Visualizzazione post con etichetta dettagli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta dettagli. Mostra tutti i post

domenica 23 marzo 2014

Evolution loves Glitch


Evolution (and Darwin) loves Glitch
ovvero i corsi ECDL non vi hanno detto proprio tutta la verità.

Alle scuole superiori girava (viralmente) un ritornello che diceva:

La filosofia è quella cosa
con la quale e senza la quale
la vita resta tale e quale

Riferito al mio professore di filosofia, il ritornello era assolutamente vero.
Si limitava a leggere intere pagine dal libro di testo, e obbligava noi studenti a prendere appunti, perchè “scrivendo si memorizza meglio”, diceva lui. Vero, forse, ma niente di più: mi insospettiscono coloro che hanno un solo comandamento, in questo caso “Non avrai altro metodo al di fuori di questo.”

Riferito a quello che ho sentito dai docenti universitari, il ritornello era forse vero.
Sentivo aleggiare però nelle aule un sottile odore di formaldeide, come se Platone, Kant ed Hegel fossero stati impagliati ad uso e consumo di un sistema scolastico inappropriato e fuori tempo, oltre che per placare la disposofobia dei docenti stessi, forse anche il bisogno di circondarsi di cose morte per sentirsi vivi, chi lo sa, l’ossessione di voler controllare tutto quando ormai si sentono le urla dei barbari ai confini del regno.

Riferito a quello che è la filosofia nella sua natura intima, decisamente falso.
Nascosta nelle pieghe della storia, è forse la trama e l’ordito sui quali ciascuno di noi si muove, prende le proprie decisioni, per sè e per gli altri, ed in un certo senso, a vari livelli, fa quella cosa chiamata storia, forse con azioni sempre troppo limitate, di fronte al disembedding di un potere lontano ma che ha conseguenze vicine.

Ma non è di un ritornello che scriverò in questo pezzo, bensì del glitch.

Una breve ricerca su wikipedia vi renderà e-dot.ti sul fatto che glitch è un termine usato in: elettrotecnica > per indicare un picco breve e improvviso in una forma d’onda, causato da un errore non prevedibile; dai tecnici del suono > ed indica quando le saldature di un cavo stanno per saltare; nel mondo dei videogames > per descrivere bugs nel software che, sfruttati a proprio vantaggio, permettono azioni che normalmente la struttura del gioco non prevederebbe (passare a livelli successivi velocemente, ottenere punteggi incredibili, diventare invulnerabili et similia). Dal punto di vista di Superman > la ridotta gravità terrestre è un glitch che gli permette di fare cose che voi umani non potreste immaginare.

Una ricerca un po’ più approfondita in Rete vi renderà e-dot.tissimi sul fatto che il termine glitch fu usato per la prima volta da John Glenn, nel 1962. Arruolatosi come pilota nel Corpo dei Marines in seguito all’attacco di Pearl Harbor, sopravvisse alla campagna delle isole Marshall e alla guerra di Corea, a differenza di (circa) 37.000 suoi commilitoni, e venne selezionato dalla Nasa dopo essere diventato pilota collaudatore. Fu il primo statunitense ad andare in orbita, restandoci per 4 ore e 55 minuti. Fu proprio durante questa missione, la Mercury-Atlas 6, che John Glenn disse, riferendosi ad alcuni problemi all’hardware del suo veivolo

“Literally, a glitch is a spike or change in voltage in an electrical current.”

Sul Canadian Oxford il termine glitch è inserito nella lista delle parole usate nel ventesimo secolo di cui non si conosce l’origine; sul Random House’s American Slang, invece, la sua etimologia viene fatta risalire alla parola tedesca glitschen e/o alla parola yiddish gletshn (in entambi i casi, “scivolare”). Perbacco. Come ci sarà finita sulle labbra del patriota statunitense John Glenn?

Nel gennaio 2002 il collettivo Motherboard promosse un simposio dedicato a tutti quegli artisti che lavoravano nell’ambito del glitch, ovvero: da un malfunzionamento tecnico, analogico oppure digitale, casuale oppure indotto (operando direttamente sull’hardware oppure a livello di codice) traevano materiale per le loro opere d’arte. Il glitch, in quanto difetto, ispirava artisti visivi, videomakers e musicisti, che ne hanno fatto un elemento estetico nelle loro opere.

Appurato tutto questo, scendiamo nel dettaglio.
Il glitch nelle opere d’arte multimediali, nelle immagini oppure nei video.

Ecco la ricetta.

1 - Scegliete un file .jpg di vostro gradimento. Una vostra selfie andrà benissimo, via.
2 - Cliccate con il tasto destro del mouse sul file, e aprite il file con un editor di testo.
3 - Vedrete una cosa “incomprensibile” simile a questa:



Il Grillo Parlante dei corsi ECDL ci ha sempre detto che non bisogna pasticciare i files in questo modo, perchè dopo non funzionano più. E’ vero, ma noi siamo curiosi, creativi, insolenti, non gli diamo retta e ci mettiamo mano, in uno o più dei seguenti modi, in ordine crescente di creatività:

> scrivendo cose a caso (adèfa235t798$%&/sàdioàasdf+aisjg03w88q4+q84tèf)
> scrivendo frasi di senso compiuto, poesie, copiando citazioni dai vostri libri preferiti
> asportando parti di codice (poche lettere oppure decine di righe)
> copiando e re-incollando intere parti di codice (la danza del ctrl-c ctrl-v)
> aprendo un secondo file (un altro .jgp, o quello che vi viene in mente) e innestando parti del codice di quest’ultimo nel file .jpg che state manipolando

Quando le pulsioni della vostra vena creativa hanno trovato soddisfazione...

4 - Chiudete il file e salvate con la stessa estensione che aveva in precedenza .jpg
5 - Cliccate sul file per aprire l’immagine e ammirate il risultato. Emozionati?

A volte il file è troppo corrotto, e non si vede niente.
Altre volte non si nota alcun cambiamento apparente.
Altre ancora il risultato è un immagine affetta da uno o più glitch.
Serve un po’ di esperienza per ottenere risultati apprezzabili con la tecnica del glitch indotto: quali parti di codice andare a manipolare, cosa togliere e che cosa no, affinchè l’immagine risulti almeno visibile. Comunque, in tutto il processo c’è una buona dose di casualità.

Ve l’avevo detto di fare una copia di sicurezza del file originario? No?

Peccato, avrei dovuto avvisarvi. Il file originario è perso per sempre.

C’è poco da disperarsi. Abbiamo semplicemente accelerato un fenomeno che riguarda (non solo) la materia della Rete: per quanto possa sembrare eterna è comunque conservata su supporti magnetici, che sui lunghissimi tempi tendono a s-magnetizzarsi, a meno che non vengano fatte periodiche copie; un po’ quello che fa la natura quando cerca di sopravvivere al decadimento e alla morte, replicando se stessa.

Anche in natura, guardacaso (ma neanche troppo -caso, visto che la Rete, effetti di composizione a parte, è un “prodotto” dall’uomo, che è a sua volta è un “prodotto” della natura), esiste qualcosa che potremmo chiamare glitch; tanto caro a Darwin quando pensò bene di raccontare la storia dell’evoluzione in modo un po’ diverso da come la vedevano invece i creazionisti; tramite variazioni casuali del patrimonio genetico e glitch le specie si evolvono.

La discussione è ancora aperta, soprattutto negli Stati Uniti – ehi, patria di quel John Glenn che per primo disse “glitch!” - alcuni preferiscono pensare ad un IDD, Intervento Divino Diretto, che ci ha portati ad avere due occhi, due mani, una bocca etc; altri che sia il risultato di una serie di mutazioni casuali, le migliori delle quali hanno favorito certi organismi viventi; altri riesumano Lamarck, che forse si è espresso male ma non aveva proprio tutti i torti, considerando che il comportamento di vita dei genitori va ad influenzare (riassumendo al limite del fraintendimento) il patrimonio genetico che verrà trasmesso alla prole; altri ancora che ci sia un’intenzione precisa dietro a quelle mutazioni, un’idea estetica e funzionale, e che la natura tenda al bello.

Poi ci sono gli OGM, che in fondo sono glitch perchè non sappiamo (oppure sappiamo ma fa comodo far finta di no) tutte le conseguenze del loro inserimento nell’ecosistema.

Poi c’è la creatività, che forse funziona grazie ai glitch, quando improvvisamente vedi la realtà da un punto di vista totalmente diverso e ti chiedi come mai, che cosa sia successo.                                                                         

Insomma, tutti cercano di capire se chi ha aperto il file e ha pasticciato con il codice avesse idea di che cosa stava facendo o meno. Insomma:

Il glitch è quella cosa
con la quale e grazie alla quale
la vita non resta mai tale e quale
se ti va bene, il risultato è bello e funzionale
se ti va male, non sai bene chi ringraziaLe


venerdì 7 marzo 2014

L'Etichettatore, ovvero: anatomia del fallimento


L'ETICHETTATORE
ovvero: anatomia del fallimento

Dopo le “poesie murali” di Melina Riccio (che trovate qui) e i disegni sulle cabine di manutenzione dell’Enel dell’Anonimo Pornografico (che trovate qui), con questo nuovo pezzo proverò a raccontare dell’Etichettatore.

E’ necessario vivere a Torino da tempo per accorgersi dell’Etichettatore, ed avere molto spirito di osservazione. A me sono serviti anni per arrivare a capire che certe etichette adesive viste sui muri della città non erano casuali, bensì opera della stessa mano, di qualcuno che operava (e ancora oggi opera) in modo sistematico.

Il primo intervento dell’Etichettatore in cui mi sono imbattuto risale, credo, a dieci anni fa. Alla fermata dell’autobus numero 61 avevo notato su un palo un’etichetta bianca, di circa 5X3 centimetri, posizionata con il lato lungo orizzontale, scritta in stampatello, probabilmente con una penna a sfera.

Non ricordo il gioco di parole scritto su quell’etichetta adesiva, e purtroppo oggi quel palo è stato rimosso per fare spazio ad alcuni lavori stradali di ampliamento del marciapiede. Molti mesi dopo, passeggiando per via Po, notai un’altra etichetta adesiva: stesso formato e stesso stile di scrittura. Altro gioco di parole che non ricordo esattamente.

Insomma, di tanto in tanto e a distanza di tempo mi capitava di trovare queste etichette. Più o meno sempre le stesse dimensioni, scritte a penna a sfera, alcune volte sottolineate con un evidenziatore giallo oppure arancione. Poi, per un po’ di tempo, non ne vidi più. Forse c’erano e non prestavo abbastanza attenzione, forse comparivano in zone della città lontane dai miei percorsi abituali, forse l’Etichettatore si era preso un momento di pausa dalla sua impresa etichettatrice.

Tornarono alla mia attenzione quando la Stampa, il 26 agosto del 2008, riportò quel brutto episodio avvenuto al monastero di San Colombano, a Belmonte: quattro frati erano stati picchiati selvaggiamente da una banda di malviventi. Gli inquirenti seguivano varie piste, e prima di trovare i colpevoli (che osservavano da tempo i frati, e avevano intenzione di rubare i soldi delle offerte), notarono alcune piccole etichette adesive su uno dei muri del monastero. La foto che corredava l’articolo era quella di una delle etichette adesive che avevo visto anch’io. Non era quella la pista corretta, non c’era nessuna relazione tra il fatto e le etichette, ma in un lampo mi ero reso conto che il misterioso Etichettatore operava anche fuori dai confini cittadini.

Nuovamente, per molti anni, durante i miei spostamenti a piedi per la città non ho più notato alcuna Etichetta Adesiva. Fa un certo effetto raccontare una storia misurandola in “anni”, oggi che tutto è immediato ed in tempo reale. 

Qualche giorno fa, sulla porta antincendio del negozio dove lavoro, è spuntata una nuova Etichetta Adesiva, esattamente come le altre, e sempre scritta a mano.
A distanza di dieci anni e più dalla prima che ho notato.
L’Etichettatore è ancora all’opera, dopo tutto questo tempo. Scatto una fotografia ed inizio a pensare ad un pezzo che racconti questa cosa curiosa.



Vorrei provare a ritrovare le altre che ho notato anno dopo anno per fotografarle, ma non ho abbastanza tempo per dedicarmi a questa cerca. Eppure, sono fortunato: per caso ne trovo un’altra dalle parti di via sant’Agostino.



Che cosa c’è scritto su queste etichette? Da quello che ricordo delle prime avvistate, e dalle ultime che ho avuto modo di fotografare, si tratta di giochi di parole volgari e  piuttosto stupidi; spesso anticlericali. Si potrebbero ad un primo sguardo anche definire opera di un omofobo, tuttavia l’accento sembra posto più sull’ipocrisia di chi si professa contro e poi si comporta diversamente.
Un esempio, che spesso ho ritrovato ripetuto su molte etichette:

VA-TIC-ANO

Su molte altre etichette c’erano nomi e cognomi di persone, che naturalmente non riporto per motivi di privacy. Su alcune si trovavano anche commenti a proposito delle brutture del mondo del lavoro e dei nuovi contratti interinali, ChiChiChi, CoCoCo, GuruGuruGu QuaQua (cfr Pippo Franco)

A latere di quanto si trova scritto su queste etichette (servirebbe un campione abbastanza ampio per poter tracciare un profilo) e del perchè lo faccia, mi lascia allibito la costanza dell’Etichettatore. Andare avanti per anni a compiere un’azione che... stavo per scrivere: “è senza senso, senza un risultato effettivo”, ma mi sono fermato.

Parliamo dunque delle azioni impossibili, e dell’anatomia del fallimento.
Perchè un’azione fallisce?

Perchè l’obbiettivo è impossibile.
Vorrei svuotare il mare con un cucchiaino, goccia a goccia.

Perchè l’esecutore dell’azione non è capace di portare a termine quell’azione.
Vorrei alzare cento chili, ma i miei muscoli non sono abbastanza sviluppati per farlo.

Perchè la società è contraria a quel tipo di azione, e la ritiene inopportuna.
Vorrei recintare e appropriarmi di un appezzamento di terreno, ma è suolo pubblico.

Possiamo annoverare poi altri due fattori di fallimento:

Il fattore casuale.
La freccia non ha centrato il bersaglio perchè un colpo di vento l’ha spostata.

La visione errata.
Vorrei volare per lunghi tratti con  un marchingegno a pedali, ma fisicamente è impossibile.



Torniamo al nostro Etichettatore. Lasciamo da parte le nostre supposizioni a proposito del perchè agisca in questo modo, e proviamo ad applicare quanto scritto proprio qui sopra.

Impossibilità fisica: se vuole tappezzare tutta la città di etichette adesive, probabilmente siamo nel campo dell’impossibilità fisica; certo, potrebbe anche farcela, ma consideriamo che quando avrà quasi completamente ricoperto il quartiere di San Salvario, altre etichette a Santa Rita si saranno staccate, palazzi già ricoperti saranno abbattuti, nuovi edifici saranno stati costruiti.

Incapacità personale: l’Etichettatore non ha il tempo necessario per attaccare tutte le etichette che vorrebbe: deve pur dormire, mangiare, spostarsi da un luogo all’altro. E soprattutto, per quanto possa vivere a lungo, non gli basterà il tempo della sua esistenza terrena per portare a termine il suo compito.

Convenzione sociale: le etichette adesive non si devono attaccare, i muri non sono di proprietà dell’Etichettatore, e le cose che scrive potrebbero essere false e diffamanti. Se vuole “sensibilizzare” la città su alcune questioni, lo sta facendo in modo inefficace. Essendo però io stesso portatore sano? insano? inconsapevole? di convenzioni sociali, mi chiedo: nel mio giudicarlo male sto applicando categorie che mi sono state inculcate e di cui non mi accorgo, che ritengo scontate, oppure sono realmente convinto della loro “giustezza”? Se l’Etichettatore è spinto nel suo agire da un’ossessione, di cui forse non si rende conto appieno, altrettanto lo sono io nel giudicarlo, portato da convenzioni sociali che ho assorbito in parte senza rendermene conto.

Intermezzo: il Gran Pertus.

In piemontese, “pertus” significa “buco”. Il Gran Pertus è una galleria lunga 433 metri, scavata attraverso la montagna di Chiomonte, in Val di Susa, da Colombano Romean. Per scavare questa galleria il signor Romean ha lavorato dal 1526 al 1533, per 7 anni consecutivi, mentre gli abitanti della valle lo schernivano e gli davano del pazzo. Oggi i campi e i prati delle borgate di Cels e Ramats sono verdi e fertili, grazie all’acqua che attraversa questa galleria e arriva dalla vicina Val Clarea, dall’altra parte della montagna. Il Pertus è anche percorribile dagli escursionisti, con l’ausilio di torce, attrezzatura e vestiario adeguati.

Sono sicuro che al mondo ci siano migliaia di persone impegnate in progetti assolutamente “impossibili”. Alcuni sono impossibili fisicamente, altri destinati a fallire per incapacità naturale degli esecutori, altri invece socialmente non accettati, perchè la società non può oppure non vuole accogliere questi cambiamenti. E sono altrettanto sicuro che il 90% di queste imprese “folli” falliscano senza che nessuno se ne accorga, e vadano persi così, “come lacrime nella pioggia”.


Alcune, magari assistite da una buona dose di fortuna, giungono invece a compimento, e allora potrebbero essere una delle Sette Meraviglie del Mondo, grandi trasformazioni sociali, scoperte scientifiche rivoluzionarie. Un elemento però accomuna tutte queste opere: la costanza e la tenacia di chi le ha: prima pensate, poi tentate. L’ingrediente senza il quale lo Stupore non si manifesta è una buona dose di non-buon-senso.

Credo anche che esistano le I.I.I., le Inconsapevoli Imprese Impossibili, molto diffuse e forse anche tentate da alcuni di noi; destinate a fallire nonostante siano socialmente accettate (anzi, addirittura incoraggiate): essere felici accumulando denaro, oggetti, notorietà; oppure il grande rimosso ma segretamente desiderato: vivere per sempre. Il fatto che siano socialmente accettate non è automaticamente un sostitutivo della bontà di queste imprese.

Mi chiedo anche se: non sia uno sforzo per cui valga la pena di impegnarsi > quello di dare più ampia possibilità affinchè le imprese impossibili-ma-importanti abbiano impossibilità di accadere; e la casualità oppure la cecità delle convenzioni sociali (più comode, a volte, che necessarie) non le soffochino ingiustamente, prima che possano essere provate sul campo.

Per concludere, tornando al misterioso Etichettatore, mi chiedo: al netto del fatto che sia ancora attivo ed in circolazione, ed io incroci le sue etichette adesive, perchè ora le noto meno? Oggi non giro più per le strade della mia città come una volta? Sono più disattento? La mia percezione selettiva della realtà ferma la mia attenzione su altro?

Aggiornamento 9 novembre 2014




domenica 25 agosto 2013

Nei dettagli


Ogni volta che mi capita qualcosa, e nello specifico qualcosa di brutto, di negativo, qualcosa che percepisco così, che comunque mi fa soffrire, a prescindere se sia un dolore meschino oppure importante, che vada a colpire una vanagloria e un capriccio oppure che mortifichi una mia reale aspirazione, non è solo la questione in sè a tormentarmi. E’ il fatto che si va ad aggiungere alla mole infinita di cose che non saprò come raccontare. Dunque: per quale ragione sento il bisogno di raccontare i mali (con tutti i se e i ma del definirli mali) all’altro. Per desiderio di essere conosciuto totalmente, forse. Man mano che passa la vita, si accumulano cose, viene meno la convinzione che si possa raccontare tutto all’altro, per sfiducia, per precedenti esperienze fallimentari simili, per mancanza di tempo, per complicarsi di connessioni tra le cose, ricordi, desideri. Allora, ci si sente più soli, si diventa più soli, alle volte ci si rifugia nella convinzione che non sia necessario dire tutto, e che si possa comunicare molto anche dicendo poco. Ma questo, se anche è vero, resta sotto la superficie, nell’istinto, nell’irrazionale. I dettagli, ecco, quelli restano per sempre preclusi. E’ nei dettagli che si annida la solitudine.