I stumbled into “Vacuum bags full of empty vacuum” working as assistant cook in a restaurant - then, metaphorically, giving up part of my work as an artist in favor of a job that would allow me to earn money, for necessities. I decided to exhibit them in frames purchased from low-cost chains of furnitures, the same low-quality frames that are purchased to frame family photographs, very common in homes: I searched the proximity to everyday experience. The performance-exhibition will ideally end when a gallery or an exhibition space will propose to its visitors, completing the transformation of the Vacuum bags full of empty vacuum from everyday object to ready-made. The function of the vacuum bags would be to preserve foods in time; I chose to seal them with no content to fall back on itself the object and its function; furthermore, the shape of the installation so structured takes audiences to some general reflections, on the fringes of the personal ones that everyone can give. First, in how our society interacts with the vacuum, with the absence, with the object waterproof, in an era of continuous osmosis between different media, and strong horror vacui by the lack of information. Second, I read a novel of Moorcock during my adolescence, “Elric of Melnibonè”: the protagonist reached the extreme limit of the explored lands, and it was his move beyond this boundary to create reality step by step. That chapter of the novel had anticipated the most modern theories of Heisenberg, about the observer that collapses the function wave of a quantum making crystallize it in a defined shape; the same happens when the public casts his gaze within an artwork, by redefining it with its own experience and sensitivity.
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martedì 28 aprile 2015
Vacuum bags full of empty vacuum
Etichette:
art,
arte,
assemblage,
installation,
performance,
vacuum bags full of empty vacuum
Ubicazione:
Haarlem, Paesi Bassi
sabato 25 ottobre 2014
venerdì 21 marzo 2014
Glitch Art
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Etichette:
assemblage,
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venerdì 14 marzo 2014
42
About 42
42 è il titolo della prima Stagione d'Arte Contemporanea che si terrà presso gli spazi della Sartoria Creativa di Via S.Maria 6/h Torino dal 1 aprile al 3 agosto 2014. Saranno nove gli artisti che ogni 13 giorni allestiranno la propria personale. Ogni vernissage sarà accompagnato da un buffet e dall’incontro con l'artista, mentre ogni finissage terminerà con musica, videoarte o performance. L’incontro con l’artista è l’aspetto innovativo dell’evento poiché permette di fruire l’arte attraverso un’esperienza diretta e allo stesso tempo diventa momento di confronto importante con il suo spettatore. Le domande possono essere di carattere generico e non sono riservate a soli intenditori ma anzi si promuove la partecipazione di ogni interlocutore di genere, età, provenienza. A sua volta l'artista potrà chiedere al pubblico cosa percepisce dei suoi lavori. In questo modo si crea un'opportunità di alimentazione reciproca.
La mostra diviene dunque luogo d’incontro e occasione di confronto.
Perché si è scelto di chiamarla 42?
Per i personaggi di Douglas Adams nel romanzo “guida galattica per gli autostoppisti”, 42 è “La risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto”. Nel romanzo, per cercare la risposta, viene costruito un supercomputer chiamato “Pensiero Profondo” che, dopo una lunghissima elaborazione, fornisce come risultato "42". Lo stesso computer però suggerisce che il problema è che “voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda”. Il punto nodale di questa stagione sono le domande, poste dal avventore all’artista e viceversa. Porsi domande continuamente e la curiosità sono l'unica vera fonte di sapere.
L’ingresso all’evento sarà a offerta libera, perché chiunque possa dare un contributo a seconda della propria possibilità. Parallelamente si cercano finanziamenti attraverso il crowfunding perché il progetto possa essere realizzato al meglio.
Chi siamo
The Shivers è un gruppo di giovani artisti composto da Michele Di Erre e Andrea Gagliotta.
Il duo collabora già da 3 anni iniziando con piccoli interventi performativi tramite giochi ispirati ad esercizi di disegno che stimolano la pratica creativa come crescita e miglioramento interiore. Coinvolgono nelle loro performance pubblico di tutte le età ed estrazioni sociali.
Nel 2013 sentono la necessità di organizzare una temporanea mostra d'arte che includa nuovi talenti artistici e di iniziare un percorso volto a promuovere eventi multidisciplinari, dove le arti si uniscono per generare un nuovo mood culturale.
martedì 14 gennaio 2014
La grande bellezza (Golden Globe) delle preposizioni articolate, e del miele sul bordo del bicchiere.
Ovvero:
che cosa c’entra tutto questo con il ready-made.
E,
indirettamente ma fatalmente, con l’assemblage.
Ready-made si traduce in: già fatto, confezionato.
Il ready-made è dunque un manufatto di uso
quotidiano, preso paro paro
dall’artista che, collocandolo in un contesto diverso (vedi museo o galleria
d’arte), lo eleva al rango di opera d’arte e, casomai, simbolo di qualcosa.
Se avete letto il precedente capitolo dedicato
all’assemblage vi verrà facile accettare
l’idea che ogni ready-made è l’assemblage
di Tizio, che lo aveva costruito per certi scopi, assemblage al quale Caio invece attribuisce scopi diversi. Se
volete leggere o ripassare l’articolo potete cliccare qui, altrimenti vi tocca
fidarvi.
Mi piace l’idea che il ready-made sia in
qualche modo correlato non solo al cambio di significato, ma anche al trasporto
da un luogo ad un altro. Cioè, perchè si possa parlare di ready made servono:
-
un oggetto (assemblage) con
scopi industriali / commerciali / di uso comune
-
un artista, che sceglie accuratamente l’oggetto (assemblage)
-
un luogo al quale venga attribuito il potere di operare la
necessaria trasformazione
-
un pubblico, che stia al gioco
Sono le condizioni sine (qui quo) qua non.
-
Senza un oggetto, non c’è niente da vedere
-
Senza un artista che operi la scelta, l’oggetto non arriverebbe alla
galleria
-
Senza un luogo con il giusto potere l’oggetto non ha destinazione al
suo viaggio
-
Senza un pubblico che stia al gioco, l’oggetto è tale e quale a
prima
Il potere che il luogo ha, quello di completare
la trasformazione dell’oggetto, può essere dolce o violento. Nel caso di un
potere dolce: il pubblico accetta culturalmente, comprende pienamente il senso
dell’operazione, conosce i retroscena, a grandi linee magari la storia
dell’arte, insomma gioca sapendo di giocare. Nel caso di un potere violento: il
pubblico finge di giocare, cercando di non far capire che sta figendo,
altrimenti la critica dell’arte lo relegherà allo status del
“te-lo-spiego-io-anche-se-non-puoi-capire” perchè non hai la giusta
sensibilità, oppure la sufficiente cultura. Questa, in qualche modo, è
violenza.
Avrò avuto dieci anni. In vacanza con i miei genitori
in Francia. Ci fermiamo a Vence. Tra le altre cose, andiamo a vedere la
Cappella del Rosario di Matisse. Ricordo mio padre e mia madre, uscendo, non le
parole esatte, ma il senso, rafforzato dalla loro espressione: “Mah, è un
artista. Bello, eh? Particolare.”
Quale guerra mondiale si stava svolgendo davanti ai miei occhi, quali gli
eserciti sui due fronti? Da un lato il mondo precluso a chi non ha la cultura: dall’altro, quello di
chi ha lavorato tutta la vita per sè e per la società senza che la società gli
ricambiasse il favore, mettendo a disposizione, in modo comprensibile, le sue
meraviglie più alte. Quella guerra mondiale mi toccava da vicino: i miei
genitori erano in trincea (ma non lo sapevano). Sarebbe toccata anche a me.
Stava già toccando anche me. Una
guerra che molti non ritenevano così importante vincere, “tanto si sta bene lo
stesso”. Invece non era, non è, affatto vero.
Mi chiedo quale potrebbe essere il ready-made
più rappresentativo dei nostri giorni.
Ho pensato ad un “like”, quello del Famoso social Betwork. E’ ready-made se lo estrapoliamo dal suo contesto e dai
suoi significati più o meno compresi, e lo lasciamo magari lì da solo. Un
“like” a se stesso. I like the like. Considerando che like significa anche a
somiglianza di, è un cerchio perfetto.
Un mobile Ikea è un ready-made-self-assemblage?
E gli autoscatti, grottescamente
contestualizzati nelle toilettes, che spiccano su tanti profili del Famoso social Betwork, chiamati selfies,
sono ready-made? E’ ready-made il concetto che puntella le facciate di queste
scenografie da villaggio di film western, dietro alle quali non c’è proprio
nulla? Ma fa scena. Anche i proiettili dei cowboys sono a salve. Conflitti dai
quali non esce vivo o morto nessuno, ma sono morti entrambi perchè fingono.
Perchè le ragazze mettono le labbra “a papera” quando si scattano le selfies?
Nel nostro secolo del pronto-all’uso, il
ready-made ha anche un’accezione commerciale.
Penso al ready-to-wear, pret-a-porter.
Penso al ready-meal, al cibo spazzatura.
Penso alle teorie catastrofiste, secondo le
quali, forse, si salveranno solo i contadini.
Essendo capaci di coltivare la terra, dunque
procacciarsi cibo.
Gli altri non troveranno più cibo-in-scatola da
porter consumare nel giro di poco.
Penso alle teorie alternative al consumismo: il
riciclo, il riuso.
Penso alla realtà come ready-made collettivo.
Ma di questo scriverò prossimamente, parlando
di SF, il Social del Futuro.
Dunque: teniamo a mente tutto questo, e andiamo
al sodo.
A proposito dell'ultimo film di Paolo Sorrentino.
A me piace molto il titolo, perché pone
l'italiano medio di fronte ad un problema.
Forse non solo l’italiano medio: bensì anche
l’italiano pollice, indice, anulare e mignolo.
Chiamarlo “problema” è un problema, perchè per
molti non è affatto un problema.
E invece.
Se state pensando che si tratti di una
questione di filosofia estetica, siete in errore.
Il mio è un punto di vista strettamente
grammaticale.
Infatti, il titolo di questo film vincitore del
Golden Globe inizia con un articolo determinativo. Nella nostro caso: inizia
con l’articolo determinativo "LA".
Facciamo un esempio.
Scriviamo: "Che cosa penso della "La
grande bellezza". E’ sbagliato.
Riproviamo: "Che cosa penso della
"Grande bellezza". Manca l'articolo al titolo.
Abbiamo allora due possibilità:
“Che cosa penso de “La grande bellezza”.
Oppure “Che cosa penso della “Grande bellezza”.
Qual’è la forma più corretta? Come si risolve
questo mistero?
Un passo indietro.
Esistono gli articoli determinativi IL / LO /
LA / I / GLI / LE.
Ed esistono le preposizioni semplici DI / A /
DA / IN / CON / SU / PER / TRA / FRA
Le preposizioni semplici contraggono l’articolo
determinativo per formare una sola parola.
Queste nuove parole si chiamano: preposizioni
articolate.
Esempio: DI + IL = DEL oppure DI + LA = DELLA
“Che cosa penso di + la grande bellezza” = “Che
cosa penso della grande bellezza.”
E allora la forma “Che cosa penso de “La grande
bellezza” da dove salta fuori?
"La grande bellezza" è citazione di
un nome proprio di opera. L’uso che si possa considerare intatto il nome
proprio di persona, luogo oppure opera deriva dall'imitazione della scrittura
analitica dei testi degli antichi amanuensi, che trascrivevano la poesia o la prosa
usando la forma della preposizione articolata con la consonante scempia seguita
dall’articolo determinativo. Scrivevano DE + LA ma pronunciavano DELLA (all’incirca,
per farla breve).
Da dove prendevano questa convinzione gli
antichi amanuensi che hanno trascritto i capolavori del passato? Dalla Divina
Commedia. Dante scriveva così. E parecchi poeti dopo di lui hanno continuato a
farlo in questo modo.
Però.
Se scrivete “Che cosa penso della Grande Bellezza”
non sbagliate affatto. L’Accademia della Crusca, infatti, consiglia l’uso più
vicino alla pronuncia, anche per non cadere in un vortice che ci obbligherebbe
a scrivere la nostra lingua in un modo diverso da come si pronuncia
colloquialmente, e in forme molto arcaiche. Ad esempio, non dovremmo scrivere
“Berlusconi, dopo il terribile terremoto, si è recato all’Aquila”, bensì
“Berlusconi, dopo il terribile terremoto, si è recato in L’Aquila”. Suona male,
non scorre. A prescindere.
Questo per dire: dietro a molte delle scelte
che compiamo ogni giorno si nascondono storie insospettabili (anche a noi
stessi). Parte del nostro compito, e probabilmente della nostra realizzazione,
è diventare coscienti delle scelte che stiamo facendo. Questo si traduce nel
diventarne pienamente responsabili. Uno dei compiti attribuiti alle arti:
compiere delle scelte (soggetto: l’artista), e far compiere delle scelte (a
chi? al pubblico). Oppure, almeno: far comprendere al pubblico il perchè delle
sue scelte (delle scelte del pubblico).
L’estetica non dovrebbe essere soltanto un
ornamento, nè l’opera essere solo decorativa.
Tantomeno, non dovrebbe essere sbilanciata solo
per essere esteticamente gradevole, e dunque attirare il pubblico, oppure i
favori della critica. Altrimenti è un ready-made costruito ad arte da qualcuno
per essere esportato e consumato da chi vuole una bella immagine rassicurante e
preconfezionata.
Mi viene in mente una citazione latina, che
credo di aver sentito almeno dieci anni fa. In breve e parafrasando, parla del
medico che cosparge di miele il bordo del bicchiere che contiene una medicina
amara, così che il malato, ingannato, mandi giù tutto.
Il problema è che a cospargere troppo di miele
si inzacchera anche la medicina, che non funziona più (per non parlare dei
bicchieri pieno solo di miele: fantastici, ma chi vivrebbe solo di questo?). La
stessa cosa per le arti: raramente si trova il giusto equilibrio di estetica
(piacevolezza) e capacità di condurre fuori dalla propria area di comfort il
pubblico. Dal momento che molto pubblico ha una forte dipendenza da sostanze
divertogene, risulta più facile averlo tra i propri acquirenti con molto miele
e poca medicina.
Poi ci sono i complottisti che affermano che
non si vuole dare al pubblico nessuna medicina, per tenerlo così com’è, e
magari non sbagliano del tutto.
Tony Servillo, al telefono con la giornalista
di Rai News, convinto che non si senta più quello che sta dicendo, perchè la
conversazione telefonica è disturbata dall’attraversamento in automobile di una
galleria: “Ma [bestemmia]... ‘sta cretina di Rai News”. Lo stesso, poco prima,
alla giornalista che gli chiedeva un’opinione in merito alle critiche mosse al
film: “Credo che la maggior parte degli italiani voglia condividere un
entusiasmo...”
Quando ho visto alcune scene della Grande
Bellezza, ho pensato: è un ready-made!
C’era la scelta degli oggetti da parte
dell’artista-regista.
E non solo degli oggetti: anche dei ruoli,
delle situazioni.
C’era il luogo adibito alla trasformazione in
simbolo: il contesto del film, lo schermo.
Alcune inquadrature, l’uso della luce.
Quando un artista si confronta con la tecnica
del ready-made sta cercando un senso nell’oggetto che estrapola dal contesto.
L’oggetto è un assemblage prodotto dalla società che l’artista stesso abita,
nella quale si muove. Dunque, cerca un perchè a quell’oggetto. Alla società che
l’ha prodotto, così, in quel modo. E probabilmente cerca anche un’indulgenza
plenaria per se stesso.
Indulgenza plenaria alle scelte che ha compiuto
nella vita. Quelle che lo hanno condotto ad un destino piuttosto che ad un
altro. E indaga a che punto finisca la responsabilità per sè e per gli altri
(vittime collaterali), e da che punto in poi sia “destino”. Qual’è il potere
del luogo che trasforma l’oggetto in simbolo? Chi dà a questo luogo il suo
potere? Qual’è il senso dell’oggetto? Qual’è il senso della società che l’ha
prodotto? Qual’è il mio senso all’interno di questa società? C’era qualcosa che
poteva essere tentato, e invece la mancanza di volontà oppure il destino l’ha
impedito?
“C'erano obiezioni che erano state dimenticate?
Ce n'erano di certo. La logica è, sì, incrollabile, ma non resiste a un uomo
che vuole vivere. Dov'era il giudice che lui non aveva mai visto? Dov'era
l'alto tribunale al quale non era mai giunto? Levò le mani e allargò le
dita.
Ma sulla gola di K. si posarono le mani di uno dei signori, mentre
l'altro gli spingeva il coltello in fondo al cuore e ve lo rigirava due volte.
Con gli occhi che si spegnevano K. vide ancora come, davanti al suo viso,
appoggiati guancia a guancia, i signori scrutavano il momento risolutivo. «Come
un cane!», disse, fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere.” [da “Il
processo” di Franz Kafka]
A proposito dell'ultimo film di Paolo Sorrentino.
A me piace molto il titolo, perché pone
l'italiano medio di fronte ad un problema.
Chiamarlo “problema” è un problema, perchè per
molti non è affatto un problema.
E invece è un problema, e precisamente: quanto decido io, e quanto
decide il destino.
Jep Gambardella: “A questa domanda,
da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: "La
fessa". Io, invece, rispondevo: "L'odore delle case dei vecchi".
La domanda era: "Che cosa ti piace di più veramente nella vita?". Ero
destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. Ero
destinato a diventare Jep Gambardella.”
Forse quello che chiamiamo destino è in
parte una resa; una resa di fronte alla mole immensa ed inestricabile di (con)cause
che ci spingono a questa piuttosto che a quella scelta. Tutto il resto rischia
di diventare una bella favola: ciascuno si costruisce la sua, per ottenere il
perdono da se stesso. Anche con un ready-made sontuoso (che rischia di
diventare pre-sontuoso). Basta
crederci, e trovare buoni complici.
sabato 11 gennaio 2014
Il pollice opponibile della mano e il pollice opponibile del cervello.
Ovvero:
“Assemblage che vai, uomo che trovi.”
Definizione
accademica di assemblage: “Composizione
tridimensionale di oggetti non necessariamente artistici”. Sui libri di storia
dell’arte il primo esempio di assemblage
che si incontra, al capitolo dedicato agli anni cinquanta, è quello di Jean
Dubuffet; si sfogliano un po’ di pagine, e si scopre che anche Duchamp, e poi
Picasso, e altri ancora in seguito hanno lavorato con la stessa tecnica per
produrre alcune delle loro opere. Le cose già scricchiolano e assumono contorni
sfocati quando si ripensa l’assemblage
in relazione al collage, oppure si incontra il ready-made: ricordate
l’orinatoio-fontana?
Questa
definizione accademica di assemblage
non mi convince molto. Va bene che sui testi scolastici si devono dividere gli
accadimenti umani in capitoli numerati e sequenziali, al netto di una storia
che invece è fluida, e soprattutto collocata geograficamente e culturalmente;
mi pare comunque una definizione molto generica, che si potrebbe applicare a
molto altro. Azzardo: nella pratica, a tutti i manufatti. Sembra quasi che l’assemblage sia una sorta di categoria
all’interno della quale si debba far rientrare tutto ciò che non quadra
(dunque, non è un quadro) con altre
definizioni come pittura, scultura e via dicendo.
E’
un assemblage perchè è esposto in una
galleria d’arte?
Credo
che la nascita del primo assemblage
debba essere fatta risalire molto, molto più indietro nel tempo; e precisamente
quando il primo Homo Sapiens, guardandosi la mano come se la vedesse per la
prima volta, forse per un evento casuale (una ferita? un crampo? un dubbio?) si
accorse di quel pollice così diverso dalle altre dita, posto in modo
asimmetrico e contrario; pollice che tutti gli animali di cui era a conoscenza
non possedevano così posto e strutturato. A parte la scimmia, ma lì sorgevano
tremendi dubbi esistenziali, dunque meglio lasciar perdere.
Molto
tempo dopo, alcuni studiosi aggiunsero al termine pollice l’aggettivo opponibile,
e ne fecero una delle tappe fondamentali dell’evoluzione umana (della loro
stessa evoluzione, essendo umani). Quel dito insolito apriva un mondo di
possibilità di manipolazione della realtà circostante. Pollice opponibile e
cervello (strumento e possibilità d’uso), influenzandosi reciprocamente su
potenzialità e limiti di quell’arto che i tentativi dell’evoluzione avevano
prodotto, strinsero un sodalizio che avrebbe cambiato la storia del pianeta
molto più di quello che si poteva prevedere.
Un pollice opponibile per raccoglierli,
un pollice opponibile per strangolarli,
altro che Anelli di quel certo Signore di Tolkien.
I
critici dell’arte defunti mi fanno visita come lo spirito dei natali passati, minacciosi:
“Sappiamo dove vuoi arrivare, ma non tutto ciò che è prodotto dall’uomo è arte,
e tra l’altro nella preistoria non si può parlare di arte vera e propria, le
produzioni artistiche avevano scopi apotropaici, non per il godimento
estetico.” Vogliamo parlare dunque delle finalità delle arti? Un po’ come
bestemmiare in chiesa. Oggi molti collezionisti d’arte celebrano il loro rito
apotropaico nei confronti della caducità della loro esistenza. Solo in modo
molto più elaborato. Chi non lo fa?
Dal
momento che non esiste solo la visione storica e culturale eurocentrica, su
questa sfera un po’ schiacciata ai poli che è il nostro pianeta, bisognerebbe
considerare, per parlare davvero di scopi delle azioni umane, anche di culture
nelle quali, ad esempio, non esiste la parola arte per definire qualcosa: le cose costruite dalla mano e dalla
mente dell’uomo possono essere fatte bene, con arte, oppure male. E’ il caso
del modo di vedere la produzione di cose
nella malesia delle origini. Ma non solo.
Sarebbe
troppo pretenzioso affermare che tutto ciò che è prodotto dall’uomo è frutto di
una ragionata e completa visione delle finalità per cui è stato costruito un
certo assemblage. A prescindere dalla
parte inconscia, gli oggetti che costruiamo possono essere nel desiderio prodotti per un certo scopo, ma avere molte più
conseguenze di quelle che si tengono in considerazione. Forse che l’arte non
deve servire a nulla, se non ad un godimento estetico? Non si potrebbe vendere,
oppure far pagare biglietti per vederla, attribuendole lo scopo di far cassa a
collezionisti e gallerie e musei e mostre. Quanta arte produce rivoluzione? Quanta invece mantiene lo status quo?
Brusca
correzione di rotta: non voglio affrontare in questa sede la questione della
monetizzazione dell’arte. Piuttosto, affermare: tutto ciò che esce dalle mani
dell’uomo è un assemblage, tutta
l’arte, e tutta la non-arte. Da una parte c’è la natura, e dall’altra tutta la
produzione delle cose che non esisterebbero in natura, se non ci fosse l’uomo a
costruirle, trasformando e combinando la materia in varie forme, e per vari
scopi. La vernice e la tela sono oggetti non necessariamente artistici, proprio
come nella definizione accademica di assemblage,
prima che vengano assemblati insieme per realizzare un dipinto.
La
definizione accademica non chiarisce esattamente che cosa sia allora un assemblage, ma spiega molto bene chi è
che l’ha coniata, quella definizione: un modo di pensare che ha bisogno di un
casellario per ordinare tutta la realtà, renderla fruibile e ricollegabile ad
uno scopo; sicuramente in buona fede, ma con un livello di generalizzazione, a
volte, controproducente.
Uno
dei disturbi dello spettro autistico vede certi soggetti affetti da una
patologia che non permette loro di cogliere immediatamente la funzionalità di un
oggetto composto da più parti. Là dove per me c’è un martello, per alcuni
affetti da questo disturbo neuro-psichiatrico ci sono: un pezzo di legno di
forma allungata, simile ad un bastone molto corto, con un parallelepipedo di
metallo montato in cima. Dunque, a latere della capacità di produrre assemblages, è chiaro che il loro uso,
la comprensione dello scopo per cui sono stati prodotti, è una facoltà che
risiede nelle sinapsi; e nel background culturale, aggiungo io.
Ricordo
un parente che la mia famiglia ed io eravamo andati a trovare durante le
vacanze estive. Ormai anziano, aveva trascorso tutta la sua vita lavorando la
campagna. Venne con noi in macchina in città, probabilmente per la seconda
oppure per la terza volta nella sua esistenza, e le occasioni precedenti
risalivano a più di quarant’anni prima. Sgranò gli occhi quando mio padre
prelevò soldi dal bancomat. Prima di vederlo in funzione, non aveva idea: a che
cosa serviva quello strano apparecchio fissato al muro della banca? Vedendo
uscire i contanti, disse solo: “Ma prima devi metterceli tu dentro, i soldi,
no?”
Dunque,
larga parte di ciò che l’uomo produce può essere considerato un assemblage, che diversamente non esisterebbe
in natura; a questo punto possiamo discutere delle finalità per cui è stato costruito,
e delle conseguenze più o meno palesi che questa costruzione porta all’uomo e
al mondo stesso. Il primo assemblage
della storia dell’uomo? Forse una rudimentale ascia. Il più recente? Una
moltitudine di oggetti, ogni giorno, continuamente: mi piace pensare siano le
navi spaziali, così chiudiamo il cerchio (in-quadriamo
il cerchio) e abbiamo tutti in mente la prima scena di 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrik.
Restano
forse fuori dal discorso sull’assemblage
alcune arti: la musica, il teatro. Anche se si potrebbe obbiettare che qualcuno
deve pur costruire uno strumento musicale da suonare, oppure una scenografia
all’interno della quale agire. E la danza, e il canto? Se proprio dovessimo
inventarci alcune macrocategorie, si potrebbe parlare di
Arti-che-si-fanno-senza-le-cose, Arti-che-prevedono-l’assemblage-di-cose, e la sottocategoria delle
Arti-che-si-fanno-con-le-cose. Se accettiamo l’ipotesi che anche il corpo sia
una cosa (tutto, oppure quasi tutto), cade l’ultimo baluardo della visione
malata di onnipotenza di molta parte dell’umanità. Una cosa fatta da chi?
Inizialmente dall’evoluzione; oggi, strumenti molto più raffinati del pollice
opponibile (ma pur sempre costruiti grazie al pollice opponibile della mano e
al pollice opponibile del cervello) giocano la loro partita nel costruire anche
la cosa-uomo.
Il grande gioco del 2014!
Prova
anche tu ad incasellare gli assemblages
che conosci sulla tabella sottostante.
Da
un lato abbiamo gli scopi di un assemblage,
dall’altro le conseguenze che questo assemblage
porta nell’uomo, nella società, nel mondo. Quali assemblages cadono nelle varie categorie?
Assemblage 1: noti tutti gli scopi e tutte le conseguenze.
E’
quello che desidera la scienza. Sapere il perchè di tutte le cose, e poter soppesare
tutte le conseguenze. Questo vorrebbe dire sapere il perchè anche di se stessi,
risolvere quel bel paradosso di Godel per cui non si può dimostrare un problema
senza uscire dal problema stesso. Forse è il limite mortale dell’intelligenza
artificiale, casomai arrivasse al pari di quella umana (superandola, darebbe
origine a qualcosa di nuovamente non-umano, chissà con quali risposte alla
domanda precedente). Anche la religione cerca di entrare in questa casella. Con
un tot di misteri della fede là dove le falle farebbero affondare la nave delle
credenze.
Assemblage 2: noti tutti gli scopi, ma solo in parte le
conseguenze.
Un’automobile
soddisfa il mio bisogno di spostarmi, arricchisce chi la produce, emette un
certo numero di gas inquinanti (la sociologia contemporanea parla di: esternalità). A rifletterci per bene,
produce anche altre conseguenze: traffico, un certo modo di concepire il
viaggio. Si dubita: quali altre sconosciute conseguenze ha questo assemblage...
Assemblage 3: noti tutti gli scopi, ma sconosciute le
conseguenze.
Un
farmaco sperimentale: gli scopi sono curare una malattia, ma non se ne
conoscono ancora tutte le conseguenze, e dunque va sperimentato prima di essere
usato.
Assemblage 4: in parte noti gli scopi, ma tutte note le conseguenze.
La
sigaretta: non so di preciso perchè fumo, sicuramente dipendenza fisica, ma
anche chissà quale componente psicologica. So però che le conseguenze sono:
soddisfazione di un bisogno, nefaste conseguenze alla fine. Praticamente per certo.
Assemblage 5: in parte noti gli scopi, in parte conosciute le
conseguenze.
Dovrebbe
essere la casella in cui si muovono tutte le speculazioni sugli assemblages umani. Nessuno può dire
esattamente il perchè completo, assoluto, dell’esistenza di un oggetto, dalla scoperta/ipotesi
dell’inconscio in poi. E nessuno può sapere esattamente tutte le conseguenze
che, nel tempo, quell’assemblage
causerà. La dinamite entra a buon diritto in questa categoria; il signor Nobel
ebbe modo di sperimentarlo, amaramente.
Assemblage 6: in parte noti gli scopi, sconosciute le
conseguenze.
La
sperimentazione pura: sento il bisogno di fare qualcosa, so che è per
soddisfare una mia pulsione, un desiderio, non so esattamente che cosa accadrà
quando avrò portato a termine la mia azione.
Assemblage 7: sconosciuti gli scopi, conosciute tutte le
conseguenze.
Stiamo
forse parlando dell’universo? Che non sappiamo perchè esiste, ma sappiamo quali
conseguenze ha per noi, in termini di leggi fisiche, a causa delle quali non si
può barare sul tempo e sullo spazio. Certo l’universo non è un assemblage umano. Ma Wermer Karl
Heisenberg lo sottolineò: lo sguardo cristallizza l’universo in una forma
precisa (parafrasando parecchio). A proposito di bombe: in un dialogo con Bohr,
nel 1941, Heisenberg non espresse alcun problema morale riguardo al progetto di
costruzione di una bomba atomica; anzi, era convinto che la suddetta bomba
avrebbe deciso l’esito della seconda guerra mondiale a favore della Germania
nazista. In quale casella lo mettiamo?
Assemblage 8: sconosciuti gli scopi, in parte conosciute le
conseguenze.
I
Moai dell’Isola di Pasqua: non sappiamo esattamente perchè sono stati scolpiti
ed eretti, ma sappiamo che come conseguenze hanno avuto: lo studio degli
stessi, il turismo, ed un buon numero di fotografie suggestive sui social
networks.
Assemblage 9: sconosciuti gli scopi, sconosciute le conseguenze.
Esiste
un assemblage del quale non si sa il
perchè dell’esistenza, e che conseguenze avrà? Un manufatto alieno sarebbe
l’esempio ideale per questa categoria. Torniamo a 2001 Odissea nello spazio, questa volta al romanzo di Arthur C.
Clarke. Forse, nessun assemblage può
rientrare in questa categoria, perchè c’è di mezzo l’essere umano. Sottratto
l’uomo dall’equazione, resta il mistero dell’essere, oppure del nulla.
Links a precedenti (dis)assemblages P-Ars
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