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domenica 20 luglio 2014

EDS | 6 di 14 | Al supermercato



EDS - Esperimenti di scrittura 6 di 14
AL SUPERMERCATO
ovvero prima li bruciavamo, adesso li congeliamo.


Si scriverà (mi viene spesso da scrivere “si parlerà”, ma...) di supermercati, ipermercati, mercatoni e affini. I nomi già sono una violenza, obbligano lo scrittore a scriverlo, che sono, cioè vogliono essere: super-, iper-, -oni. Devi chiamarli così, altrimenti come lo dici. Esisterà un nome tecnico non usato nella parlata volgare? Un nome di cosa non dovrebbe contenere simili superlativi, addirittura assoluti! si lasci libero lo scrittore (ma chiunque, in fondo) di poterli definire con un vocabolo di grado zero, e poi ac-crescerlo oppure de-crescerlo secondo l’esperienza che ne fa; invece (chi controlla il linguaggio controlla il mondo) il nome, prima ancora dell’esserci dentro, di scriverne, trascina lo scrittore (ma chiunque, vedi sopra) in un’intrinseca valutazione semantica, non voluta, circon-voluta su un significato aggregato. Sentite come suonerebbe diverso se si chiamassero: mercati-a-carrello.

Invece super-iper-one è un nome che dichiara già nel suo segno di battesimo un piano di battaglia, una volta si chiamava il Sindaco e il Parroco all’inaugurazione di una nuova azienda, dunque davvero battesimo; un piano di battaglia, come se uno stato si chiamasse Antifrancia (esistono stati con nomi simili?), che non nasconde il suo voler essere diverso/contro/meglio del suo antagonista, eppure... esiste solo in funzione dell’accrescitivo: non è qualcosa di diverso, di alternativo, bensì solo il suo avversario, quella è la sua ragione d’essere, una cosa con un accrescitivo davanti o dietro. Meglio di che? lo scrittore si chiede: meglio forse del mercato-piazza, che sia un paragone di dimensioni. Poi gli vengono in mente mille esempi di mercati-piazza molto più grandi, più assortiti di quelli che si vogliono far chiamare super-iper-oni. Forse per il fatto che sono al coperto? Nemmeno, ci sono mercati-piazza anche coperti. Forse perchè al posto di tanti proprietari di banchi diversi tra di loro c’è un solo possidente di tutta la baracca? Questo li rende super-iper-oni?

Prima di sottoporsi all’esperimento di scrittura al supermercato, allo scrittore viene un dubbio: tra le tante fiction e serie televisive non ne esiste nessuna ambientata in un supermercato? Forse sì, gli sembra di ricordare, era una cosa che trasmettevano alla tv catodica degli anni ottanta, poteva definirsi pieno boom economico? Con il senno di poi.  Ah, e poi c’era quell’altra cosa ambientata in un c’entro commerciale. Lo scrittore si rifiuta di scriverne qui il titolo. Tuttavia, lo scrittore vuole principiare pulito il suo esperimento di scrittura al supermercato, sa che ne sono già state scritte migliaia, di analisi socio-filo-economiche sul fenomeno dei supermercati (e dei c’entri commerciali); e altrettante analisi a seguirne l’evoluzione, dei super-iper-mercat-oni, che hanno cambiato faccia, sono diventati friendly, alcuni addirittura sono riserve dove marchi di qualità (parole chiave: territorio, gusto, salute) fanno sfoggio delle loro piume di pavone, per essere comprati, per giustificare un costo. Un amico diceva: perchè la qualità deve essere solo per i ricchi? Perchè i poveri devono mangiare schifezze?

Comunque, per scrivere al supermercato lo scrittore deve: accettare il fatto che sedersi da qualche parte (non ci sono posti a sedere) significa essere guardato male oppure interrogato continuamente dai commessi se ha bisogno di qualcosa oppure si sente bene; oppure impratichirsi nell’arte del carrello come punto d’appoggio. A questo scopo si presta bene il seggiolino per bambini integrato al carrello: ecco perchè mia madre, quando – me presente – parlava con qualcuno di una parente oppure di una conoscente che aveva partorito, diceva “ha comprato un bambino”. La cicogna ha messo in piedi una start-up di successo. Il seggiolino per bambini, con un po’ di pratica, può diventare un buon piano di scrittura per lo scrittore. La sua opera è come un figlio, per lui: dunque il diario/quaderno/foglio sul seggiolino per bambini è nella posizione ideale. Lo scrittore nota: guardare il diario/quaderno/foglio appoggiato sul seggiolino per bambini integrato al carrello comporta anche avere la visione del contenuto del carrello, vuoto, semivuoto, semipieno o pieno che sia. Lo scrittore è qui per scrivere oppure fa di necessità virtù e, già che c’è, provvede a fare la spesa? Si possono scegliere le parole per scrivere mentre si scelgono i prodotti per vivere? Con un po’ di fortuna, se lo scrittore si impratichisce con lo scrivere deambulando con il carrello della spesa, il suo diario/quaderno/foglio verrà scambiato per una lista della spesa, e nessuno lo importunerà. La lista ha una sua giustificazione sociale, il periodare no.

Tuttavia, il fantasma del grande ma-in-realtà non tarderà a tormentare lo scrittore. Il seggiolino per bambini integrato al carrello è comodo e permette alla madre/padre di controllare il figlio, e che così non si allontana, ma-in-realtà serve a prolungare il termpo di permanenza della madre/padre presso il super-iper-mercat-one (e magari comprare, altro, e altro ancora); madre/padre che non dovranno sentire le lamentele del figlio sono stanco di camminare e dunque non saranno indotti a tornare a casa. Oppure: i prodotti sugli scaffali sono tanti, e molti anche scontati, ma-in-realtà a casa non resterà nulla della sensazione di abbondanza che la pienezza degli scaffali trasmetteva, i prodotti spesso sembrano in concorrenza tra di loro, ma-in-realtà sono prodotti dalla stessa multinazionale alimentare, e se molti sono scontati significa che da qualche parte (prima, a prezzo pieno) c’era un margine di risparmio per me che invece è diventato guadagno per qualcunaltro. Oppure: le casse automatiche sono pratiche e veloci ma-in-realtà sono posti di lavoro persi per qualcunaltro (non quello della frase precedente, ovvio). E’ chiaro, è evidente che le cose stanno così, nessuno lo negherebbe mai; eppure il potere del super-iper-mercat-one è quello di ricevere dal suo pubblico un’assoluzione: il Grande Perdono per il suo ma-in-realtà. Il risparmio val bene una messa (in carrello).

Allo scrittore che scrive al super-iper-mercat-one farà invece comodo (ma con un retrogusto di inquietudine) il fatto che: mentre al mercato-piazza capita di fermarsi e chiacchierare, perchè si incontrano persone (cosa che lo interromperebbe nella scrittura), al super-iper-mercat-one nessuno parla con nessuno, nemmeno per chiedere di spostare un po’ il carrello quando non riesce a passare con il suo. D’altro canto, in chiesa non si parla; al cospetto della perfezione geometrica di forme e colori e disposizioni e dell’abbondanza di beni delle corsie un certo religioso silenzio si impone al passante-spingente-il-proprio-carrello; silenzio religioso sottolineato (come canti gregoriani in una cattedrale) dalla musica onnipresente, ossessiva, vuota di significato, che pervade l’aria, lo spazio, la mente; musica ambientale che serve a rilassare ma-in-realtà ha il preciso scopo di impedire il pensiero profondo, l’introspezione, è una cortina fumogena tutt’intorno al campo da gioco del super-iper-mercato-one. Lo scrittore cerca di immaginare: un supermercato senza musica ambientale? Provate a vedere che cosa vi succede, a farvi un giro in un super-iper-mercat-one con i tappi nelle orecchie.

Tutti al super-iper-mercat-one sbirciamo dentro ai carrelli la spesa altrui; lo scrittore che scrive al super-iper-mercat-one sbircia dentro ai carrelli altrui, e prova ad immaginare quale potrebbe essere la spesa di alcuni personaggi della letteratura. Possiamo immaginarci Kafka, Cortazar, Majakovskij, Verlaine al super-iper-mercat-one? Avrebbero potuto essere assunti come commessi? Come avrebbero reagito ad una rapina a mano armata alle casse mentre che aspettavano in coda? Anche loro, come lo scrittore che scrive al super-iper-mercat-one, avrebbero avuto quella strana sensazione, nel dover cercare l’uscita senza acquisti, oppure passare alla cassa giustificadosi con la cassiera per non aver comprato nulla?

Lo scrittore che scrive al super-iper-mercat-one sospetta anche che, a seconda delle corsie e dei prodotti esposti, possa cambiare la sua prosa. La zona prodotti per la casa avrà un impatto diverso sulla sua scrittura rispetto a quella frutta e verdura. Quanto tempo è lecito stare al super-iper-mercat-one gironzolando con un carrello (magari vuoto) prima che l’uomo che sta dietro alle telecamere si insospettisca, e si prepari per controllare le sue tasche da scrittore all’uscita? E i cartellini dei prezzi: una volta erano scritti e sostituiti a mano, oggi sempre più spesso si trovano piccoli display con il prezzo trasmesso a distanza, un click e il costo di tutti i pacchi di pasta sale oppure scende di un’euro. Mi chiedo come mai un hacker non abbia ancora provato ad intrufolarsi nella Rete di un super-iper-mercat-one per regalare uno sconto a centinaia di pensionati cassaintegrati interinali tempo-determinati che contano le monete prima di allungare la mano verso una scatola di biscotti. Sarebbe una buona trama per una storia.

Se il parallelo con altri luoghi di trascendenza e di estasi (come le chiese, i bagni turchi oppure le piramidi maya e via dicendo) solletica lo scrittore, non potrà fare a meno di considerare che la meditazione proposta dagli officianti sacri degli iper-super-mercat-oni è da svolgersi in piedi ed in movimento: sei di passaggio, il tuo tempo è denaro (tuo ma anche nostro, pensano gli officianti sacri), la precisione razionale con cui i prodotti sono esposti e messi in sequenza uno dopo l’altro serve a guidarti verso la cassa e dunque all’uscita e al ritorno alla tua casa (non c’è avventura nel percorrere il bosco del supermercato, tutto è rassicurante, è un non-viaggio). Non devi fermarti: devi prendere e passare oltre. Accetta il transeunte su ruote di carrello ben oliate e, per cortesia, non intralciare gli altri che meglio di te scorrono lungo le corsie e attraverso la barriera delle casse. Un super-iper-mercat-one che lo scrittore ha visitato tempo fa esponeva un enorme cartello rosso con una scritta bianca: FRESH, FAST, FRIENDLY. Fresco, veloce, amichevole. Sarà fresca, veloce ed amichevole la scrittura dello scrittore che scrive al super-iper-mercat-one? Anche quando gli capiterà di passare davanti agli scaffali di libri? C’è un filo sottile che lega i roghi dei libri di neanche tanto tempo fa, ai libri esposti davanti al reparto surgelati.

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mercoledì 25 giugno 2014

EDS | 5 di 14 | In autostrada


Esperimenti di scrittura, 5 di 14
In autostrada
ovvero se il conducente conduce, perchè lo scrivente non scrivuce?

Il “scrivere”, per quanto si possa pensare (e pretendere battendo i piedi, capricci da scrittore) che si elevi al di sopra dell’umana condizione verso la dimensione iperuranica dell’arte pura distillata ed ideale in accordo con la musica delle sfere, in alcuni casi non si discosta dalle più pratiche delle cose. Alla guida, così come non si deve armeggiare con il cellulare oppure mangiare il gelato, non si deve scrivere. Se invece il “scrittore” è seduto dal lato del passeggero – posto che ci sia qualcuno al posto di chi guida e dunque l’automobile sia mobile – possiamo parlare del “scrivere in autostrada”.

L’accordo iniziale con chi conduce la vettura è fondamentale: che stia zitto; che possa parlare; oppure che debba alternare silenzi a considerazioni; a seconda che il “scrittore” sia nel novero di quelli che hanno bisogno di totale silenzio, di totale rumore di fondo, oppure di una certa dose di disturbo casuale durante il “scrivere”. Accordo facile da prendere nel caso di conducenti parenti o amici, meno nel caso in cui il “scrittore” sia salito a bordo di un’automobile casuale, magari r-accolto durante l’autostop; ma è dalla metà degli anni ottanta che non vedo più autostoppisti ai caselli, perchè? E’ vietato (siamo diventati rispettosi della legge), oppure è pericoloso (con quello che si legge sui giornali), oppure siamo più ricchi (abbiamo tutti una macchina), oppure ancora non viaggiamo più on the road (bye bye beat generation).

Seconda cosa: occorre inventare un neologismo per quel suono di viaggio in autostrada, un’orchestra formata da ruote sull’asfalto, motore, cambi di marcia, frizione, finestrino abbassato, freccia a sinistra e poi a destra in caso di sorpasso (e di conducente diligente), in alcuni casi pioggia dunque tergicristalli. Orchestra guidata (fantastico, Marinetti Balla Boccioni Russolo approverebbero) dal conducente. Lo chiamerei viaggìo, con l’accento sulla i. Dunque il “scrittore” che si accinge al “scrivere in autostrada” fa i conti immediatamente con il suono/rumore di viaggìo, che in larga parte è considerato una buona colonna sonora per il “scrivere”, concilia il raccoglimento, scioglie i nodi della mente, una sorta di mantra contemporaneo che tutto sommato rilassa, mi chiedo se non contenga anche un retrogusto amaro, velenoso, di civiltà delle macchine.

Se e quando il conducente decide un sorpasso, c’è un momento preciso e abbastanza breve in cui il “scrittore” può gettare uno sguardo dentro l’abitacolo della vettura sorpassata, un’istante di invasione della privacy, chi sa che non possa dargli ispirazione per quello che sta scrivendo. Altra cosa è il sorpasso di autoarticolati oppure mezzi pesanti, assolo rombante e leggera ansia finchè non ci si è allontanati. Dipende dalla macchina, ma le vibrazioni e del motore e dell’asfalto rendono la scrittura a mano meno precisa, gli spostamenti laterali della vettura inducono ad attendere un attimo prima di appoggiare di nuovo la penna sul foglio, così come lo scalare delle marce – ma dipende dall’abilità del conducente, che a questo punto dovrebbe aver capito di avere un ruolo di responsabilità nei confronti del “scrittore” – e si spera sempre di non fare esperienza di frenate brusche, lo spavento non si addice al raccoglimento necessario al “scrittore”.

Se il “scrittore” interrompe momentaneamente il “scrivere”, per riflettere su un’idea, e guarda fuori dal finestrino, vede le cose vicine passare veloci e le cose lontane invece lentamente, e quelle lontanissime ferme. Scatenatevi pure con le metafore, ma resta il fatto che si tratta di una questione di vettori e di prospettiva che si danno la mano. A latere delle condizioni atmosferiche, il “scrittore” che scrive durante un viaggìo fa esperienza di: caselli autostradali (sicuramente), lavori in corso (quasi sicuramente), autovelox (dipende dalla tratta), gallerie (dipende sempre dalla tratta), autogrill (dipende dalle scelte del conducente), incidenti stradali (si spera mai per sè e per gli altri). Tutti questi incontri possono interrompere fatalmente il “scrivere” oppure dargli nuovo impulso. Un amico mi raccontò di un malato terminale di cancro che si fece trasportare in viaggio sulle autostrade francesi, senza mai uscire ai caselli, visitando gli autogrill come se fossero moderne cattedrali/musei. Forse si trova qualche filmato su Youtube.

Ricordo anche di cartelli autostradali con le lampadine che si illuminano e servono a formare frasi di senso compiuto, per avvisare di varie cose gli automobilisti, ed in particolare cito: “Proteggi i tuoi bambini con la cintura di sicurezza” (e la nonna che si arrangi, aggiungo io); “Avvistato animale girovago” (ero stato io, a telefonare a quelli delle autostrade per avvertirli che c’era un cane che trotterellava tranquillo sulla corsia di emergenza, avevo provato a recuperarlo ma era fuggito in direzione opposta a quella di marcia; perchè generalizzare con “animale girovago” invece che “cane”? Non si fidavano della mia percezione dei fatti? Pensavano che avessi scambiato per cane un cinghiale? Un procione?)

L’ultima considerazione riguarda il “scrivere” e la lunghezza del viaggio. Finchè c’è benzina, e finita la benzina finchè ci sono soldi per rabboccare il serbatoio, il viaggio e il viaggìo proseguono. Il “scrittore” sta tornando a casa? Sta andando via di casa? Credo che questo faccia qualche differenza nel “scrivere”. Sa dove è diretto? Non sa quanto durerà il viaggio? L’uscita dall’autostrada, l’ultima curva prima dell’arrivo, concedono che – affrettando la scrittura – si possa terminare la pagina in modo coerente? Capita mai che si finisca il “scrivere” prima dell’arrivo, e allora per il resto del viaggio come si può impiegare il tempo? Si può trovare un conducente abbastanza empatico da capire quando basta, è il momento di cessare il viaggìo e quel che è stato è stato che va bene così? E forse tutto si riduce al pensare se il “scrittore” possa restargli amico, nonostante sia il conducente a decidere quando arriva la parola fine.

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mercoledì 14 maggio 2014

EDS | 3 di 14 | In spiaggia


Esperimenti di scrittura, 3 di 14
In spiaggia
ovvero i Righeira l’avevano già anticipato

Uno scrittore che scrive in spiaggia può essere:

a) uno scrittore che vive al mare, e dunque la cosa gli sarà familiare;

b) uno scrittore in vacanza, da questo deriva:
b1) che si tratti di un racconto oppure di un romanzo breve
b2) che lo scrittore sia velocissimo nella stesura del romanzo
b3) che scriva il romanzo in parte al mare e in parte no, e dunque chissà se il lettore riuscirà mai a notare l’influenza della salsedine su certi capitoli piuttosto che su altri.

Sul fatto che lo scrittore in vacanza scriva, invece che riposarsi, è una normale conseguenza della sua malattia per la narrazione (malattia che non si cura, a meno che non si elimini il paziente-scrittore stesso), oppure che il lavoro – quello per vivere – gli porti via il tempo necessario per completare il suo romanzo, e dunque non possa che approfittare del tempo libero estivo. Ma qui si aprirebbe un altro capitolo, “lavorare per vivere” oppure “vivere per lavorare” (paradosso irrisolvibile, visto che lo scrittore “vive per scrivere”), riprendiamo il filo del discorso. L’influenza della salsedine sulla scrittura potrebbe essere ricondotta alla stessa influenza che i medici, se non erro dal 1800 in poi, iniziariono a sperimentare per la cura di certe malattie polmonari. Essendo che l’aria di mare è ricca di sali minerali, attraverso la respirazione lo scrittore in spiaggia riempie i suoi polmoni di particelle di cloruro di sodio, magnesio, iodio e potassio, liberate dall’acqua marina all’infrangersi delle onde. Va da sè che più il mare è agitato, più particelle vengono liberate, ecco forse spiegata la passione degli scrittori romantici per il mare in tempesta (che tuttavia morivano come mosche per consunzione e tisi, c’è qualcosa che non torna nel ragionamento).

Le posizioni che lo scrittore in spiaggia può assumere sono: sdraiato sul dorso, sdraiato sulla pancia, seduto. E’ piuttosto difficile scrivere (nel caso di carta e penna) sdraiati sul dorso, essendo anche lo scrittore sottoposto alla forza di gravità, cioè al mistero della massa che attrae e si fa beffe del suo desiderio di volare via, lontano, verso l’orizzonte e oltre, dove nessun uomo è mai giunto prima. Molto più comodo per lo scrittore stare sdraiato sulla pancia, anche se di tanto in tanto bisogna cambiare posizione, il peso del busto sui gomiti affatica e anchilosa, e chi sa che pagine possono essere scritte da uno scrittore dolorante. Scrivere in spiaggia da seduti fa assomigliare a monaci tibetani in meditazione (ma conosco pochi scrittori che avrebbero il coraggio di darsi fuoco come certi monaci tibetani in protesta). Tutto questo è valido per uno scrittore proletario in spiaggia libera; lo scrittore benestante in spiaggia privata ha a disposizione sdraio, lettino, sedia, tavolino, ombrellone, insomma pagando sta più comodo (vedi la questione di cui prima, “lavorare per vivere” e “vivere per lavorare”). Il sole abbronza lo scrittore in spiaggia  senza ombrellone, scotta quello incauto, e fa risaltare il bianco della pagina: sarebbe meglio indossare occhiali scuri; se usa una stilografica, l’inchiostro versato asciuga meravigliosamente in fretta. Se lo scrittore in spiaggia cede alla tentazione di un bagno ristoratore di tanto in tanto, che davvero fa troppo caldo e si sta scottando, le mani umide se non addirittura bagnate lasciano aloni sulla carta che, asciugandosi, la rendono leggermente ruvida e grinzosa. Vissuta. La pagina bianca deve “lavorare per vivere” oppure “vivere per lavorare”?

Non tacerò del fatto che: mentre sulla spiaggia lo scrittore potrebbe incappare nel cosiddetto blocco di se stesso (cioè nel blocco dello scrittore), come avviene anche in altre situazioni le idee migliori per riprendere il testo gli verranno una volta che sia entrato in acqua, magari un po’ al largo dove non si tocca, e allora sarà combattuto tra il tornare a riva e mettere per iscritto l’idea, oppure continuare la nuotata e confidare nel fatto che una volta tornato sulla terraferma l’idea se la ricorderà sicuramente. Non ricordo film con scene di spiaggia che annoveri uno scrittore tra le comparse. C’era nello squalo?

E’ chiaro che lo scrittore che fa vita da spiaggia gode di una notevole situazione di calma, di rilassatezza, epperò conosco scrittori che quando finalmente hanno tempo e modo di dedicarsi con cura alla scrittura non sanno più che cosa scrivere, e invece solo di corsa, tra un impegno e l’altro, e anche nervosi, riescono a dare il meglio di sè. La gente che frequenta la spiaggia, così come lo scrittore, è solitamente in costume da bagno, dunque fonte di distrazione da un lato, di riflessione sull’uomo come scimmia nuda dall’altro. Mi piacerebbe avere la possibilità di investire e incaricare qualche agenzia di raccolta dati per un sondaggio: come lo scrittore affronta la prova costume. Imbarazzo? Indifferenza?

L’uniformità di colori della spiaggia (cielo, mare, sabbia) ha un effetto tranquillizzante sull’animo dello scrittore, sempre che lo scrittore abbia un animo, ma soprattutto in questo luogo lo sguardo dello scrittore può fare una cosa che normalmente, in altre condizioni, ha difficoltà a fare: spaziare libero fino all’orizzonte (che, se non mi sbaglio, è poco più di quattro chilometri e mezzo, dopo di che la curvatura terrestre nasconde quello che c’è al quinto chilometro dietro il bordo dell’orizzonte – poco, vero?). Per ogni estate ci sarà sempre (statisticamente) almeno un pallone che colpisce uno scrittore nel bel mezzo della stesura di una pagina importante, facendogli perdere il filo, giusto il tempo necessario perchè ci ripensi e cambi idea e muova la storia in un’altra direzione; con tante scuse da parte dei genitori dei bambini che stavano giocando con quel pallone, che non sapranno mai di aver inciso in modo radicale sull’evolversi del capolavoro dello scrittore da spiaggia. Mi chiedo se avrebbe mercato un asciugamano per scrittori da spiaggia con la scritta: “sono uno scrittore, interrompetemi solo se avete qualcosa di davvero importante da chiedermi”.

Lo scrittore da spiaggia, come tutti gli altri, viene avvicinato da venditori di asciugamani, occhiali da sole, massaggi; forse il fatto di essere impegnato a scrivere offre un scappatoia all’insistenza dei suddetti venditori; proprio quello scrivere che, paradossalmente, è legato in qualche modo all’essere umani (dunque non-indifferenti; a meno che non abbiamo preso un granchi – essendo in spiaggia – e non siano previste l’empatia e la solidarietà dalla natura dell’essere umano; d’altro canto non c’è mica scritto da qualche parte, è una nostra supposizione). In spiaggia alle volte si sente il rombo sordo di elicottero che passa in lontananza, oppure di un aereo, magari è un Canadair CL-415 che va a spegnere un incendio, statisticamente più probabile se lo scrittore si trova su una spiaggia ligure; e prepotente si insinua il pensiero che esiste un altrove, non di suono di onde che si inseguono ma di alberi forse centenari che bruciano in un inferno di fiamme e fumo, per qualche umano che ha voluto fare sfoggio di tutta la sua piccolezza (no, effettivamente a pensarci bene empatia e solidarietà devono essere concetti giunti qui da un altro pianeta). Infine, c’è la questione della DSA, cioè della Distanza Socialmente Accettata. Questo vale per le spiagge libere, perchè quelle a pagamento sono già strutturate geometricamente da chi approfitta della concessione, e c’è poca libertà di azione, se non quella di tirare fuori soldoni dal portafoglio per avere un posto “in prima fila”, proprio a ridosso della battigia. Torniamo alla spiaggia libera. Dunque c’è un teorema che afferma che il nuovo arrivato – in questo caso lo scrittore – si va a posizionare in posti liberi sempre equidistanti da altre persone sulla spiaggia


Situazione numero 1
mare                      ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
battigia                  ------------------------------------------------------
posti occupati      O                         O        O


Situazione numero 2
mare                     ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
battigia                 ------------------------------------------------------
nuovo arrivato     O      O                O         O


Situazione numero 3
mare                    ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
battigia                ------------------------------------------------------
nuovo arrivato    O     O       O         O         O

Ecco spiegata l’origine       ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
della canzone                      ------------------------------------------------------
“vamos a la playa”               OH     OH      OH     OH       OH

i Righeira avevano ragione.


venerdì 9 maggio 2014

EDS | 2 di 14 | Al bar


Esperimenti di scrittura, 2 di 14
Al bar
ovvero Chi volete che liberi? E la folla gridò: “Bar Abba! Bar Abba!”
sulle note del noto gruppo musicale svedese.


Scrivere (al) “bar” è molto generico. Esistono moltissimi tipi di “bar”, uno per ogni popolo, uno per ogni città, per ogni quartiere, per ogni barista; verrebbe da dire che ci sono “infiniti bar” (alle volte uno accanto all’altro, alla faccia di ogni teoria macro/micro economica) che ogni giorno compaiono e scompaiono; niente di più vicino ai cicli cosmici di creazione e distruzione. E (quasi) tutti questi bar sono già stati ampiamente de-scritti da moltissimi de-scrittori, forse ben più di uno per ogni bar (possono coesistere due scrittori nello stesso bar, contemporaneamente? Si sfideranno all’arma bianca? Collaboreranno? Sono curioso di sapere se la letteratura scientifica annovera studi specifici su casi come questi). Tuttavia, suppongo esistano bar senza uno scrittore “di casa”, così come scrittori senza un “bar” dove scrivere, e questo rende sicuramente più avventurosa l’esistenza, considerando quanti incontri fortunati possano ancora avvenire tra scrittori e bar. Forse lo stesso bar è diverso per ciascuno di noi, forse ciascuno di noi crea il bar che frequenta, sento l’eco del principio di indeterminazione di Heisenberg, è lo sguardo che crea la realtà, la teoria dei quanti, magari dei guanti se il barista li indossa, ma sarebbe allora un bar di lusso, per scrittori di lusso, chi può permettersi oggi il lusso di fare lo scrittore.
D’altro canto, credo anche che al barista – generalizziamo, che sia il gestore oppure il dipendente – faccia piacere avere uno scrittore nel proprio bar. Entrereste in un bar deserto? Dunque qualcuno impegnato in un’attività intellettuale – fantastico, intellettuale! – certo non può che dare lustro al locale. Dobbiamo però considerare una serie di casi, di interazioni che danno risultati finali molto diversi tra di loro.
Scrittore introverso con barista introverso =
ciascuno si fa i fatti suoi, e tutto finisce lì.
Scrittore introverso con barista estroverso =
il barista “disturba” lo scrittore. Cambierà bar? Lo inserirà come vittima nel proprio thriller?
Scrittore estroverso con barista introverso =
il barista gli farà capire che deve scrivere e non chiacchierare?
Scrittore estroverso con barista estroverso =
probabilmente parleranno spesso del più e del meno, con conseguenze funeste sui tempi di completamento del romanzo, o del racconto, o della poesia, o di quello che è. Che non è un male se lo scrittore è mediocre, ma chi può dirlo prima di aver letto.
Quando ero ragazzo, ricordo di aver scelto un bar piuttosto lontano da casa, per mettermi a scrivere uno dei miei romanzi. Era la storia di un toro che scappava da un mattatoio, in principio nessuno se ne accorgeva, il toro scorrazzava libero per la città e nei vari capitoli raccontavo come veniva avvistato casualmente dai passanti, e le loro reazioni nel trovarselo di fronte. Il romanzo finiva male, una pattuglia avvistava il toro con le corna incastrate in un reticolato vicino all’autostrada, e decideva di abbatterlo per evitare gravi incidenti, prima che riuscisse a liberarsi e a correre in mezzo alle auto. Il carabiniere che apriva il fuoco si rendeva conto di quanto fosse difficile ucciderlo, non gli bastava un proiettile solo. Era una sorta di tragedia collettiva della solitudine, compresa quella del toro. Il bar dove avevo scelto di scrivere questa storia si trovava (si trova, c’è ancora?) di fronte all’ospedale Sant’Anna, quello “dove nascono i bambini”, ed era frequentato da futuri padri preoccupati, gestanti che prendevano il caffè prima di entrare in ospedale, parenti con regali e fiocchi azzurri e rosa, qualche studentessa di ostetricia. Ai tempi si poteva ancora fumare nei locali pubblici. Che cosa prendevo? Succo di frutta, di solito. Forse era per quello che le studentesse di ostetricia non mi filavano nemmeno per sbaglio.
Oggi, riprovando l’esperienza di scrivere in un bar per descrivere che cosa “voglia dire”, mi rendo conto più precisamente di tutta una serie di cose. In primo luogo, i discorsi (o no) della gente: quelli che entrano e non dicono una parola, quelli che invece capisci subito che non vedono l’ora di attaccare bottone. I discorsi da bar, su calcio, tempo, politica. Tu scrittore scrivi, ma non puoi fare a me di ascoltare – anche “solo” inconsciamente – quello che stanno dicendo. Credo che il bar (la locanda, il pub) sia stato il primo social network della storia: ciascuno entra, dice la sua, si atteggia come vorrebbe che gli altri lo percepiscano, esce. Con il suo scrittore seduto al tavolino, il bar per osmosi filtra la realtà “fuori”, in una sorta di distillato di luoghi comuni che potrebbero benissimo essere verità assolute – e in fondo lo sono – di umanità varia che si ferma oppure no per un istante, per un caffè quando deve restare sveglio, per un bicchiere di vino quando vuole far dormire la mente. Attraverso le vetrine, lo scrittore può guardare per strada la gente che passa: meglio di molti canali televisivi, la vita è lì, ad un passo, eppure lui è comodamente seduto al suo tavolino. Non può cambiare canale, e questo non può che fargli bene, in questo caso. Come se fosse un’estensione di casa sua, lo scrittore si trova in un luogo che gli permette di scrivere, ma anche di entrare in contatto con gli altri, senza per questo dover scendere troppo a patti con la sua intimità, la sua privacy. Vedo avventori giocare di scaltrezza per chi si accaparra il quotidiano, sempre solo uno, così che per sapere che cosa succede nel mondo è necessario aspettare il proprio turno, oppure farselo raccontare. Il bar che ho scelto per l’esperimento ha tre videopoker. Credo che questo faccia immediatamente declinare la scrittura verso considerazioni sociali e/o fataliste. Fortunatamente, il bar è anche e ancora il luogo dove si dà il primo appuntamento: qui saranno nati amori, oppure ne sarà stata certificata la morte (cerebrale?), magari qualcuno era già pronto per il conseguente espianto, a-mors tua vita mea. Scrivere al bar con un computer sembra voler dire al mondo “sto lavorando a qualcosa di importante” oppure “è lavoro, è studio”; scrivere a mano significa invece “ehi, è arte”, agli occhi di molti forse suona come “mi dò un tono”. Eppure penso a quanti manifesti letterari sono nati nei bar, quanti rivoluzionari hanno scritto in una locanda il proprio credo, quanti criminali hanno pianificato le loro rapine, quanti co-spiratori hanno co-spirato. Ecco che arriva la considerazione sociale sui videopoker: c’erano anche i giochi d’azzardo, ma a vincere sempre non era lo Stato.

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martedì 20 agosto 2013

La sensazione che


Uno dei momenti più felici della mia adolescenza, riconsiderato a bocce ferme, è stato quello in cui me ne andavo in giro con il mio quaderno a scrivere. Andavano bene le panchine, i bar, i gradini sulla strada di qualche palazzo. Ho un vago ricordo dei contenuti di quello che scrivevo, ma ben ferma nella memoria la sensazione che provavo. Credo di aver passato mediamente più tempo fuori piuttosto che dentro casa, a scrivere. Giravo per il quartiere, interi pomeriggi, esploravo, guardavo, annusavo. Quei quaderni li ho ancora tutti, ma non li riapro. Però, ancora oggi mi capita di scrivere fuori, quando il mondo rumoreggia intorno e la pagina è una specie di piccolo centro fisso, una nave, in viaggio; e le mie parole erano il carburante per andare da qualche parte. «Mais où sont les neiges d'antan?» scriveva Francois Villon. Di tutti quei turbamenti e di quei desideri, di quei dolori e di quelle gioie, è rimasta la sensazione di viaggio in corso, e il resto è sfumato.


domenica 18 agosto 2013

Lemuri


Ci sono due modi di usare i social networks. Molti modi, in realtà, ma consideriamone due. Il primo è simile ad un tentativo di archiviare, archiviare tutto. Foto di viaggi, pensieri su avvenimenti di cronaca, stati d’animo. Archiviare il più possibile per avere un’identità, e archiviare esponendo agli altri per ottenere dagli altri un riconoscimento. Questo modo di pensare uno strumento, che permette di mantenere fissi nel tempo immagini e pensieri, è mutuato dallo spirito prettamente capitalistico. Accumulo, e quello che accumulo mi rende, e mi individua. Cerco di fare in modo che nulla vada perso, e che mi frutti qualcosa. Poi, c’è un secondo modo di usare i social networks. E’ quello che guarda al futuro, alle possibilità. Che non cerca di urlare un’identità, ma descrive un atteggiamento, e potenzia le possibilità di crescita e cambiamento. Conoscere altre persone. Trovare nuove forme espressive, nuovi lavori, nuove occasioni d’arte con altre persone affini. Conoscere anche il diverso da sè. Tutte le volte che apro la mia finestra sui social networks, mi inoltro in una selva oscura popolata da lemuri che, pur nascosti sui loro alberi, lanciano urli: io esisto, sono qui, io esisto. Meno spesso mi capita di sentire domande: chi sei?



giovedì 8 agosto 2013

Archiviazione totale


Succede questa cosa, che scrivo. Per svariati motivi. Per tenere a mente le cose. Per organizzare. Per esprimermi. Semplicemente, per adempiere ogni giorno a questo rito del mettere su pagina cose che altrimenti (andrebbero perse? sono solo un promemoria per ricordarmi che le nostre azioni riempiono l’universo, anche quando mi sembrano piccole ed inutili?). Quando scrivo per me, scrivo male. Se devo rileggere, alle volte faccio io stesso fatica. Scrivo tutti i giorni, e poi penso: ci sarà mai un biografo con abbastanza tempo da perdere per tradurre tutte queste pagine di scrittura piccola, incerta, indistinguibile, confusa. E perchè, poi? Altre volte mi chiedo, se mai dovessi perdere la memoria, queste pagine (migliaia, ormai) potrebbero ricostruire il mio essere, oppure comunque le vedrei con occhi diversi? Sarebbe un estraneo. Follia dell’archiviazione totale. E’ come se fosse l’atto dello scrivere, a trovare una giustificazione a questo oceano di pagine in continua espansione. Sicuramente consolidamento dell’autostima. Poi, mi dico che le strade future sono infinite. Magari tutto questo risparmierà una lacrima a qualcuno, mi dicevo. Invece, anche questa è una ben pia ma illusoria convinzione. Non ho una risposta.