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lunedì 3 marzo 2014

Siamo tutti gli antipodi di qualcuno


SIAMO TUTTI ANTIPODI DI QUALCUNO
Installazione presso Naturalmente, Via Sant'Agostino, 22 B. Torino

















Descritti da Platone nel Timeo e da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia,
il loro nome è composto da “antì” (contro) e “podos” (piede): hanno piedi capovolti,
il calcagno avanti e le dita dietro; abitano dall’altra parte del globo.
Credere nella loro esistenza significava, per i greci del tempo,
accettare la teoria della scuola pitagorica secondo la quale
la terra è sferica (e che ogni oggetto tende a cadere verso il centro di essa).
I padri della chiesa invece rifiutarono questo modello geografico ma soprattutto sociale,
affermando viceversa: la terra è piatta, siamo al centro di essa,
e il cielo con il sole, la luna e le sue stelle è una bella cupola messa lì
a ruotare apposta per noi. Se per la la cristianità l’antropocentrismo era un valore,
per i Greci era questione di relativismo: noi di qua, loro di là, le stagioni al contrario,
il sole che sorge da un lato invece che dall’altro, idem per la luna.
Anzi, non erano antropocentrici nemmeno nella simbologia del corpo umano:
Per nulla scoraggiati dalla posizione periferica dei piedi, i poeti greci ne fecero un simbolo:
Achille “piè veloce” e Teti “dal bianco piede” (Omero), l’enigma dell’animale
che da giovane cammina su quattro, nella maturità su due e nella vecchiaia su tre piedi
(la Sfinge), “Non mi piace un capitano tutto ricci e spocchia [...] me ne basta uno i cui piedi
siano ben fermi e sia pieno di ardimento” (Archiloco), “Le fanciulle si muovevano in danza
coi bianchi piccoli piedi” (Saffo), “i miei piedi non lasciano la casa che mi accoglie” (Erinna).
Quando guardiamo verso il basso, perchè un oggetto c’è sfuggito dalle mani ed è caduto
(forse Sigmund Freud direbbe che il nostro inconscio l’ha lasciato intenzionalmente cadere)
osserviamo implicitamente una delle quattro interazioni fondamentali della fisica: la gravità.
Per la fisica classica: forza conservativa agente fra i corpi; nella relatività generale:
una conseguenza della curvatura dello spaziotempo creata dalla presenza di corpi
dotati di massa e di energia; per il fisico matematico Erik Verlinde: una forza entropica,
un effetto collaterale della propensione naturale verso il disordine; per il Mago Merlino
della Disney, invece, una forza potente, ma comunque al secondo posto dopo l’amore:

Artù: “Più forte della gravità?”
Mago Merlino: “...in un certo senso, è la forza più grande sulla terra.”

Che gli antipodi siano dall’altra parte della terra, che siano non solo diversi da noi
ma addirittura rappresentino il nostro esatto opposto, e tuttavia: anch’essi sono sottoposti
alla forza di gravità, alla massa che attrae, al tempo che scorre, all’entropia che inghiotte tutto.
L’universo non fa distinzioni, non consente eccezioni alle sue regole per chi lo abita;
noi invece ne abbiamo bisogno, per mettere al sicuro quella cosa transitoria che chiamiamo identità,
senza voler prendere coscienza del fatto che siamo tutti gli antipodi di qualcuno.


* * *

OBLITERAZIONI – Nam Visualart .net
di Gian Luigi Braggio

Un nuovo progetto inclusivo, partecipato e che mette in relazione l'arte con locali, negozi, realtà produttive e sociali... per costruire insieme un'avanguardia culturale. Segni ospitati in spazi inusuali per dar forma alla qualità e stimolare un atteggiamento attivo, etico, responsabile. Mostra d'arte presso la MEZZALUNA: ristorante vegetariano/vegano e negozio di cibi biologici, p.zza E. Filiberto 8/D – Torino. Interventi in giro per la città. Ideato da Gian Luigi Braggio, il progetto vede la partecipazione di: Carla Bertola, Alberto Vitacchio, Lisa Parmigiani, Mimmo La Grotteria, Alessandro Fioraso, Andrea Roccioletti, Ruxiada...




Quella che Levinas aveva definito arte di obliterazione si riferiva all’operazione di nascondere allo sguardo una porzione dell'immagine, interromperne la continuità, l'autosufficienza, tradirne la funzione per lasciare spazio all'interpretazione, al pensiero, ad una visione profonda delle cose al di là delle pretese del bello. Un intervento di obliterazione fa leva sulla potenza critica dell'inespresso, quel Ausdrucklose che per Benjamin è l'elemento che arresta l'apparenza ingannatoria della rappresentazione, interrompe l'autosufficienza del linguaggio per far spazio all'esperienza di verità. L'opera nella sua forma non è conclusa in se stessa bensì dialogante e viva, non esiste per mostrarsi ma per instaurare un rapporto con l'altro, perché in quanto forma sensibile possa diventare porta d'accesso alla dimensione spirituale. Interrompere il consueto, il senso comune, la logica dell'interesse, dell'apparire, il pregiudizio, l'indifferenza: questo è il compito della cultura e dell'arte, invitare ad un atteggiamento attivo, risvegliare la “persona” che sonnecchia in ciascuno di noi. Artista è colui che innesca questo processo, può ritenersi tale non perché offra un oggetto alla devota contemplazione ma nel momento in cui accende e alimenta un dialogo, scende dal piano della rappresentazione alla realtà e vi si mescola: non per giustapporre la sua voce alle altre ma per spargere un seme, un frammento di libertà. Il progetto coinvolge ora la città di Torino, mira a valorizzare la creatività in tutte le sue forme, a farsi inclusivo accogliendo opere di ogni categoria di artisti invitati di volta in volta a partecipare. Segni che si disperdano nel mondo in spazi inusuali a partire da eccellenze produttive, commerciali e culturali, diventano comunicazione nel momento in cui interrompono, bucano la continuità del linguaggio, stimolano la riflessione su temi sensibili superando l'approccio ideologico, si fanno azione, strumento di confronto e di dialogo. Il monaco buddista Thich Nhat Hanh affermava che anche le azioni più semplici come mangiare, bere, camminare, leggere il giornale, acquistare qualcosa, assistere ad uno spettacolo o anche, semplicemente, respirare hanno un’immediata valenza politica: richiamano la necessità della consapevolezza, della responsabilità nei confronti delle cose e degli altri. Dunque, un'avanguardia culturale inclusiva e partecipata che sposti l'attenzione dall'oggetto alla persona e impegni l’arte a percorrere nuove strade, nella prospettiva di un nuovo umanesimo.

OBLITERAZIONI: le ragioni filosofiche
Obliterazioni nasce come proposta concreta nell’ambito di namVisualArt, orientata in particolare alla città di Torino anche se è di fatto assimilabile ad ogni realtà urbana.
Quella che Levinas aveva definito arte di obliterazione si riferiva alla operazione di nascondere allo sguardo una porzione dell'immagine, interromperne la continuità, l'autosufficienza, tradirne la funzione per lasciare spazio all'interpretazione, al pensiero, ad una visione profonda delle cose al di là delle pretese del bello. Un intervento di obliterazione fa leva sulla potenza critica dell'inespresso, quel Ausdrucklose che per Benjamin è l'elemento che arresta l'apparenza ingannatoria della rappresentazione, interrompe l'autosufficienza del linguaggio per far spazio all'esperienza di verità. L'opera nella sua forma non è conclusa in se stessa bensì dialogante e viva, non esiste per mostrarsi ma per instaurare un rapporto con l'altro, perché in quanto forma sensibile possa diventare porta d'accesso alla dimensione spirituale. Interrompere il consueto, il senso comune, la logica dell'interesse, dell'apparire, il pregiudizio, l'indifferenza: questo è il compito della cultura e dell'arte, invitare ad un atteggiamento attivo, risvegliare la “persona” che sonnecchia in ciascuno di noi. Artista è colui che innesca questo processo: può ritenersi tale non perché offra un oggetto alla devota contemplazione ma nel momento in cui accende e alimenta un dialogo, scende dal piano della rappresentazione alla realtà e vi si mescola: non per giustapporre la sua voce alle altre ma per spargere un seme, un frammento di libertà.
Concretamente, iniziative potranno coinvolgere locali, negozi, biblioteche, editori... con modalità innovative e sperimentali di partecipazione che ridefiniscano non solo il ruolo dell’artista ma anche il rapporto tra artista e pubblico. Il progetto mira a valorizzare la creatività in tutte le sue forme, a farsi inclusivo accogliendo e valorizzando opere di artisti come di semplici appassionati invitati di volta in volta a partecipare. Segni che si disperdano nel mondo in spazi inusuali, che si fanno comunicazione nel momento in cui interrompono, bucano la continuità del linguaggio, stimolano la riflessione su temi sensibili superando l'approccio ideologico, diventano azione, strumento di confronto e di dialogo.. Il monaco buddista Thich Nhat Hanh affermava che anche le azioni più semplici come mangiare, bere, camminare, leggere il giornale, acquistare, assistere ad uno spettacolo o anche, semplicemente, respirare hanno una immediata valenza politica: richiamano la necessità di consapevolezza, della responsabilità nei confronti delle cose e degli altri.

Gian Luigi Braggio




lunedì 3 febbraio 2014

Il riassuntino - in merito ad un pezzo di Pierluigi Panza


IL RIASSUNTINO
ovvero essere d’accordo o meno senza saperne nulla: evviva la maestra!

Quando frequentavo le elementari, c'era un tipo di compito che mi lasciava sempre molto perplesso. Forse viene assegnato agli studenti ancora oggi, non lo so.

Era: il riassuntino.

La maestra ci assegnava la lettura di un libro, e poi si aspettava da noi studenti un elaborato chiamato "scheda libro".

Autore, titolo, protagonista, personaggi, ambiente… fin qui, tutto bene, potevo farlo.

Poi: riassunto. Ah, che pena.

Non metto in dubbio che fosse una tecnica di comprovata efficacia per farci esercitare sulla sintesi delle cose. Si torna ad un discorso già affrontato su queste pagine: ottimizzare tempo, risorse scarse, massimo risultato: tutto così umano, così economicamente ragionevole. Non sempre per la verità dei fatti, ma quello è un altro discorso. Che riguarda la vita, che non procede per teorie macro-micro-economiche, e spesso si fa beffe dei nostri tentativi di organizzare.

D'altro canto, ho sempre avuto il sospetto che il riassuntino fosse un modo come un altro, ma particolarmente raffinato, per obbligare gli studenti a leggere il libro in questione. Ai tempi non c'era internet, quindi bisognava leggerlo tutto, il libro, pagina dopo pagina: fine dei giochi. E riassumerlo. Oppure copiare da un compagno di classe più portato per la lettura.

Certo, a grandi linee (e a cuore leggero) bastava indicare la trama. Il protagonista fa quello, poi accade questo, infine arriva l’antagonista, poi succede che, e conclusione. E magari anche: morale (della favola).

Sentivo però che c’era sempre dell’altro; molto, molto altro. Mi chiedevo (ma forse facevo male a chiedermelo, oppure facevo bene ma il sistema scolastico non era adatto a cogliere questa mia tensione) quale fosse in realtà il contesto storico del romanzo che avevo appena letto, con quali occhi i lettori dell’epoca avessero accolto quel racconto, se avesse avuto subito fortuna o meno, e chi fosse davvero l’autore, e la sua vita.
Cose così.

Con Kafka, poi, grande rifiutato e poi riabilitato, le mie teorie, ai tempi alquanto rudimentali e semplicistiche, avevano finalmente un esempio, un portavoce, un eroe.

Poi, un bel giorno, riconsiderai il riassuntino. Se non aveva la pretesa di “contenere” tutto, bensì quella di dare uno spunto, di lasciare socchiusa una porta, allora poteva essere uno strumento molto efficace per destare curiosità, muovere all’interesse il lettore, prospettargli un cammino da percorrere, indicargli magari le difficoltà, poi lasciarlo libero di provare. Che cosa c’è di più bello di questo?

Certo, tutto quello che non è vissuto in prima persona è un riassuntino. Quando racconto un episodio ad un amico, e ci metto del mio a sottolineare questo aspetto piuttosto che quell’altro; quando un politico deve far passare un messaggio in un’intervista di venti secondi, e allora semplifica, al prezzo di non spiegare, risultare superficiale (ma insomma, è un format televisivo, dovremmo saperlo). Però, via: quando un riassuntino è composto in buona fede, fa in modo che la sua brevità non chiuda le porte alla possibilità.

L’articolo del sig. Panza non ricade in questa categoria.
E’ (in gergo) una stroncatura.
Anche un poco inesatta: il MOMA ha acquisito i games di cui parla nel 2012.

Ma lasciamo andare. La questione ben più rilevante è che, in circa 300 parole, ha la pretesa di suggerire che cosa sia arte e che cosa, invece, no.

Che ci siano ragioni precise di spazio sul format del Corriere, vedi qualche riga sopra: un pezzo può aprire porte, oppure chiuderle. In questo caso le chiude, le spranga proprio, con buona pace di una bibliografia sterminata non solo in merito all’arte dei games, ma anche alle nuove forme d’arte, a che cosa sia arte o meno, a centinaia di libri che riempiono le biblioteche di chi si occupa di arte, e via discorrendo.

Un passo indietro.



Nel 1886 Emile Zola pubblicò il suo quattordicesimo romanzo, intitolato "L'opera", ambientato nel mondo dell'arte parigina.

Da un lato, il romanzo ebbe il plauso dei conservatori, che vedevano nell'arte moderna un affronto ai valori comunemente accettati; dall'altro, causò la rottura dei rapporti tra gli impressionisti e l'autore dell'Opera, tra i quali Cezanne stesso, che si vide in uno dei personaggi del romanzo, il pittore fallito Lantier, nonostante le smentite di Zola. Insomma, fine di un’amicizia. E cattivissima pubblicità agli impressionisti.
Andiamo avanti.

Il romanzo di Zola prendeva spunto da un preciso episodio storico: il rifiuto, da parte dell'Accademia parigina, di esporre circa 3.000 opere di pittori allora contemporanei. In seguito alle loro proteste, l'Imperatore concesse l'organizzazione di un'esposizione parallela a quella ufficiale, che prese il nome di "Salon des Refusés". Non fu un successo: non solo la critica condannò fermamente quelle opere, ma lo stesso pubblico si prese gioco di artisti ancora molto giovani (senza protettori o curatori, aggiungo io, quindi decisamente fuori dal mercato dell’arte).

L'impressionismo, secondo la storia dell'arte, inizia proprio nel 1864, data del primo Salone dei Rifiutati; secondo altri nel 1874, anno in cui il fotografo Nadar ospitò nel suo studio molti di questi artisti insoliti e contemporanei (e rifiutati).

L’opera di Zola è circa di 300 pagine; e non risolve la questione di che cosa sia l’arte. L’articolo del sig. Panza circa 300 parole, tantomeno. Nè questo mio pezzo lo farà, e meno male. Non voglio affrontare la questione su che cosa sia l’arte e che cosa no: se sia vero che è tutto ciò che crea discussione attorno a sè, o meno, se abbia bisogno di tempo per cristallizzarsi ed essere riscoperta un domani, nemmeno. Però.

Però: così come gli impressionisti non furono affatto riconosciuti come artisti, così oggi siamo in presenza di molte altre forme assolutamente inedite di arte che cercano la loro collocazione, stiracchiano i confini di quello che riteniamo arte e di quello che no, cercano di ritagliarsi uno spazio, mettono dei dubbi allo spettatore.

Sparatona di domande.
Certe performances di alcuni artisti contemporanei sono arte?
Che dire del nuovo modo di fruizione dell’arte da parte del pubblico?
E il suo coinvolgimento attivo?
E il matrimonio forzoso dell’arte con l’aspetto commerciale?
E che dire dell’intermediazione della critica? Quale il suo scopo oggi?
Un potere troppo grande e troppo di p-arte?
E i collezionisti, che cosa pensano delle nuove forme d’arte che non si possono comprare oppure vendere, dal momento che sono profondamente connaturate con le nuove forme di libera condivisione dell’informazione (addio opera d’arte come bene rifugio, alla faccia del fisco e della crisi)?
E in merito alle nuove forme di narrazione, che coinvolgono l’arte? Ai transmedia?
In mano a chi sono? Solo a chi dispone delle risorse necessarie per ottenerne benefici a proposito dei propri prodotti multimediali, oppure alcuni artisti si stanno impegnando per renderle pubbliche e proficue per tutti?
Arte come bene rifugio o bene comune?

Altro che 300 parole e morta lì, come direbbero in periferia.



Quando arriva il nuovo, ci si può arroccare in posizione di difesa, oppure cercare di capirlo, studiarlo, prenderne del buono e rigettarne del cattivo, stare in ascolto. In definitiva, possiamo farci delle domande. Il riassuntino del sig. Panza a che cosa serve? Si può essere d’accordo o meno con un articolo che non dà nessuna informazione reale in merito? Forse sì, ma solo di pancia, per condivisione di un atteggiamento nei confronti della realtà. Forse il riassuntino del sig. Panza fa contenta la maestra che gli ha assegnato il compito, ma certo non aiuta il resto della classe a capire qualcosa del problema.

Bibliografia parziale ad uso di chi vuole avvicinarsi alla questione:

Daniel Sloan, Giocare per vincere, Rizzoli
Jane McGonigal, La realtà in gioco, Apogeo
Matteo Bittanti, Per una cultura dei videogame, Unicopli
Marco Sambo, Labirinti - da Cnosso ai videogames, Castelvecchi
Gamescenes - Art in the age of videogames, Johan e Levi
Clarke Mitchell, Videogames and Art, Intellect
Tom Bissell, Voglia di vincere. Perchè i videogames sono importanti, Isbn
Ciro Ascione, Videogames - Elogio del tempo sprecato, Minimum fax
Intermedialità. Videogiochi, cinema, televisione, fumetti, Unicopli.
Videogiochi e marketing - Brand, strategie e identità Videoludiche, Unicopli
Matteo Bittanti, Schermi interattivi - il cinema nei videogiochi, Unicopli
Massimo Maietti, Semiotica dei videogiochi, Unicopli
Federica Grigoletto, Videogiochi e cinema - Interattività, temporalità, tecniche narrative, Clueb
Ivan Fulco, Virtual geographyc - Reportage dai mondi dei videogiochi, Costa e Nolan
Alessio Ceccherelli, Oltre la morte - Per una mediologia del videogioco, Liguori
Chris Kohler, Power Up - come i videogiochi giapponesi hanno dato al mondo una vita extra, Multiplayer.it
Fabrizio Tavassi, Il mio nome è Bode. Viaggio nel mondo dei videogiochi tra competizione e dipendenza, Iuppiter
Marco Richards Accordi, Le professioni del videogioco, Tunue

martedì 14 gennaio 2014

La grande bellezza (Golden Globe) delle preposizioni articolate, e del miele sul bordo del bicchiere.


Ovvero: che cosa c’entra tutto questo con il ready-made.
E, indirettamente ma fatalmente, con l’assemblage.

Ready-made si traduce in: già fatto, confezionato.
Il ready-made è dunque un manufatto di uso quotidiano, preso paro paro dall’artista che, collocandolo in un contesto diverso (vedi museo o galleria d’arte), lo eleva al rango di opera d’arte e, casomai, simbolo di qualcosa.

Se avete letto il precedente capitolo dedicato all’assemblage vi verrà facile accettare l’idea che ogni ready-made è l’assemblage di Tizio, che lo aveva costruito per certi scopi, assemblage al quale Caio invece attribuisce scopi diversi. Se volete leggere o ripassare l’articolo potete cliccare qui, altrimenti vi tocca fidarvi.


Mi piace l’idea che il ready-made sia in qualche modo correlato non solo al cambio di significato, ma anche al trasporto da un luogo ad un altro. Cioè, perchè si possa parlare di ready made servono:

-       un oggetto (assemblage) con scopi industriali / commerciali / di uso comune
-       un artista, che sceglie accuratamente l’oggetto (assemblage)
-       un luogo al quale venga attribuito il potere di operare la necessaria trasformazione
-       un pubblico, che stia al gioco

Sono le condizioni sine (qui quo) qua non.

-       Senza un oggetto, non c’è niente da vedere
-       Senza un artista che operi la scelta, l’oggetto non arriverebbe alla galleria
-       Senza un luogo con il giusto potere l’oggetto non ha destinazione al suo viaggio
-       Senza un pubblico che stia al gioco, l’oggetto è tale e quale a prima

Il potere che il luogo ha, quello di completare la trasformazione dell’oggetto, può essere dolce o violento. Nel caso di un potere dolce: il pubblico accetta culturalmente, comprende pienamente il senso dell’operazione, conosce i retroscena, a grandi linee magari la storia dell’arte, insomma gioca sapendo di giocare. Nel caso di un potere violento: il pubblico finge di giocare, cercando di non far capire che sta figendo, altrimenti la critica dell’arte lo relegherà allo status del “te-lo-spiego-io-anche-se-non-puoi-capire” perchè non hai la giusta sensibilità, oppure la sufficiente cultura. Questa, in qualche modo, è violenza.

Avrò avuto dieci anni. In vacanza con i miei genitori in Francia. Ci fermiamo a Vence. Tra le altre cose, andiamo a vedere la Cappella del Rosario di Matisse. Ricordo mio padre e mia madre, uscendo, non le parole esatte, ma il senso, rafforzato dalla loro espressione: “Mah, è un artista. Bello, eh? Particolare.” Quale guerra mondiale si stava svolgendo davanti ai miei occhi, quali gli eserciti sui due fronti? Da un lato il mondo precluso a chi non ha la cultura: dall’altro, quello di chi ha lavorato tutta la vita per sè e per la società senza che la società gli ricambiasse il favore, mettendo a disposizione, in modo comprensibile, le sue meraviglie più alte. Quella guerra mondiale mi toccava da vicino: i miei genitori erano in trincea (ma non lo sapevano). Sarebbe toccata anche a me. Stava già toccando anche me. Una guerra che molti non ritenevano così importante vincere, “tanto si sta bene lo stesso”. Invece non era, non è, affatto vero.

Mi chiedo quale potrebbe essere il ready-made più rappresentativo dei nostri giorni.
Ho pensato ad un “like”, quello del Famoso social Betwork. E’ ready-made se lo estrapoliamo dal suo contesto e dai suoi significati più o meno compresi, e lo lasciamo magari lì da solo. Un “like” a se stesso. I like the like. Considerando che like significa anche a somiglianza di, è un cerchio perfetto.

Un mobile Ikea è un ready-made-self-assemblage?

E gli autoscatti, grottescamente contestualizzati nelle toilettes, che spiccano su tanti profili del Famoso social Betwork, chiamati selfies, sono ready-made? E’ ready-made il concetto che puntella le facciate di queste scenografie da villaggio di film western, dietro alle quali non c’è proprio nulla? Ma fa scena. Anche i proiettili dei cowboys sono a salve. Conflitti dai quali non esce vivo o morto nessuno, ma sono morti entrambi perchè fingono. Perchè le ragazze mettono le labbra “a papera” quando si scattano le selfies?

Nel nostro secolo del pronto-all’uso, il ready-made ha anche un’accezione commerciale.
Penso al ready-to-wear, pret-a-porter.
Penso al ready-meal, al cibo spazzatura.
Penso alle teorie catastrofiste, secondo le quali, forse, si salveranno solo i contadini.
Essendo capaci di coltivare la terra, dunque procacciarsi cibo.
Gli altri non troveranno più cibo-in-scatola da porter consumare nel giro di poco.
Penso alle teorie alternative al consumismo: il riciclo, il riuso.

Penso alla realtà come ready-made collettivo.
Ma di questo scriverò prossimamente, parlando di SF, il Social del Futuro.


Dunque: teniamo a mente tutto questo, e andiamo al sodo.

A proposito dell'ultimo film di Paolo Sorrentino.
A me piace molto il titolo, perché pone l'italiano medio di fronte ad un problema.
Forse non solo l’italiano medio: bensì anche l’italiano pollice, indice, anulare e mignolo.
Chiamarlo “problema” è un problema, perchè per molti non è affatto un problema.
E invece.

Se state pensando che si tratti di una questione di filosofia estetica, siete in errore.
Il mio è un punto di vista strettamente grammaticale.

Infatti, il titolo di questo film vincitore del Golden Globe inizia con un articolo determinativo. Nella nostro caso: inizia con l’articolo determinativo "LA".

Facciamo un esempio.
Scriviamo: "Che cosa penso della "La grande bellezza". E’ sbagliato.
Riproviamo: "Che cosa penso della "Grande bellezza". Manca l'articolo al titolo.
Abbiamo allora due possibilità:
“Che cosa penso de “La grande bellezza”.
Oppure “Che cosa penso della “Grande bellezza”.

Qual’è la forma più corretta? Come si risolve questo mistero?

Un passo indietro.
Esistono gli articoli determinativi IL / LO / LA / I / GLI / LE.
Ed esistono le preposizioni semplici DI / A / DA / IN / CON / SU / PER / TRA / FRA
Le preposizioni semplici contraggono l’articolo determinativo per formare una sola parola.
Queste nuove parole si chiamano: preposizioni articolate.
Esempio: DI + IL = DEL oppure DI + LA = DELLA
“Che cosa penso di + la grande bellezza” = “Che cosa penso della grande bellezza.”

E allora la forma “Che cosa penso de “La grande bellezza” da dove salta fuori?

"La grande bellezza" è citazione di un nome proprio di opera. L’uso che si possa considerare intatto il nome proprio di persona, luogo oppure opera deriva dall'imitazione della scrittura analitica dei testi degli antichi amanuensi, che trascrivevano la poesia o la prosa usando la forma della preposizione articolata con la consonante scempia seguita dall’articolo determinativo. Scrivevano DE + LA ma pronunciavano DELLA (all’incirca, per farla breve).

Da dove prendevano questa convinzione gli antichi amanuensi che hanno trascritto i capolavori del passato? Dalla Divina Commedia. Dante scriveva così. E parecchi poeti dopo di lui hanno continuato a farlo in questo modo.

Però.
Se scrivete “Che cosa penso della Grande Bellezza” non sbagliate affatto. L’Accademia della Crusca, infatti, consiglia l’uso più vicino alla pronuncia, anche per non cadere in un vortice che ci obbligherebbe a scrivere la nostra lingua in un modo diverso da come si pronuncia colloquialmente, e in forme molto arcaiche. Ad esempio, non dovremmo scrivere “Berlusconi, dopo il terribile terremoto, si è recato all’Aquila”, bensì “Berlusconi, dopo il terribile terremoto, si è recato in L’Aquila”. Suona male, non scorre. A prescindere.

Questo per dire: dietro a molte delle scelte che compiamo ogni giorno si nascondono storie insospettabili (anche a noi stessi). Parte del nostro compito, e probabilmente della nostra realizzazione, è diventare coscienti delle scelte che stiamo facendo. Questo si traduce nel diventarne pienamente responsabili. Uno dei compiti attribuiti alle arti: compiere delle scelte (soggetto: l’artista), e far compiere delle scelte (a chi? al pubblico). Oppure, almeno: far comprendere al pubblico il perchè delle sue scelte (delle scelte del pubblico).


L’estetica non dovrebbe essere soltanto un ornamento, nè l’opera essere solo decorativa.
Tantomeno, non dovrebbe essere sbilanciata solo per essere esteticamente gradevole, e dunque attirare il pubblico, oppure i favori della critica. Altrimenti è un ready-made costruito ad arte da qualcuno per essere esportato e consumato da chi vuole una bella immagine rassicurante e preconfezionata.

Mi viene in mente una citazione latina, che credo di aver sentito almeno dieci anni fa. In breve e parafrasando, parla del medico che cosparge di miele il bordo del bicchiere che contiene una medicina amara, così che il malato, ingannato, mandi giù tutto.

Il problema è che a cospargere troppo di miele si inzacchera anche la medicina, che non funziona più (per non parlare dei bicchieri pieno solo di miele: fantastici, ma chi vivrebbe solo di questo?). La stessa cosa per le arti: raramente si trova il giusto equilibrio di estetica (piacevolezza) e capacità di condurre fuori dalla propria area di comfort il pubblico. Dal momento che molto pubblico ha una forte dipendenza da sostanze divertogene, risulta più facile averlo tra i propri acquirenti con molto miele e poca medicina.

Poi ci sono i complottisti che affermano che non si vuole dare al pubblico nessuna medicina, per tenerlo così com’è, e magari non sbagliano del tutto.

Tony Servillo, al telefono con la giornalista di Rai News, convinto che non si senta più quello che sta dicendo, perchè la conversazione telefonica è disturbata dall’attraversamento in automobile di una galleria: “Ma [bestemmia]... ‘sta cretina di Rai News”. Lo stesso, poco prima, alla giornalista che gli chiedeva un’opinione in merito alle critiche mosse al film: “Credo che la maggior parte degli italiani voglia condividere un entusiasmo...”

Quando ho visto alcune scene della Grande Bellezza, ho pensato: è un ready-made!
C’era la scelta degli oggetti da parte dell’artista-regista.
E non solo degli oggetti: anche dei ruoli, delle situazioni.
C’era il luogo adibito alla trasformazione in simbolo: il contesto del film, lo schermo.
Alcune inquadrature, l’uso della luce.

Quando un artista si confronta con la tecnica del ready-made sta cercando un senso nell’oggetto che estrapola dal contesto. L’oggetto è un assemblage prodotto dalla società che l’artista stesso abita, nella quale si muove. Dunque, cerca un perchè a quell’oggetto. Alla società che l’ha prodotto, così, in quel modo. E probabilmente cerca anche un’indulgenza plenaria per se stesso.

Indulgenza plenaria alle scelte che ha compiuto nella vita. Quelle che lo hanno condotto ad un destino piuttosto che ad un altro. E indaga a che punto finisca la responsabilità per sè e per gli altri (vittime collaterali), e da che punto in poi sia “destino”. Qual’è il potere del luogo che trasforma l’oggetto in simbolo? Chi dà a questo luogo il suo potere? Qual’è il senso dell’oggetto? Qual’è il senso della società che l’ha prodotto? Qual’è il mio senso all’interno di questa società? C’era qualcosa che poteva essere tentato, e invece la mancanza di volontà oppure il destino l’ha impedito?

“C'erano obiezioni che erano state dimenticate? Ce n'erano di certo. La logica è, sì, incrollabile, ma non resiste a un uomo che vuole vivere. Dov'era il giudice che lui non aveva mai visto? Dov'era l'alto tribunale al quale non era mai giunto? Levò le mani e allargò le dita.
Ma sulla gola di K. si posarono le mani di uno dei signori, mentre l'altro gli spingeva il coltello in fondo al cuore e ve lo rigirava due volte. Con gli occhi che si spegnevano K. vide ancora come, davanti al suo viso, appoggiati guancia a guancia, i signori scrutavano il momento risolutivo. «Come un cane!», disse, fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere.” [da “Il processo” di Franz Kafka]

A proposito dell'ultimo film di Paolo Sorrentino.
A me piace molto il titolo, perché pone l'italiano medio di fronte ad un problema.
Chiamarlo “problema” è un problema, perchè per molti non è affatto un problema.
E invece è un problema, e precisamente: quanto decido io, e quanto decide il destino.

Jep Gambardella: “A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: "La fessa". Io, invece, rispondevo: "L'odore delle case dei vecchi". La domanda era: "Che cosa ti piace di più veramente nella vita?". Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. Ero destinato a diventare Jep Gambardella.”

Forse quello che chiamiamo destino è in parte una resa; una resa di fronte alla mole immensa ed inestricabile di (con)cause che ci spingono a questa piuttosto che a quella scelta. Tutto il resto rischia di diventare una bella favola: ciascuno si costruisce la sua, per ottenere il perdono da se stesso. Anche con un ready-made sontuoso (che rischia di diventare pre-sontuoso). Basta crederci, e trovare buoni complici.