini del
regno.
Riferito a quello che è la filosofia nella sua natura
intima, decisamente falso.
Nascosta nelle pieghe della storia, è forse la trama
e l’ordito sui quali ciascuno di noi si muove, prende le proprie decisioni, per
sè e per gli altri, ed in un certo senso, a vari livelli, fa quella cosa
chiamata storia, forse con azioni sempre troppo limitate, di fronte al
disembedding di un potere lontano ma
che ha conseguenze vicine.
Ma non è di un ritornello che scriverò in questo
pezzo, bensì del glitch.
Una breve ricerca su wikipedia vi renderà e-dot.ti
sul fatto che glitch è un termine
usato in: elettrotecnica > per indicare un picco breve e improvviso in una
forma d’onda, causato da un errore non prevedibile; dai tecnici del suono >
ed indica quando le saldature di un cavo stanno per saltare; nel mondo dei
videogames > per descrivere bugs nel software che, sfruttati a proprio
vantaggio, permettono azioni che normalmente la struttura del gioco non prevederebbe
(passare a livelli successivi velocemente, ottenere punteggi incredibili,
diventare invulnerabili et similia). Dal punto di vista di Superman > la
ridotta gravità terrestre è un glitch che
gli permette di fare cose che voi umani
non potreste immaginare.
Una ricerca un po’ più approfondita in Rete vi
renderà e-dot.tissimi sul fatto che il termine glitch fu usato per la prima volta da John Glenn, nel 1962. Arruolatosi
come pilota nel Corpo dei Marines in seguito all’attacco di Pearl Harbor,
sopravvisse alla campagna delle isole Marshall e alla guerra di Corea, a
differenza di (circa) 37.000 suoi commilitoni, e venne selezionato dalla Nasa
dopo essere diventato pilota collaudatore. Fu il primo statunitense ad andare
in orbita, restandoci per 4 ore e 55 minuti. Fu proprio durante questa
missione, la Mercury-Atlas 6, che John Glenn disse, riferendosi ad alcuni
problemi all’hardware del suo veivolo
“Literally, a glitch is a spike or change in voltage
in an electrical current.”
Sul Canadian Oxford il termine glitch è inserito nella lista delle parole usate nel ventesimo secolo
di cui non si conosce l’origine; sul Random House’s American Slang, invece, la
sua etimologia viene fatta risalire alla parola tedesca glitschen e/o alla
parola yiddish gletshn (in entambi i casi, “scivolare”). Perbacco. Come ci sarà
finita sulle labbra del patriota statunitense John Glenn?
Nel gennaio 2002 il collettivo Motherboard promosse
un simposio dedicato a tutti quegli artisti che lavoravano nell’ambito del glitch, ovvero: da un malfunzionamento
tecnico, analogico oppure digitale, casuale oppure indotto (operando
direttamente sull’hardware oppure a livello di codice) traevano materiale per
le loro opere d’arte. Il glitch, in
quanto difetto, ispirava artisti
visivi, videomakers e musicisti, che ne hanno fatto un elemento estetico nelle
loro opere.
Appurato tutto questo, scendiamo nel dettaglio.
Il glitch
nelle opere d’arte multimediali, nelle immagini oppure nei video.
Ecco la ricetta.
1 - Scegliete un file .jpg di vostro gradimento. Una
vostra selfie andrà benissimo, via.
2 - Cliccate con il tasto destro del mouse sul file,
e aprite il file con un editor di testo.
3 - Vedrete una cosa “incomprensibile” simile a
questa:
Il Grillo Parlante dei corsi ECDL ci ha sempre detto
che non bisogna pasticciare i files in questo modo, perchè dopo non funzionano
più. E’ vero, ma noi siamo curiosi, creativi, insolenti, non gli diamo retta e
ci mettiamo mano, in uno o più dei seguenti modi, in ordine crescente di
creatività:
> scrivendo cose a caso
(adèfa235t798$%&/sàdioàasdf+aisjg03w88q4+q84tèf)
> scrivendo frasi di senso compiuto, poesie,
copiando citazioni dai vostri libri preferiti
> asportando parti di codice (poche lettere oppure
decine di righe)
> copiando e re-incollando intere parti di codice
(la danza del ctrl-c ctrl-v)
> aprendo un secondo file (un altro .jgp, o quello
che vi viene in mente) e innestando parti del codice di quest’ultimo nel file
.jpg che state manipolando
Quando le pulsioni della vostra vena creativa hanno
trovato soddisfazione...
4 - Chiudete il file e salvate con la stessa
estensione che aveva in precedenza .jpg
5 - Cliccate sul file per aprire l’immagine e
ammirate il risultato. Emozionati?
A volte il file è troppo corrotto, e non si vede
niente.
Altre volte non si nota alcun cambiamento apparente.
Altre ancora il risultato è un immagine affetta da
uno o più glitch.
Serve un po’ di esperienza per ottenere risultati
apprezzabili con la tecnica del glitch
indotto: quali parti di codice andare a manipolare, cosa togliere e che cosa no,
affinchè l’immagine risulti almeno
visibile. Comunque, in tutto il processo c’è una buona dose di casualità.
Ve l’avevo detto di fare una copia di sicurezza del
file originario? No?
Peccato, avrei dovuto avvisarvi. Il file originario è
perso per sempre.
C’è poco da disperarsi. Abbiamo semplicemente
accelerato un fenomeno che riguarda (non solo) la materia della Rete: per
quanto possa sembrare eterna è comunque conservata su supporti magnetici, che
sui lunghissimi tempi tendono a s-magnetizzarsi, a meno che non vengano fatte
periodiche copie; un po’ quello che fa la natura quando cerca di sopravvivere
al decadimento e alla morte, replicando se stessa.
Anche in natura, guardacaso (ma neanche troppo -caso,
visto che la Rete, effetti di composizione a parte, è un “prodotto” dall’uomo,
che è a sua volta è un “prodotto” della natura), esiste qualcosa che potremmo
chiamare glitch; tanto caro a Darwin
quando pensò bene di raccontare la storia dell’evoluzione in modo un po’
diverso da come la vedevano invece i creazionisti; tramite variazioni casuali
del patrimonio genetico e glitch le
specie si evolvono.
La discussione è ancora aperta, soprattutto negli
Stati Uniti – ehi, patria di quel John Glenn che per primo disse “glitch!” - alcuni preferiscono pensare
ad un IDD, Intervento Divino Diretto, che ci ha portati ad avere due occhi, due
mani, una bocca etc; altri che sia il risultato di una serie di mutazioni
casuali, le migliori delle quali hanno favorito certi organismi viventi; altri
riesumano Lamarck, che forse si è espresso male ma non aveva proprio tutti i
torti, considerando che il comportamento di vita dei genitori va ad influenzare
(riassumendo al limite del fraintendimento) il patrimonio genetico che verrà
trasmesso alla prole; altri ancora che ci sia un’intenzione precisa dietro a
quelle mutazioni, un’idea estetica e funzionale, e che la natura tenda al
bello.
Poi ci sono gli OGM, che in fondo sono glitch perchè
non sappiamo (oppure sappiamo ma fa comodo far finta di no) tutte le
conseguenze del loro inserimento nell’ecosistema.
Poi c’è la creatività, che forse funziona grazie ai
glitch, quando improvvisamente vedi la realtà da un punto di vista totalmente
diverso e ti chiedi come mai, che cosa sia successo.
Insomma, tutti cercano di capire se chi ha aperto il
file e ha pasticciato con il codice avesse idea di che cosa stava facendo o
meno. Insomma:
Il glitch è
quella cosa
con la quale e grazie alla quale
la vita non resta mai tale e quale
se ti va bene, il risultato è bello e funzionale
se ti va male, non sai bene chi ringraziaLe
venerdì 7 marzo 2014
L'Etichettatore, ovvero: anatomia del fallimento
L'ETICHETTATORE
ovvero: anatomia del fallimento
Dopo
le “poesie murali” di Melina Riccio (che trovate qui) e i disegni sulle cabine
di manutenzione dell’Enel dell’Anonimo Pornografico (che trovate qui), con
questo nuovo pezzo proverò a raccontare dell’Etichettatore.
E’
necessario vivere a Torino da tempo per accorgersi dell’Etichettatore, ed avere
molto spirito di osservazione. A me sono serviti anni per arrivare a capire che
certe etichette adesive viste sui muri della città non erano casuali, bensì
opera della stessa mano, di qualcuno che operava (e ancora oggi opera) in modo
sistematico.
Il
primo intervento dell’Etichettatore in cui mi sono imbattuto risale, credo, a
dieci anni fa. Alla fermata dell’autobus numero 61 avevo notato su un palo un’etichetta
bianca, di circa 5X3 centimetri, posizionata con il lato lungo orizzontale,
scritta in stampatello, probabilmente con una penna a sfera.
Non
ricordo il gioco di parole scritto su quell’etichetta adesiva, e purtroppo oggi
quel palo è stato rimosso per fare spazio ad alcuni lavori stradali di ampliamento
del marciapiede. Molti mesi dopo, passeggiando per via Po, notai un’altra
etichetta adesiva: stesso formato e stesso stile di scrittura. Altro gioco di
parole che non ricordo esattamente.
Insomma,
di tanto in tanto e a distanza di tempo mi capitava di trovare queste
etichette. Più o meno sempre le stesse dimensioni, scritte a penna a sfera,
alcune volte sottolineate con un evidenziatore giallo oppure arancione. Poi, per
un po’ di tempo, non ne vidi più. Forse c’erano e non prestavo abbastanza
attenzione, forse comparivano in zone della città lontane dai miei percorsi
abituali, forse l’Etichettatore si era preso un momento di pausa dalla sua
impresa etichettatrice.
Tornarono
alla mia attenzione quando la Stampa, il 26 agosto del 2008, riportò quel
brutto episodio avvenuto al monastero di San Colombano, a Belmonte: quattro
frati erano stati picchiati selvaggiamente da una banda di malviventi. Gli
inquirenti seguivano varie piste, e prima di trovare i colpevoli (che
osservavano da tempo i frati, e avevano intenzione di rubare i soldi delle
offerte), notarono alcune piccole etichette adesive su uno dei muri del
monastero. La foto che corredava l’articolo era quella di una delle etichette
adesive che avevo visto anch’io. Non era quella la pista corretta, non c’era
nessuna relazione tra il fatto e le etichette, ma in un lampo mi ero reso conto
che il misterioso Etichettatore operava anche fuori dai confini cittadini.
Nuovamente,
per molti anni, durante i miei spostamenti a piedi per la città non ho più
notato alcuna Etichetta Adesiva. Fa un certo effetto raccontare una storia
misurandola in “anni”, oggi che tutto è immediato ed in tempo reale.
Qualche
giorno fa, sulla porta antincendio del negozio dove lavoro, è spuntata una
nuova Etichetta Adesiva, esattamente come le altre, e sempre scritta a mano.
A
distanza di dieci anni e più dalla prima che ho notato.
L’Etichettatore
è ancora all’opera, dopo tutto questo tempo. Scatto una fotografia ed inizio a
pensare ad un pezzo che racconti questa cosa curiosa.
Vorrei
provare a ritrovare le altre che ho notato anno dopo anno per fotografarle, ma
non ho abbastanza tempo per dedicarmi a questa cerca. Eppure, sono fortunato:
per caso ne trovo un’altra dalle parti di via sant’Agostino.
Che
cosa c’è scritto su queste etichette? Da quello che ricordo delle prime
avvistate, e dalle ultime che ho avuto modo di fotografare, si tratta di giochi
di parole volgari e piuttosto
stupidi; spesso anticlericali. Si potrebbero ad un primo sguardo anche definire
opera di un omofobo, tuttavia l’accento sembra posto più sull’ipocrisia di chi
si professa contro e poi si comporta diversamente.
Un
esempio, che spesso ho ritrovato ripetuto su molte etichette:
VA-TIC-ANO
Su
molte altre etichette c’erano nomi e cognomi di persone, che naturalmente non
riporto per motivi di privacy. Su alcune si trovavano anche commenti a
proposito delle brutture del mondo del lavoro e dei nuovi contratti interinali,
ChiChiChi, CoCoCo, GuruGuruGu QuaQua (cfr Pippo Franco)
A
latere di quanto si trova scritto su queste etichette (servirebbe un campione
abbastanza ampio per poter tracciare un profilo) e del perchè lo faccia, mi
lascia allibito la costanza dell’Etichettatore. Andare avanti per anni a
compiere un’azione che... stavo per scrivere: “è senza senso, senza un
risultato effettivo”, ma mi sono fermato.
Parliamo
dunque delle azioni impossibili, e dell’anatomia del fallimento.
Perchè
un’azione fallisce?
Perchè l’obbiettivo è impossibile.
Vorrei
svuotare il mare con un cucchiaino, goccia a goccia.
Perchè l’esecutore dell’azione non è
capace di portare a termine quell’azione.
Vorrei
alzare cento chili, ma i miei muscoli non sono abbastanza sviluppati per farlo.
Perchè la società è contraria a quel
tipo di azione, e la ritiene inopportuna.
Vorrei
recintare e appropriarmi di un appezzamento di terreno, ma è suolo pubblico.
Possiamo
annoverare poi altri due fattori di fallimento:
Il fattore casuale.
La
freccia non ha centrato il bersaglio perchè un colpo di vento l’ha spostata.
La visione errata.
Vorrei
volare per lunghi tratti con un marchingegno
a pedali, ma fisicamente è impossibile.
Torniamo
al nostro Etichettatore. Lasciamo da parte le nostre supposizioni a proposito
del perchè agisca in questo modo, e proviamo ad applicare quanto scritto
proprio qui sopra.
Impossibilità fisica: se vuole tappezzare tutta la città di etichette
adesive, probabilmente siamo nel campo dell’impossibilità fisica; certo,
potrebbe anche farcela, ma consideriamo che quando avrà quasi completamente
ricoperto il quartiere di San Salvario, altre etichette a Santa Rita si saranno
staccate, palazzi già ricoperti saranno abbattuti, nuovi edifici saranno stati
costruiti.
Incapacità personale: l’Etichettatore non ha il tempo necessario per
attaccare tutte le etichette che vorrebbe: deve pur dormire, mangiare,
spostarsi da un luogo all’altro. E soprattutto, per quanto possa vivere a
lungo, non gli basterà il tempo della sua esistenza terrena per portare a
termine il suo compito.
Convenzione sociale: le etichette adesive non si devono attaccare, i
muri non sono di proprietà dell’Etichettatore, e le cose che scrive potrebbero
essere false e diffamanti. Se vuole “sensibilizzare” la città su alcune
questioni, lo sta facendo in modo inefficace. Essendo però io stesso portatore
sano? insano? inconsapevole? di convenzioni sociali, mi chiedo: nel mio
giudicarlo male sto applicando categorie che mi sono state inculcate e di cui
non mi accorgo, che ritengo scontate, oppure sono realmente convinto della loro
“giustezza”? Se l’Etichettatore è spinto nel suo agire da un’ossessione, di cui
forse non si rende conto appieno, altrettanto lo sono io nel giudicarlo,
portato da convenzioni sociali che ho assorbito in parte senza rendermene
conto.
Intermezzo:
il Gran Pertus.
In piemontese, “pertus” significa
“buco”. Il Gran Pertus è una galleria lunga 433 metri, scavata attraverso la
montagna di Chiomonte, in Val di Susa, da Colombano Romean. Per scavare questa
galleria il signor Romean ha lavorato dal 1526 al 1533, per 7 anni consecutivi,
mentre gli abitanti della valle lo schernivano e gli davano del pazzo. Oggi i
campi e i prati delle borgate di Cels e Ramats sono verdi e fertili, grazie
all’acqua che attraversa questa galleria e arriva dalla vicina Val Clarea,
dall’altra parte della montagna. Il Pertus è anche percorribile dagli
escursionisti, con l’ausilio di torce, attrezzatura e vestiario adeguati.
Sono
sicuro che al mondo ci siano migliaia di persone impegnate in progetti
assolutamente “impossibili”. Alcuni sono impossibili fisicamente, altri
destinati a fallire per incapacità naturale degli esecutori, altri invece
socialmente non accettati, perchè la società non può oppure non vuole
accogliere questi cambiamenti. E sono altrettanto sicuro che il 90% di queste
imprese “folli” falliscano senza che nessuno se ne accorga, e vadano persi
così, “come lacrime nella pioggia”.
Alcune, magari assistite
da una buona dose di fortuna, giungono invece a compimento, e allora potrebbero
essere una delle Sette Meraviglie del Mondo, grandi trasformazioni sociali,
scoperte scientifiche rivoluzionarie. Un elemento però accomuna tutte queste
opere: la costanza e la tenacia di chi le ha: prima pensate, poi tentate. L’ingrediente
senza il quale lo Stupore non si manifesta è una buona dose di non-buon-senso.
Credo
anche che esistano le I.I.I., le Inconsapevoli Imprese Impossibili, molto
diffuse e forse anche tentate da alcuni di noi; destinate a fallire nonostante
siano socialmente accettate (anzi, addirittura incoraggiate): essere felici
accumulando denaro, oggetti, notorietà; oppure il grande rimosso ma
segretamente desiderato: vivere per sempre. Il fatto che siano socialmente
accettate non è automaticamente un sostitutivo della bontà di queste imprese.
Mi
chiedo anche se: non sia uno sforzo per cui valga la pena di impegnarsi >
quello di dare più ampia possibilità affinchè le imprese impossibili-ma-importanti
abbiano impossibilità di accadere; e la casualità oppure la cecità delle
convenzioni sociali (più comode, a volte, che necessarie) non le soffochino
ingiustamente, prima che possano essere provate sul campo.
Per
concludere, tornando al misterioso Etichettatore, mi chiedo: al netto del fatto
che sia ancora attivo ed in circolazione, ed io incroci le sue etichette
adesive, perchè ora le noto meno? Oggi non giro più per le strade della mia
città come una volta? Sono più disattento? La mia percezione selettiva della
realtà ferma la mia attenzione su altro?
Aggiornamento 9 novembre 2014
Aggiornamento 9 novembre 2014
mercoledì 28 agosto 2013
Il male che non vedo
Per molti cittadini tedeschi, durante la seconda guerra mondiale, i campi di concentramento erano una realtà “normale”. Ho sempre temuto la mostruosità della normalità. Non è il male che vedo, a spaventarmi, bensì quello che non vedo, di cui non mi accorgo, che sono abituato a vedere dunque ritenere accettabile, connaturato alla realtà che sto vivendo. Lo sguardo che passa e non si sofferma, credendo di sapere abbastanza su di una cosa per giudicarla positiva o negativa, questa sorta di presunzione per cui si abbia la verità in tasca, a portata di mano, senza impegno e senza attenzione, questo è uno dei problemi fondamentali del nostro secolo. Che in Africa si debba continuare a morire di fame e di sete. Che centinaia di giovani dei paesi occidentali debbano rinunciare alle proprie aspirazioni per pagare gli errori e i debiti dei ricchi, vivendo in storture lavorative per far diventare ancora più ricchi i ricchi. Che il proprio tempo sia stato totalmente monopolizzato dalla produzione, e che non ne resti più per se stessi. E via dicendo. Dunque, creatura ancora non nata che guarderai a questi nostri anni, non essere clemente con i nostri peccati di omissione, e impara dalla nostra ignavia che il male si nutre della normalità.
mercoledì 24 luglio 2013
Il Cestino del Genio
Ho sempre avuto il desiderio di poter curiosare in quello che chiamo “Il Cestino del Genio”. Parlo di artisti, nel senso più ampio del termine, da Leopardi a Kubrick a Leonardo a Einstein. Li conosciamo tramite le loro opere. Ma sono certo che i loro “lavori pubblici”, per i quali sono passati alla storia e che hanno cambiato il mondo, sono solo una piccola percentuale di tutto il materiale che hanno prodotto, e che in larga parte hanno dovuto scartare. Teorie errate, abbozzi di poesie, idee non sviluppate, vicoli ciechi, progetti abbandonati. Mi piacerebbe dare un’occhiata al “Cestino del Genio” non solo per potermi rendere conto di quanto lavoro è necessario per arrivare ad un pensiero bello, ad un messaggio interessante, ad una teoria che faccia fare un passo all’umanità, ma anche per vedere quali e quante scelte hanno dovuto fare per poter arrivare lì, oppure a che cosa hanno dovuto rinunciare, o ancora che cosa anche loro si sono persi per strada, nel corso delle cose della vita, che un po’ indirizzi e un po’ ti indirizza. Vorrei aprire un museo dedicato a tutte queste idee scartate, per necessità oppure per caso, così che chiunque possa rendersi conto di due cose. Che il genio forse non ha niente di più o di meno di tanti altri, ma semplicemente fa più tentativi e più errori; e che infinite sono le strade della vita, e che anche il genio lascia aperte le porte alla possibilità, sperando di passare attraverso il varco giusto.
Iscriviti a:
Post (Atom)







