mercoledì 14 maggio 2014

1di4 - Voce del verbo fotografare


Gli uomini erano angosciati dallo scorrere del tempo.
Uno di loro inventò la macchina fotografica.
Tutti iniziarono allora a fermare istanti, sottraendoli al fluire inesorabile della vita.
Presto però si resero conto che non potevano salvare ogni singolo momento.
Si rivolsero all’inventore della macchina fotografica, chiedendogli di migliorarla.
“Non si possono fotografare tutti gli istanti” spiegò lui
“Bisogna decidere quali immortalare e quali no. Io scelgo: voce del verbo fotografare”.



Vincenzo Bruno e Luca Drago

dal 14 giugno al 13 luglio
10-18 tutti i giorni
ingresso libero

Villarfocchiardo - Torino
Certosa di Montebenedetto

lunedì 12 maggio 2014

A proposito di un albo per attori, artisti, musicisti



A proposito di un albo per attori, artisti, musicisti
ovvero era più semplice giocare con gli albi delle figurine, da piccoli
ovvero l’albo c’è già, ma nessuno lo sa
ovvero (poi smetto, giuro) albo è sinonimo letterario di bianco, chi ci scriverà sopra?
+ Bonus track: Brevissimo Vademecum al Dilettante e all’Amatoriale

Esiste un albo degli avvocati, un albo degli autotrasportatori, un albo dei gestori ambientali, un albo degli scrutatori di seggio, un albo degli architetti, un albo dei medici, un albo degli psicologi...

Affrontiamo la spinosissima questione dell’albo. Che non è l’albo delle figurine, e sì che sarebbe molto più semplice: celo, celo, manca. Invece, qui si va a toccare un nervo scoperto – da anni – a proposito del riconoscimento del ruolo degli A, dove A sta per attori, artisti, musicisti anche se la parola “musicisti” non inizia per A, insomma tutti coloro che in qualche modo hanno a che fare con l’arte, che invece inizia per A. Insomma: di tanto in tanto, qualche A auspica (sui social, oppure dal vivo chiacchierando con gli amici) che venga finalmente istituito un albo per gli A, così che gli A vengano riconosciuti come professionisti, con ciò che ne consegue:

1) siano tutelati con contratti degni

2) siano distinti dagli amatoriali, che non possiamo abbreviare in A perchè purtroppo anche amatoriali inizia con la stessa lettera. A prova dell’importanza dell’istituzione di un albo gli A adducono il fatto che tante sono le categorie che possono vantare un albo, dai medici ai giornalisti fino alle professioni più umili, e invece loro no. Bene, dietro a questo dato di fatto della mancanza di un albo per A si celano (celo, celo, manca) tutta una serie di interessanti considerazioni.

Il tenitore dell’albo.
Chi tiene in mano questo albo? Potrebbe redigerlo un’istituzione pubblica. Terrò a bada la mia naturale (giusta, sbagliata, fate voi) diffidenza nei confronti del potere amministrativo, tuttavia mi chiedo quale ente potrebbe essere preposto a tale compito molto, molto delicato. Su quali basi un A avrebbe diritto ad essere inserito o meno nell’albo? In base a parametri professionali, ma quali: aver frequentato certe scuole? Pubbliche? Private? Potrebbe vedere scritto il suo nome sull’albo solo dopo aver dato un esame? Tenuto da chi? Invito chiunque a pensare a cinque nomi, cinque figure a cui affiderebbe questo compito con totale fiducia; anche in questo caso, il problema sarebbe solo rimandato, perchè la gente nasce, vive, invecchia e muore, e quindi prima o poi anche queste cinque cariche di tenitori dell’albo andrebbero sostituite; da chi, chi le elegge?

Diritti (storti) e doveri (dov’eri?)
Consideriamo inoltre che l’iscrizione ad un albo comporta, per i professionisti, non solo diritti ma anche doveri: non credo che il potere amministrativo perderebbe l’occasione di usare questo albo per appositi studi di settore, che sarebbero il primo passo per applicare tasse al lavoro degli A iscritti a questo albo. Certo, gli A le tasse le pagano già adesso, ma a fronte di un’iscrizione con un carico fiscale ben preciso, gli A vorrebbero qualcosa in cambio. Dunque, lo scenario sarebbe questo: avremmo un albo per A professionisti, che pagano le tasse, al quale si iscrivono (tramite esame oppure credenziali), albo tenuto da alcune figure di rilievo (ma elette come); dall’altro lato avremmo A non-professionisti, non iscritti all’albo, che queste tasse non le pagano (dunque, costano meno degli A professionisti, con tutto ciò che questo comporterebbe a proposito della concorrenza sul mercato del lavoro). Che fare? Impedisci agli A non-professionisti di praticare, visto che non sono iscritti all’albo? Presumi che chi ingaggia gli A preferisca i professionisti ai non-professionisti, perchè la loro iscrizione all’albo è una garanzia del loro operato? Gli ingaggiatori (teatri, compagnie, gallerie d’arte) riconoscerebbero nei tenitori dell’albo un’autorità competente nella scelta? La tentazione di risparmiare sarebbe troppo forte?

C’è che ora non mi importa niente / di tutta l’altra gente.
Che cosa c’è... cantavano Ornella Vanoni e Gino Paoli, c’è che mi sono innamorato di te / c’è che ora non mi importa niente / di tutta l’altra gente / di tutta quella gente che non sei tu. C’è che: se da un lato far parte di un albo permetterebbe delle class actions ben mirate, in un settore come quello degli A che troppo spesso si fa del male da solo con divisioni interne e gioco al ribasso, dall’altro il concetto di arte è molto più fluido di quello della chirurgia, giornalismo o che so io. Pensiamo a tutte le nuove sperimentazioni, alle commistioni tra generi artistici diversi: riuscire ad inquadrare gli A in una specifica categoria è molto difficile; perchè gli A, per natura, esplorano e travalicano continuamente i confini del definito; creano loro stessi nuove categorie, nuove definizioni per generi di arte performativa dal vivo mai vista prima; sia nella pratica della loro azione artistica, sia prima ancora nella ricerca e nello studio, molto spesso a 360 gradi rispetto a quello di altre categorie di professionisti, rigidamente inquadrati in un percorso di formazione professionale riconosciuto dallo stato italiano. Per non parlare del fatto che spesso gli A si spostano da un paese all’altro, rendendo complicato applicare il concetto di albo a paesi con ordinamenti giuridici diversi tra di loro (un A potrebbe essere considerato professionista a Ventimiglia, ma non a Mentone, per dire).

Di bambini e di teoria dei quanti.
Avete mai giocato a uno-due-tre stella? E’ la stessa cosa. Il pubblico, i critici e le istituzioni contano, voltati verso il muro: uno... due... tre... stella! e si voltano verso gli A, che immediatamente si fermano là dove sono. Gli A vengono visti dal pubblico, dai critici e dalle istituzioni in un preciso momento del loro movimento / percorso artistico, piacciono o meno in quel preciso istante. Quando il pubblico, i critici e le istituzioni si voltano di nuovo, quando non li vedono, gli A si muovono e cercano nuove posizioni, forme, espressioni. Un albo è statico, l’arte è dinamica; un A potrebbe avere le credenziali per entrare a far parte di un albo in un preciso momento della sua carriera artistica, e poi magari qualche mo(vi)mento dopo invece no, dal punto di vista di chi gestisce il suddetto albo. Come si fa ad espellere dall’albo un A indegno? Questa faccenda dell’uno... due... tre... stella! ha anche a che fare con il principio di indeterminazione di Heisenberg, per il quale non è possibile (riduciamo all’osso il concetto) conoscere i dettagli di un sistema senza perturbarlo osservandolo. Finchè non la osservi, non è arte; ma si evolve come arte quando non la guardi. Pensa un po’, gli A hanno affinità con i quanti più di quanto si potrebbe immaginare (anche per il fatto che influenzano a vicenda senza saperlo, tra l’altro).

Prima e/o poi.
Nonostante tutta la fiducia che si può riporre in un gruppo ristretto di tenitori di un albo, la valutazione di chi è A e chi non è A (dunque chi ha diritto ha stare in un albo e chi invece no) è mutevole sia nello spazio, che nel tempo, che a seconda di chi osserva. C’è bisogno di ricordare quali e quanti A, nel loro tempo, non sono stati considerati A, ed oggi invece sono ricordati sui libri? Tuttavia, questo relativismo non deve farci perdere la speranza, e soprattutto la voglia di proporre alternative. Iniziamo dalle istituzioni.

Vi piace la fantascienza? In un universo parallelo, le istituzioni hanno curiosità e sensibilità. Curiosità per lasciare sempre aperti spazi di indagine ed espressione per le nuove e vecchie forme d’arte; sensibilià per promuovere agevolazioni e facilitazioni così che tutti gli A possano avere una base di partenza, e un luogo dove esibire la propria arte, così che il pubblico e la critica possano osservare, e con la loro partecipazione rivelare che cosa è arte e che cosa no. Se l’arte bella e buona è così fuggevole e mimetica, bisogna raddoppiare gli strumenti per cercarla, dedicare il massimo dell’attenzione; come una particella molto piccola e nascosta, di cui non si capisce molto perchè in trasformazione e ridefinizione di sè, servono più laboratori di ricerca e tante teste di scienziati che la pensano diversamente uno dall’altro per trovarla e seguirla, non cinque esperti che pretendano di aver capito che cosa è.

Se l’operato di un chirurgo iscritto ad un albo è immediatamente misurabile per i risultati del suo lavoro, il lavoro di un A ha effetti difficilmente misurabili: lavorando nel campo dell’arte, produce risultati immediatamente visibili (bellezza, pubblico, critica) ma anche risultati non misurabili, magari che saranno visti da lì a dieci anni di distanza, oppure contribuiranno indirettamente al lavoro di altri, e via dicendo; questo, un albo non riesce a misurarlo.
Senza considerare gli A che dissentono: i tenitori dell’albo li iscriveranno ugualmente, anche se li hanno come contestatori? Davvero potranno essere così illuminati da dare spazio anche alle voci scomode? Oppure l’albo diventerà un catalogo di A di regime, e fuori tutti gli altri?

Colpo di scena: l’albo esiste già.
Per altri versi, esiste già un albo per gli A. Tutti lo vogliono, tutti lo cercano, ma nessuno lo trova perchè è nel posto più impensabile: dentro a ciascuno di noi. Sono io, spettatore, che iscrivo all’albo alcuni A piuttosto che altri; sono io-spettatore che li sostengo andandoli a vedere, entrando magari in contatto con loro per discutere del loro lavoro, e che racconto di loro agli amici invitandoli a seguire questi A a loro volta. Sono io-spettatore che li sostengo con la mia partecipazione, che decido, e mi sobbarco spesso perplesso, di quale A debba passare alla storia e quale invece no. E’ questo l’albo al quale tutti gli A, attori, artisti, musicisti e via dicendo dovrebbero aspirare. Diffidate dei poeti laureati (come li definiva Montale ma anche Roberto Freak Antoni) iscritti all’albo della gloria, iscritti da chi non si sa quanto interesse abbia davvero nella bellezza per il pubblico; oppure, in alternativa, considerate le rime di Kento: e no, non mi autocelebro / resta che in testa ho Cerbero / idee che se potessero forse mi ucciderebbero / spiacere è il mio piacere / io amo essere odiato / con l’arte e con la boria di un poeta laureato.

Bonus track:
Brevissimo Vademecum al Dilettante e all’Amatoriale

1. Alcuni affermano che il vero e proprio boom di dilettanti e amatoriali coincida con il web duepuntozero: la comparsa dei social (e di tutti gli strumenti user friendly annessi) è stato lo sparo di inizio della gara a diffondere e dare visibilità di massa a contenuti dilettantistici e amatoriali.

2. Non solo: si pensi alle forme partecipative di produzione dal basso, e alla crisi del monopolio della conoscenza (know-how) detenuta dalla cultura definita legittima; si pensi al software libero, a basso costo oppure piratato che ha dato a chiunque accesso ai mezzi per provare a fare musica, grafica, e via dicendo.

3. Questa “democratizzazione” delle competenze, e la libertà di accesso agli strumenti, da un lato ha allargato il bacino di utenza attiva, dando possibilità a chi prima non avrebbe potuto per scarsità di mezzi economici; ma dall’altro ha creato una palude di informazione indistinta tra professionisti e dilettanti.

4. Ulteriore elemento: da un lato è stata occasione di speculazione da parte di alcuni: penso ai concorsi letterari a pagamento per poeti esordienti, all’editoria a pagamento, ai premi d’arte a pagamento; dall’altro, ha incoraggiato forme d’arte partecipativa, mettendo in discussione il concetto di “pubblico” e “partecipante”. Ha segnato la nascita dei crossmedia e dei transmedia: ha consentito alla massa di “semplici acquirenti” di partecipare alla stesura di un sequel, alla realizzazione di un crossover di una serie a fumetti oppure televisiva, ai remix di brani musicali, sempre in bilico tra la convenienza economica e pubblicitaria di tali operazioni da parte di marchi forti, e il reale interesse ad allargare lo spettro di menti al lavoro su un progetto creativo.

5. E che dire delle centinaia di migliaia di fotografie caricate e condivise in Rete: spazi intimi esteriorizzati, sicuramene carichi di significato personale emotivo? Il web duepuntozero ha portato alla luce il desiderio umano di svincolarsi dalle catene di una vita dall’aspetto inevitabile ed oppressivo, incastrato in un meccanismo di produzione e consumo. Chi non vorrebbe fare l’artista, oggi?

venerdì 9 maggio 2014

Voce del verbo fotografare starts June 14, 2014

Mostra fotografica: Vincenzo Bruno & Luca Drago Aperto tutti i giorni dalle 10.00 alle 18.00 Ingresso libero

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EDS | 2 di 14 | Al bar


Esperimenti di scrittura, 2 di 14
Al bar
ovvero Chi volete che liberi? E la folla gridò: “Bar Abba! Bar Abba!”
sulle note del noto gruppo musicale svedese.


Scrivere (al) “bar” è molto generico. Esistono moltissimi tipi di “bar”, uno per ogni popolo, uno per ogni città, per ogni quartiere, per ogni barista; verrebbe da dire che ci sono “infiniti bar” (alle volte uno accanto all’altro, alla faccia di ogni teoria macro/micro economica) che ogni giorno compaiono e scompaiono; niente di più vicino ai cicli cosmici di creazione e distruzione. E (quasi) tutti questi bar sono già stati ampiamente de-scritti da moltissimi de-scrittori, forse ben più di uno per ogni bar (possono coesistere due scrittori nello stesso bar, contemporaneamente? Si sfideranno all’arma bianca? Collaboreranno? Sono curioso di sapere se la letteratura scientifica annovera studi specifici su casi come questi). Tuttavia, suppongo esistano bar senza uno scrittore “di casa”, così come scrittori senza un “bar” dove scrivere, e questo rende sicuramente più avventurosa l’esistenza, considerando quanti incontri fortunati possano ancora avvenire tra scrittori e bar. Forse lo stesso bar è diverso per ciascuno di noi, forse ciascuno di noi crea il bar che frequenta, sento l’eco del principio di indeterminazione di Heisenberg, è lo sguardo che crea la realtà, la teoria dei quanti, magari dei guanti se il barista li indossa, ma sarebbe allora un bar di lusso, per scrittori di lusso, chi può permettersi oggi il lusso di fare lo scrittore.
D’altro canto, credo anche che al barista – generalizziamo, che sia il gestore oppure il dipendente – faccia piacere avere uno scrittore nel proprio bar. Entrereste in un bar deserto? Dunque qualcuno impegnato in un’attività intellettuale – fantastico, intellettuale! – certo non può che dare lustro al locale. Dobbiamo però considerare una serie di casi, di interazioni che danno risultati finali molto diversi tra di loro.
Scrittore introverso con barista introverso =
ciascuno si fa i fatti suoi, e tutto finisce lì.
Scrittore introverso con barista estroverso =
il barista “disturba” lo scrittore. Cambierà bar? Lo inserirà come vittima nel proprio thriller?
Scrittore estroverso con barista introverso =
il barista gli farà capire che deve scrivere e non chiacchierare?
Scrittore estroverso con barista estroverso =
probabilmente parleranno spesso del più e del meno, con conseguenze funeste sui tempi di completamento del romanzo, o del racconto, o della poesia, o di quello che è. Che non è un male se lo scrittore è mediocre, ma chi può dirlo prima di aver letto.
Quando ero ragazzo, ricordo di aver scelto un bar piuttosto lontano da casa, per mettermi a scrivere uno dei miei romanzi. Era la storia di un toro che scappava da un mattatoio, in principio nessuno se ne accorgeva, il toro scorrazzava libero per la città e nei vari capitoli raccontavo come veniva avvistato casualmente dai passanti, e le loro reazioni nel trovarselo di fronte. Il romanzo finiva male, una pattuglia avvistava il toro con le corna incastrate in un reticolato vicino all’autostrada, e decideva di abbatterlo per evitare gravi incidenti, prima che riuscisse a liberarsi e a correre in mezzo alle auto. Il carabiniere che apriva il fuoco si rendeva conto di quanto fosse difficile ucciderlo, non gli bastava un proiettile solo. Era una sorta di tragedia collettiva della solitudine, compresa quella del toro. Il bar dove avevo scelto di scrivere questa storia si trovava (si trova, c’è ancora?) di fronte all’ospedale Sant’Anna, quello “dove nascono i bambini”, ed era frequentato da futuri padri preoccupati, gestanti che prendevano il caffè prima di entrare in ospedale, parenti con regali e fiocchi azzurri e rosa, qualche studentessa di ostetricia. Ai tempi si poteva ancora fumare nei locali pubblici. Che cosa prendevo? Succo di frutta, di solito. Forse era per quello che le studentesse di ostetricia non mi filavano nemmeno per sbaglio.
Oggi, riprovando l’esperienza di scrivere in un bar per descrivere che cosa “voglia dire”, mi rendo conto più precisamente di tutta una serie di cose. In primo luogo, i discorsi (o no) della gente: quelli che entrano e non dicono una parola, quelli che invece capisci subito che non vedono l’ora di attaccare bottone. I discorsi da bar, su calcio, tempo, politica. Tu scrittore scrivi, ma non puoi fare a me di ascoltare – anche “solo” inconsciamente – quello che stanno dicendo. Credo che il bar (la locanda, il pub) sia stato il primo social network della storia: ciascuno entra, dice la sua, si atteggia come vorrebbe che gli altri lo percepiscano, esce. Con il suo scrittore seduto al tavolino, il bar per osmosi filtra la realtà “fuori”, in una sorta di distillato di luoghi comuni che potrebbero benissimo essere verità assolute – e in fondo lo sono – di umanità varia che si ferma oppure no per un istante, per un caffè quando deve restare sveglio, per un bicchiere di vino quando vuole far dormire la mente. Attraverso le vetrine, lo scrittore può guardare per strada la gente che passa: meglio di molti canali televisivi, la vita è lì, ad un passo, eppure lui è comodamente seduto al suo tavolino. Non può cambiare canale, e questo non può che fargli bene, in questo caso. Come se fosse un’estensione di casa sua, lo scrittore si trova in un luogo che gli permette di scrivere, ma anche di entrare in contatto con gli altri, senza per questo dover scendere troppo a patti con la sua intimità, la sua privacy. Vedo avventori giocare di scaltrezza per chi si accaparra il quotidiano, sempre solo uno, così che per sapere che cosa succede nel mondo è necessario aspettare il proprio turno, oppure farselo raccontare. Il bar che ho scelto per l’esperimento ha tre videopoker. Credo che questo faccia immediatamente declinare la scrittura verso considerazioni sociali e/o fataliste. Fortunatamente, il bar è anche e ancora il luogo dove si dà il primo appuntamento: qui saranno nati amori, oppure ne sarà stata certificata la morte (cerebrale?), magari qualcuno era già pronto per il conseguente espianto, a-mors tua vita mea. Scrivere al bar con un computer sembra voler dire al mondo “sto lavorando a qualcosa di importante” oppure “è lavoro, è studio”; scrivere a mano significa invece “ehi, è arte”, agli occhi di molti forse suona come “mi dò un tono”. Eppure penso a quanti manifesti letterari sono nati nei bar, quanti rivoluzionari hanno scritto in una locanda il proprio credo, quanti criminali hanno pianificato le loro rapine, quanti co-spiratori hanno co-spirato. Ecco che arriva la considerazione sociale sui videopoker: c’erano anche i giochi d’azzardo, ma a vincere sempre non era lo Stato.

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Hyperselfie





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martedì 6 maggio 2014

EDS | 1 di 14 | Al self-service


Introduzione

C’è modo e modo di scrivere. Prima ancora della trama e dello stile, prima (alle volte) dell’idea stessa, c’è un luogo, e un modo di stare seduti? in piedi? appoggiati? in un certo (ma anche incerto) luogo, per scrivere. Ci sono scrittori che scrivevano seduti sul letto, in posizioni scomodissime, scrittori che avevano bisogno di mettersi al lavoro in un caffè, altri che si vestivano di bianco, che cercavano il silenzio assoluto. Questo sarà il territorio che esplorerò. Proverò a scrivere – a prescindere dal testo, che sarà la descrizione di quanto sperimenterò in quel momento – in luoghi e modi molto diversi tra di loro.

Esperimenti di scrittura, 1 di 14
Al self-service
ovvero Propp e Pavlov che si danno la mano

Scrivere al self-service significa tener occupato un tavolo, mentre tutti intorno cercano un posto dove sedersi, tenendo in equilibrio i vassoi con i piatti scelti. Se il self-service è una delle mete preferite dalla gente produttiva per la pausa pranzo, si capisce bene che cosa possano pensare – avendo solo mezz’ora per mangiare – di uno che sta lì a scrivere, magari nemmeno sul cellulare (via, lo fanno tutti, è l’era del social) bensì sulla carta, cosa che lo rende ancora più fastidioso, lì a far niente accanto ai piatti vuoti del cibo che ha appena mangiato, che andasse a cercare un altro posto che noi siamo gente che lavora. Tuttavia, molto raramente al fastidio seguirà la richiesta di spostarsi, che tutto sommato ha pagato e sta quanto vuole. Il rumore di fondo tende ad aumentare in proporzione al numero di avventori, fino a stabilizzarsi attraversato dal suono di forchette e coltelli presi e posati. Se a qualcuno cade un bicchiere a terra, rompendosi, il brusio si interrompe e tutti – compreso chi scrive – si voltano verso il colpevole. Poi, e forse c’è una sorta di disinteresse che assomiglia al perdono, ogni essere umano torna a farsi gli affari suoi, riprendendo le discussioni interrotte con i commensali. Tutti tranne chi scrive al self- service, che non avendo nessuno con cui parlare al suo tavolo non può partecipare al brusio indifferente; e viceversa per quanto possa restare indifferente rispetto a quanto gli accade attorno, indifferente del tutto non lo sarà mai; e chissà come influenzerà la storia che sta scrivendo quella somma di odori di piatti pronti, scaldati al momento, primi secondi contorni frutta e dolci: se questo induca a voler descrivere tutto (e magari a disporre la storia secondo ritmi e schemi ben ordinati), oppure al contrario non faccia nascere nello scrittore il desiderio di assenza e raccoglimento. Ulteriori considerazioni da farsi sul fatto che chi scrive al self-service, essendo per forza passato alla cassa per accedere ad un tavolo e dunque avendo comprato e mangiato qualcosa, ha la pancia piena nel momento in cui decide di prendere carta e penna, in piena digestione, e sarà ben diversa la scrittura da quella di un affamato, per quanto raccolto. Durante l’esperimento di scrittura al self- service ho incontrato un’amica che sapevo lavorare lì, ma che non pensavo fosse in sala, piuttosto nelle cucine. Allora si interrompe la scrittura, si scambiano due parole, qualche giustificazione al fatto che sto scrivendo e dunque occupo posto, ma che se chiuderà un occhio la citerò nel testo: Katia Asproni, ecco fatto. Il discorso verte subito dopo sul lavoro, sulle difficoltà di questa e di quell’azienda. E lo scrivere, che si potrebbe pensare essere un vezzo, diventa invece, al contrario e proprio per questo, una grande necessità.

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sabato 3 maggio 2014

TI TROVO IN-FORMA(E)


TI TROVO IN-FORMA(E)
ovvero il nonno guarda Kaori che si allena, e si chiede che senso abbia, in fondo




“La nostra vita è troppo breve” disse “oppure siamo troppo disattenti, per cogliere la trasformazione delle cose.” Gli elefanti si muovono verso la pozza d’acqua, scuotendo lentamente le orecchie. “Molto plausibile che nemmeno vogliamo farlo”. Indicò con il dito cose che davanti a noi non c’erano, come se le stesse vedendo davvero: “Quello che chiamiamo bicchiere, tavolo, penna... lo chiamiamo così per l’uso, conferiamo uno scopo ad un’aggregazione di materia, nel tempo dato tra il suo essere così e il suo prossimo disgregarsi. Tra quanto tempo?” chiese. Il vulcano inizia ad eruttare, la pressione dei gas incandescenti fa esplodere la sommità del cratere con un boato udibile a chilometri di distanza. Rimase in attesa, come se davvero si aspettasse una risposta, ma sapevamo che era un bell’espediente retorico. “Un giorno, un anno, un eone... niente resterà strutturato così, tutto si trasformerà.” La Luna si allontana dalla Terra di 3,8 cm all’anno; allo stesso tempo, in virtù del principio di conservazione dell’energia, questo fenomeno determina anche un leggero rallentamento del moto di rotazione attorno al proprio asse della Terra. Fra 7 miliardi di anni un giorno terrestre durerà quanto 47 giorni attuali, e la luna apparirà fissa nel cielo, visibile solo da un emisfero, e molto più distante. Sempre che il Sole non abbia distrutto prima il sistema solare e i suoi pianeti. Abbassò il capo, spostò il peso su una gamba, poi sull’altra, alzà di nuovo lo sguardo su di noi. “Due sono le forze fisiche che entrano in gioco nel processo di trasformazione. La forza di attrazione della materia, ed un’energia che invece tende a disgregarla, la cui origine è attualmente motivo di indagine”. Sorrise. “Da ragazzo mi chiedevo perchè la materia attraesse...” ridacchiò scuotendo la testa, ma non ci sfuggì una certa nostalgia nella sua espressione. Il DNA è un acido nucleico che contiene le informazioni genetiche necessarie alla biosintesi di RNA e proteine, le molecole necessarie per lo sviluppo e il funzionamento degli organismi viventi. E’ un polimero organico formato da monomeri chiamati nucleotidi; i nucleotidi sono costituiti da un gruppo fosfato, dal deossiribosio e da una base azotata. “Dunque, riprendendo: usiamo la materia già configurata, oppure la configuriamo in base alle nostre possibilità per i nostri scopi, attribuendo alle configurazioni della materia nomi ed usi; inoltre, attribuiamo ad essa significati e, a volte, ne facciamo dei simboli.” Agitò la mano come se stesse scrivendo su un’immaginaria lavagna. “Simbolo deriva dal greco sun-ballo, cioè metto insieme, questo lo sappiamo. Pochi invece sanno che in greco il simbolon era una tessera con caratteri geometrici, che veniva spezzata quando si faceva un accordo: ciascuna delle parti ne conservava metà, così che avesse prova del patto stipulato con l’altra parte. Dunque” allargò le mani, indicando due opposti “la realtà da sola è incompleta: da un lato c’è la materia, dall’altro noi che le attribuiamo quello di cui prima parlavo”. La meccanica quantistica descrive la radiazione e la materia sia come un fenomeno ondulatorio che allo stesso tempo come entità particellari; questo dualismo onda-particella è formulata nel principio di indeterminazione di Heisenberg. Incrociò le braccia. “Adesso arriva la parte che non piace ai borghesi” disse “Parte che non piace ai borghesi perchè, come disse qualcuno, la tragedia irrisolta della borghesia è quella di essere riuscita a comprare tutto, tranne che l’immortalità. Comunque... gran parte dell’inquietudine umana pare derivare proprio da questo: non potendo arrestare la propria trasformazione fisica, oppure trovarle un senso – essendo fatti di materia anche noi – cerchiamo stabilità nelle cose, nel loro essere ben definite, con un nome, un uso, un valore simbolico. Distogliendo lo sguardo, oppure i pensieri, quando le cose si rivelano per quello che sono: materia in continua trasformazione.” Leonardo da Vinci scrive il Codice del Volo degli Uccelli intorno all’anno 1505, a Firenze. Analizza il volo e la struttura fisiologica degli uccelli, per poi passare a progetti di macchine che consentano all’uomo di volare. E’ di questo periodo (così dice la leggenda) il tentativo di volo di Leonardo dalla collina di Montecederi, a Fiesole. Si fermò un attimo, pensieroso. Stava per dire qualcosa, poi ci ripensò. Ci guardò per un po’. “Anche l’arte ha a che fare con il tempo. Su due piani” parlava lentamente, forse pensava in questo modo di aiutarci a seguire il suo salto logico “il primo, quando si confronta direttamente con la questione del tempo, che è il luogo dove avviene questa trasformazione della materia. Il secondo, intrinseco: tutte le opere d’arte, prima o poi, si trasformeranno in altro, disgregandosi. I curatori e i restauratori d’arte questo lo sanno bene, e tra di loro – mai in pubblico, solo tra di loro, badate – ne discutono, di questa impermanenza di fondo, di questa falla nel sistema che solo la brevità della vita umana consente di nascondere”. Le piante sono un regno di esseri viventi che comprende circa 350.000 specie di organismi; le caratteristiche fondamentali sono la capacità di sintetizzare le proprie molecole organiche a partire da sostanze inorganiche, utilizzando energia non derivante da sostanze organiche assimilate; l’uso della fotosintesi, che permette loro di cattuarre parte dell’energia solare trasformando l’anidride carbonica in zuccheri e altre sostanze; sono formate da cellule eucariote, dotate di un vero e proprio nucleo; le loro pareti cellulari sono strutturate con una base di cellulosa, e le cellule stesse possono immagazzinare amido come fonte energetica di riserva. Fece qualche passo verso di noi, si fermò attendendo da noi una domanda che non sarebbe mai stata formulata. “L’arte rende sempre visibile l’inquietudine umana, e la domanda sul perchè la materia porti con sè, insieme alla sua esistenza, anche la sua impermanenza. Perchè?” poi aggiunse, come se volesse prevedere una nostra obiezione “E le idee? Anch’esse sono immortali? Ci sopravvivono nelle cose, nei simboli, nel linguaggio... ma d’altro canto cambiano e si evolvono continuamente, e sinceramente” si strinse nelle spalle “non riesco ad immaginare idee senza un po’ di materia che le sostenga, sia un insieme di cellule chiamato cervello oppure di atomi chiamato carta. Senza un supporto, forse anche l’idea muore, termina, finisce. A meno che non trasmigri su altri supporti... costretta anche lei ad un viaggio interminabile, e a trasformarsi a seconda del supporto che la sorregge, per non perire.” Il gatto si affaccia alla finestra aperta, si siede sul davanzale. Annusa l’aria del mattino, segue con lo sguardo il volo di un uccello, poi osserva il prato bagnato di rugiada. Allunga le zampe anteriori, si stiracchia. “Sono il vostro insegnante? Oppure sto insegnando a me stesso? Ci sono solo io? Non esisto, ed esistete solo voi? Qualcuno sta scrivendo questa storia, e nessuno di noi esiste? Si tratta di uno spot televisivo, e qualcuno presto cambierà canale, per nulla persuaso ad acquistare non sappiamo quale prodotto? Non esiste nemmeno lo scrittore?”

In-formae è 1/3 di performance sul concetto di impermanenza. Gli altri 2/3 sono: La capsula del tempo, performance che ha permesso alla gente del paese di Camo di inserire in un contenitore a tenuta stagna oggetti che desideravano venissero ritrovati tra cinquecento anni, e Il Frullat(t)ore, performance presentata allo Zooart di Cuneo, durante la quale il pubblico poteva consegnare oggetti da distruggere e trasformare in kipple elementare ed indistinto, osservando il processo che condurrà al suo destino finale tutta la materia esistente.