domenica 18 maggio 2014
I SENZA STATO - meeting multimediale di creatività
PROGRAMMA DEFINITIVO
Il 12- 13- 14 -15 giugno l'Associazione "Gli Scamiciati " presenta I SENZA STATO meeting multimediale di creatività. La manifestazione si svolgerà nei locali del laboratorio anarchico PerlaNera in via Tiziano n. 2 ad Alessandria.
GIOVEDI' 12
ore 21 - presentazione di un interessantissimo libro (per la prima volta tradotto in italiano) edito da Autoproduzioni Fenix: "Storia del dadaismo" di Ribemont Dessaignes. Il libro è arricchito anche da "Un Cadavre", numero unico di un giornale che uscì il 15 gennaio 1930, di autori vari, prevalentemente poeti, entrambi tradotti dal francese da Nicoletta Frola e da Mario Frisetti (che sarà anche oratore alla presentazione). A seguire proiezione del film "ENTR'ACTE" di Renè Clair del 1924.
VENERDI' 13
ore 17 - apertura delle mostre espositive composte da quadri, fotografie, sculture e installazioni.
Esporranno:
Max Ferrino, Paolo Mandirola, Matteo Michele Bisaccia, Vincenzo Aulitto, Bertini Rosetta, Roberto Pestarino, Franco Schirone, Santo Catanuto, Angelo Pelizza, Gino, Franco Montessoro, Valter Ravera, Saer.
ore 18 - Spettacolo teatrale "Il Mare Buio" di e con Andrea Trere (Opercolo teatro), tre monologhi tratti da racconti di A.J. CRONIN, R. BRADBURY e S. BENNI, preceduti, intervallati e seguiti da filmati.
ore 21 - la compagnia teatrale Coltelleria Einstein si esibirà con lo spettacolo "Polvere Umana" liberamente ispirato ai romanzi di Primo Levi.
SABATO 14
Il programma è concepito in modo che il sabato sia dedicato ad iniziative di contaminazione tra le varie espressioni artistiche: la scelta espressiva vuole essere un percorso che in qualche maniera è anche l'archetipo dell'iniziativa stessa.
ore 10 - apertura della mostra, a seguire: Corvaio Salvatore propone un esperimento di poesia collettiva con i presenti. Tutto il pomeriggio sarà accompagnato da musiche eseguite da un quartetto di jazz libero alternate e/o contemporanee ad opere create sul momento dagli espositori.
ore 16 - "Si gratta!"performance di contaminazione multimediale: una performance nella quale Salvatore Corvaio reciterà le sue poesie in un contorno espositivo di quadri dipinti dal pittore Claudio Zunino; il tutto è accompagnato dalla chitarra elettrica di Dino Porcu.
ore 17 - presentazione della rivista ApARTe "materiali irregolari di cultura libertaria"; la rivista ha ormai 14 anni ed è un punto di riferimento innegabile di arte, nel senso a noi più affine, oltre che essere stata in questi anni promotrice di numerosi eventi in tutto il territorio nazionale.
ore 18 - Andrea Roccioletti presenta un'esposizione performativa sulle nuove comunità in rete, che non solo travalicano i confini degli stati, ma creano una nuova concezione di identità e di appartenenza.
Con Michele Di Erre e Andrea Gagliotta - IL BESTIARIO AD OCCHI CHIUSI
I due artisti disegnano ad occhi bendati, oppure usando la visione periferica.
Propongono a chi vuole provare a fare altrettanto durante la loro esposizione.
Per la sola giornata di sabato verranno esposti i bozzetti originali delle sagome a grandezza naturale del celebre quadro "I FUNERALI DELL'ANARCHICO PINELLI" di Enrico Baj.
ore 21 concerto: BANDA BRISCA musica e danza della tradizione
DOMENICA 15
ore 10 - apertura della mostra, a seguire Harald Miserè ci propone uno spettacolo con la collaborazione artistica di Sara Salvatico e Danilo Danglari: le sue poesie diventano animazione teatrale dando vita ad un ensemble, un grido contro le convenzioni, l'ipocrisia e il potere.
ore 15 - "LUIS ovvero abbiamo conosciuto Lulù quella sera che...." di Antonio Lombardo, dedicato alla figura leggendaria di Louis Chabas detto Lulù, il partigiano che operò durante la Resistenza nelle Langhe.
Il racconto verrà recitato da Sara Salvatico e da Danilo Danglari.
ore 17 - "R! R-ESISTERE" Canzoni e parole di libertà eseguite dal gruppo SENZA COLLARE.
Durante tutti i tre giorni - oltre alle mostre di quadri, sculture e fotografie - sarà allestita una sala permanente dove verrà proiettato no stop il cortometraggio frutto del lavoro iniziato l'11 marzo: un laboratorio di drammaturgia incentrato proprio sul tema dei Senza Stato, diretto da Gianluca Ferrari, e il documentario "Louis Chabas detto Lulù una resistenza leggendaria" di Remo Schellino. Saranno inoltre proiettati i filmati ormai storici delle iniziative artistiche proposte a suo tempo da non pochi degli attuali animatori del laboratorio anarchico PerlaNera e svoltesi al Forte Guercio Occupato "Le Piume del Pavone", e il video di Luigi Bianco "II FUOCO BRUCIA SEMPRE QUALCOSA Se qualcosa c'è".
Per tutti i 3 giorni colazione, pranzo e cena a prezzi modici.
mercoledì 14 maggio 2014
EDS | 3 di 14 | In spiaggia
Esperimenti di scrittura, 3 di 14
In spiaggia
ovvero i
Righeira l’avevano già anticipato
Uno scrittore che scrive in spiaggia può essere:
a) uno scrittore che vive al mare, e dunque la cosa
gli sarà familiare;
b) uno scrittore in vacanza, da questo deriva:
b1) che si tratti di un racconto oppure di un romanzo
breve
b2) che lo scrittore sia velocissimo nella stesura
del romanzo
b3) che scriva il romanzo in parte al mare e in parte
no, e dunque chissà se il lettore riuscirà mai a notare l’influenza della
salsedine su certi capitoli piuttosto che su altri.
Sul fatto che lo scrittore in vacanza scriva, invece
che riposarsi, è una normale conseguenza della sua malattia per la narrazione
(malattia che non si cura, a meno che non si elimini il paziente-scrittore
stesso), oppure che il lavoro – quello per vivere
– gli porti via il tempo necessario per completare il suo romanzo, e dunque non
possa che approfittare del tempo libero estivo. Ma qui si aprirebbe un altro
capitolo, “lavorare per vivere” oppure “vivere per lavorare” (paradosso
irrisolvibile, visto che lo scrittore “vive per scrivere”), riprendiamo il filo
del discorso. L’influenza della salsedine sulla scrittura potrebbe essere
ricondotta alla stessa influenza che i medici, se non erro dal 1800 in poi,
iniziariono a sperimentare per la cura di certe malattie polmonari. Essendo che
l’aria di mare è ricca di sali minerali, attraverso la respirazione lo
scrittore in spiaggia riempie i suoi polmoni di particelle di cloruro di sodio,
magnesio, iodio e potassio, liberate dall’acqua marina all’infrangersi delle
onde. Va da sè che più il mare è agitato, più particelle vengono liberate, ecco
forse spiegata la passione degli scrittori romantici per il mare in tempesta
(che tuttavia morivano come mosche per consunzione e tisi, c’è qualcosa che non
torna nel ragionamento).
Le posizioni che lo scrittore in spiaggia può
assumere sono: sdraiato sul dorso, sdraiato sulla pancia, seduto. E’ piuttosto
difficile scrivere (nel caso di carta e penna) sdraiati sul dorso, essendo
anche lo scrittore sottoposto alla forza di gravità, cioè al mistero della
massa che attrae e si fa beffe del suo desiderio di volare via, lontano, verso
l’orizzonte e oltre, dove nessun uomo è mai giunto prima. Molto più comodo per
lo scrittore stare sdraiato sulla pancia, anche se di tanto in tanto bisogna
cambiare posizione, il peso del busto sui gomiti affatica e anchilosa, e chi sa
che pagine possono essere scritte da uno scrittore dolorante. Scrivere in
spiaggia da seduti fa assomigliare a monaci tibetani in meditazione (ma conosco
pochi scrittori che avrebbero il coraggio di darsi fuoco come certi monaci
tibetani in protesta). Tutto questo è valido per uno scrittore proletario in
spiaggia libera; lo scrittore benestante in spiaggia privata ha a disposizione
sdraio, lettino, sedia, tavolino, ombrellone, insomma pagando sta più comodo
(vedi la questione di cui prima, “lavorare per vivere” e “vivere per lavorare”).
Il sole abbronza lo scrittore in spiaggia
senza ombrellone, scotta quello incauto, e fa risaltare il bianco della
pagina: sarebbe meglio indossare occhiali scuri; se usa una stilografica,
l’inchiostro versato asciuga meravigliosamente in fretta. Se lo scrittore in
spiaggia cede alla tentazione di un bagno ristoratore di tanto in tanto, che
davvero fa troppo caldo e si sta scottando, le mani umide se non addirittura
bagnate lasciano aloni sulla carta che, asciugandosi, la rendono leggermente
ruvida e grinzosa. Vissuta. La pagina bianca deve “lavorare per vivere” oppure
“vivere per lavorare”?
Non tacerò del fatto che: mentre sulla spiaggia lo
scrittore potrebbe incappare nel cosiddetto blocco di se stesso (cioè nel blocco
dello scrittore), come avviene anche in altre situazioni le idee migliori per
riprendere il testo gli verranno una volta che sia entrato in acqua, magari un
po’ al largo dove non si tocca, e allora sarà combattuto tra il tornare a riva
e mettere per iscritto l’idea, oppure continuare la nuotata e confidare nel
fatto che una volta tornato sulla terraferma l’idea se la ricorderà
sicuramente. Non ricordo film con scene di spiaggia che annoveri uno scrittore
tra le comparse. C’era nello squalo?
E’ chiaro che lo scrittore che fa vita da spiaggia
gode di una notevole situazione di calma, di rilassatezza, epperò conosco
scrittori che quando finalmente hanno tempo e modo di dedicarsi con cura alla
scrittura non sanno più che cosa scrivere, e invece solo di corsa, tra un
impegno e l’altro, e anche nervosi, riescono a dare il meglio di sè. La gente
che frequenta la spiaggia, così come lo scrittore, è solitamente in costume da
bagno, dunque fonte di distrazione da un lato, di riflessione sull’uomo come scimmia
nuda dall’altro. Mi piacerebbe avere la possibilità di investire e incaricare
qualche agenzia di raccolta dati per un sondaggio: come lo scrittore affronta
la prova costume. Imbarazzo? Indifferenza?
L’uniformità di colori della spiaggia (cielo, mare,
sabbia) ha un effetto tranquillizzante sull’animo dello scrittore, sempre che
lo scrittore abbia un animo, ma soprattutto in questo luogo lo sguardo dello
scrittore può fare una cosa che normalmente, in altre condizioni, ha difficoltà
a fare: spaziare libero fino all’orizzonte (che, se non mi sbaglio, è poco più di
quattro chilometri e mezzo, dopo di che la curvatura terrestre nasconde quello
che c’è al quinto chilometro dietro il bordo dell’orizzonte – poco, vero?). Per
ogni estate ci sarà sempre (statisticamente) almeno un pallone che colpisce uno
scrittore nel bel mezzo della stesura di una pagina importante, facendogli
perdere il filo, giusto il tempo necessario perchè ci ripensi e cambi idea e
muova la storia in un’altra direzione; con tante scuse da parte dei genitori
dei bambini che stavano giocando con quel pallone, che non sapranno mai di aver
inciso in modo radicale sull’evolversi del capolavoro dello scrittore da
spiaggia. Mi chiedo se avrebbe mercato un asciugamano per scrittori da spiaggia
con la scritta: “sono uno scrittore, interrompetemi solo se avete qualcosa di davvero importante da chiedermi”.
Lo scrittore da spiaggia, come tutti gli altri, viene
avvicinato da venditori di asciugamani, occhiali da sole, massaggi; forse il
fatto di essere impegnato a scrivere offre un scappatoia all’insistenza dei
suddetti venditori; proprio quello scrivere che, paradossalmente, è legato in
qualche modo all’essere umani (dunque non-indifferenti; a meno che non abbiamo
preso un granchi – essendo in spiaggia – e non siano previste l’empatia e la
solidarietà dalla natura dell’essere umano; d’altro canto non c’è mica scritto
da qualche parte, è una nostra supposizione). In spiaggia alle volte si sente
il rombo sordo di elicottero che passa in lontananza, oppure di un aereo,
magari è un Canadair CL-415 che va a spegnere un incendio, statisticamente più
probabile se lo scrittore si trova su una spiaggia ligure; e prepotente si insinua
il pensiero che esiste un altrove, non di suono di onde che si inseguono ma di
alberi forse centenari che bruciano in un inferno di fiamme e fumo, per qualche
umano che ha voluto fare sfoggio di tutta la sua piccolezza (no, effettivamente
a pensarci bene empatia e solidarietà devono essere concetti giunti qui da un
altro pianeta). Infine, c’è la questione della DSA, cioè della Distanza
Socialmente Accettata. Questo vale per le spiagge libere, perchè quelle a
pagamento sono già strutturate geometricamente da chi approfitta della
concessione, e c’è poca libertà di azione, se non quella di tirare fuori
soldoni dal portafoglio per avere un posto “in prima fila”, proprio a ridosso
della battigia. Torniamo alla spiaggia libera. Dunque c’è un teorema che
afferma che il nuovo arrivato – in questo caso lo scrittore – si va a
posizionare in posti liberi sempre equidistanti da altre persone sulla spiaggia
Situazione numero 1
mare ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
battigia ------------------------------------------------------
posti occupati O O O
Situazione numero 2
mare ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
battigia ------------------------------------------------------
nuovo arrivato O O O O
Situazione numero 3
mare ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
battigia ------------------------------------------------------
nuovo arrivato O O O O O
Ecco spiegata l’origine ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
della canzone ------------------------------------------------------
“vamos a la playa” OH OH OH OH OH
1di4 - Voce del verbo fotografare
Gli
uomini erano angosciati dallo scorrere del tempo.
Uno
di loro inventò la macchina fotografica.
Tutti
iniziarono allora a fermare istanti, sottraendoli al fluire inesorabile della
vita.
Presto
però si resero conto che non potevano salvare ogni singolo momento.
Si
rivolsero all’inventore della macchina fotografica, chiedendogli di
migliorarla.
“Non
si possono fotografare tutti gli istanti” spiegò lui
“Bisogna
decidere quali immortalare e quali no. Io scelgo: voce del verbo fotografare”.
Vincenzo Bruno e Luca Drago
dal 14 giugno al 13 luglio
10-18 tutti i giorni
ingresso libero
Villarfocchiardo - Torino
Certosa di Montebenedetto
lunedì 12 maggio 2014
A proposito di un albo per attori, artisti, musicisti
A proposito
di un albo per attori, artisti, musicisti
ovvero era più
semplice giocare con gli albi delle figurine, da piccoli
ovvero l’albo
c’è già, ma nessuno lo sa
ovvero (poi smetto, giuro) albo è sinonimo letterario di bianco, chi ci scriverà sopra?
+ Bonus track: Brevissimo Vademecum al Dilettante e
all’Amatoriale
Esiste un albo degli avvocati, un albo degli
autotrasportatori, un albo dei gestori ambientali, un albo degli scrutatori di
seggio, un albo degli architetti, un albo dei medici, un albo degli
psicologi...
Affrontiamo la spinosissima questione dell’albo. Che non è l’albo delle figurine, e sì che sarebbe molto più semplice: celo,
celo, manca. Invece, qui si va a toccare un nervo scoperto – da anni – a
proposito del riconoscimento del ruolo degli A, dove A sta per attori, artisti, musicisti anche
se la parola “musicisti” non inizia
per A, insomma tutti coloro che in
qualche modo hanno a che fare con l’arte,
che invece inizia per A. Insomma: di
tanto in tanto, qualche A auspica (sui social, oppure dal vivo chiacchierando con gli amici) che venga finalmente istituito
un albo per gli A, così che gli A
vengano riconosciuti come professionisti, con ciò che ne consegue:
1) siano tutelati con contratti degni
2) siano distinti dagli amatoriali, che non possiamo abbreviare in A perchè purtroppo anche amatoriali
inizia con la stessa lettera. A
prova dell’importanza dell’istituzione di un albo gli A adducono il
fatto che tante sono le categorie che possono vantare un albo, dai medici ai giornalisti fino alle professioni più umili, e invece loro no. Bene, dietro a questo
dato di fatto della mancanza di un albo
per A si celano (celo, celo, manca)
tutta una serie di interessanti considerazioni.
Il tenitore
dell’albo.
Chi tiene in mano questo albo? Potrebbe redigerlo un’istituzione pubblica. Terrò a bada la
mia naturale (giusta, sbagliata, fate voi) diffidenza nei confronti del potere amministrativo, tuttavia mi
chiedo quale ente potrebbe essere preposto a tale compito molto, molto delicato.
Su quali basi un A avrebbe diritto
ad essere inserito o meno nell’albo?
In base a parametri professionali, ma quali: aver frequentato certe scuole?
Pubbliche? Private? Potrebbe vedere scritto il suo nome sull’albo solo dopo aver dato un esame?
Tenuto da chi? Invito chiunque a pensare a cinque nomi, cinque figure a cui
affiderebbe questo compito con totale fiducia; anche in questo caso, il
problema sarebbe solo rimandato, perchè la gente nasce, vive, invecchia e
muore, e quindi prima o poi anche queste cinque cariche di tenitori dell’albo
andrebbero sostituite; da chi, chi le elegge?
Diritti (storti) e
doveri (dov’eri?)
Consideriamo inoltre che l’iscrizione ad un albo comporta, per i professionisti, non
solo diritti ma anche doveri: non credo che il potere amministrativo perderebbe l’occasione di usare questo albo per appositi studi di settore, che
sarebbero il primo passo per applicare tasse al lavoro degli A iscritti a questo albo. Certo, gli A le tasse le pagano già adesso, ma a fronte di un’iscrizione con
un carico fiscale ben preciso, gli A vorrebbero
qualcosa in cambio. Dunque, lo scenario sarebbe questo: avremmo un albo per A professionisti, che pagano le tasse, al quale si iscrivono
(tramite esame oppure credenziali), albo
tenuto da alcune figure di rilievo (ma elette come); dall’altro lato avremmo A
non-professionisti, non iscritti all’albo,
che queste tasse non le pagano (dunque, costano meno degli A professionisti, con tutto ciò che questo comporterebbe a
proposito della concorrenza sul mercato del lavoro). Che fare? Impedisci agli A
non-professionisti di praticare, visto che non sono iscritti all’albo? Presumi che chi ingaggia gli A
preferisca i professionisti ai non-professionisti, perchè la loro iscrizione
all’albo è una garanzia del loro
operato? Gli ingaggiatori (teatri,
compagnie, gallerie d’arte) riconoscerebbero nei tenitori dell’albo un’autorità competente nella scelta? La
tentazione di risparmiare sarebbe troppo forte?
C’è che ora
non mi importa niente / di tutta l’altra gente.
Che cosa
c’è... cantavano Ornella Vanoni e
Gino Paoli, c’è che mi sono innamorato di
te / c’è che ora non mi importa niente / di tutta l’altra gente / di tutta
quella gente che non sei tu. C’è che: se da un lato far parte di un albo permetterebbe delle class actions ben mirate, in un settore
come quello degli A che troppo
spesso si fa del male da solo con divisioni interne e gioco al ribasso,
dall’altro il concetto di arte è molto più fluido di quello della chirurgia,
giornalismo o che so io. Pensiamo a tutte le nuove sperimentazioni, alle
commistioni tra generi artistici diversi: riuscire ad inquadrare gli A in una specifica categoria è molto
difficile; perchè gli A, per natura,
esplorano e travalicano continuamente i confini del definito; creano loro
stessi nuove categorie, nuove definizioni per generi di arte performativa dal
vivo mai vista prima; sia nella pratica della loro azione artistica, sia prima
ancora nella ricerca e nello studio, molto spesso a 360 gradi rispetto a quello
di altre categorie di professionisti, rigidamente inquadrati in un percorso di
formazione professionale riconosciuto dallo stato italiano. Per non parlare del
fatto che spesso gli A si spostano
da un paese all’altro, rendendo complicato applicare il concetto di albo a paesi con ordinamenti giuridici
diversi tra di loro (un A potrebbe
essere considerato professionista a Ventimiglia, ma non a Mentone, per dire).
Di bambini
e di teoria dei quanti.
Avete mai giocato a uno-due-tre stella? E’ la stessa cosa. Il pubblico, i critici e le
istituzioni contano, voltati verso il muro: uno...
due... tre... stella! e si voltano verso gli A, che immediatamente si fermano là dove sono. Gli A vengono visti dal pubblico, dai
critici e dalle istituzioni in un preciso momento del loro movimento / percorso
artistico, piacciono o meno in quel preciso istante. Quando il pubblico, i
critici e le istituzioni si voltano di nuovo, quando non li vedono, gli A si
muovono e cercano nuove posizioni, forme, espressioni. Un albo è statico, l’arte è
dinamica; un A potrebbe avere le
credenziali per entrare a far parte di un albo
in un preciso momento della sua carriera artistica, e poi magari qualche
mo(vi)mento dopo invece no, dal punto di vista di chi gestisce il suddetto albo.
Come si fa ad espellere dall’albo
un A indegno? Questa faccenda dell’uno... due... tre... stella! ha anche a
che fare con il principio di indeterminazione di Heisenberg, per il quale non è
possibile (riduciamo all’osso il concetto) conoscere i dettagli di un sistema
senza perturbarlo osservandolo. Finchè non la osservi, non è arte; ma si evolve come arte quando non
la guardi. Pensa un po’, gli A hanno
affinità con i quanti più di quanto si potrebbe immaginare (anche per
il fatto che influenzano a vicenda senza saperlo, tra l’altro).
Prima e/o
poi.
Nonostante tutta la fiducia che si può riporre in un
gruppo ristretto di tenitori di un albo, la valutazione di chi è A e chi non è A (dunque chi ha diritto
ha stare in un albo e chi invece no)
è mutevole sia nello spazio, che nel tempo, che a seconda di chi osserva. C’è
bisogno di ricordare quali e quanti A,
nel loro tempo, non sono stati considerati A,
ed oggi invece sono ricordati sui libri? Tuttavia, questo relativismo non deve
farci perdere la speranza, e soprattutto la voglia di proporre alternative.
Iniziamo dalle istituzioni.
Vi piace la fantascienza? In un universo parallelo,
le istituzioni hanno curiosità e sensibilità. Curiosità per lasciare sempre
aperti spazi di indagine ed espressione per le nuove e vecchie forme d’arte;
sensibilià per promuovere agevolazioni e facilitazioni così che tutti gli A possano avere una base di partenza, e
un luogo dove esibire la propria arte, così che il pubblico e la critica
possano osservare, e con la loro partecipazione rivelare che cosa è arte e che cosa no. Se l’arte bella e buona è così fuggevole e mimetica, bisogna raddoppiare gli
strumenti per cercarla, dedicare il massimo dell’attenzione; come una
particella molto piccola e nascosta, di cui non si capisce molto perchè in
trasformazione e ridefinizione di sè, servono più laboratori di ricerca e tante
teste di scienziati che la pensano diversamente uno dall’altro per trovarla e
seguirla, non cinque esperti che pretendano di aver capito che cosa è.
Se l’operato di un chirurgo iscritto ad un albo è immediatamente misurabile per i
risultati del suo lavoro, il lavoro
di un A ha effetti difficilmente
misurabili: lavorando nel campo dell’arte,
produce risultati immediatamente visibili (bellezza, pubblico, critica) ma
anche risultati non misurabili, magari che saranno visti da lì a dieci anni di
distanza, oppure contribuiranno indirettamente al lavoro di altri, e via
dicendo; questo, un albo non riesce a
misurarlo.
Senza considerare gli A che dissentono: i tenitori
dell’albo li iscriveranno
ugualmente, anche se li hanno come contestatori? Davvero potranno essere così
illuminati da dare spazio anche alle voci scomode? Oppure l’albo diventerà un catalogo di A di regime, e fuori tutti gli altri?
Colpo di
scena: l’albo esiste già.
Per altri versi, esiste già un albo per gli A. Tutti lo
vogliono, tutti lo cercano, ma nessuno lo trova perchè è nel posto più
impensabile: dentro a ciascuno di noi. Sono io, spettatore, che iscrivo all’albo alcuni A piuttosto che altri;
sono io-spettatore che li sostengo andandoli a vedere, entrando magari in
contatto con loro per discutere del loro lavoro, e che racconto di loro agli amici invitandoli a seguire questi A a loro volta. Sono io-spettatore che
li sostengo con la mia partecipazione, che decido, e mi sobbarco spesso
perplesso, di quale A debba passare
alla storia e quale invece no. E’ questo l’albo
al quale tutti gli A, attori, artisti, musicisti e via
dicendo dovrebbero aspirare.
Diffidate dei poeti laureati (come li
definiva Montale ma anche Roberto Freak Antoni) iscritti all’albo della gloria, iscritti da chi non
si sa quanto interesse abbia davvero nella bellezza per il pubblico; oppure, in
alternativa, considerate le rime di Kento: e
no, non mi autocelebro / resta che in testa ho Cerbero / idee che se potessero
forse mi ucciderebbero / spiacere è il mio piacere / io amo essere odiato / con
l’arte e con la boria di un poeta laureato.
Bonus
track:
Brevissimo Vademecum
al Dilettante e all’Amatoriale
1. Alcuni affermano che il vero e proprio boom di
dilettanti e amatoriali coincida con il web duepuntozero: la comparsa dei
social (e di tutti gli strumenti user friendly annessi) è stato lo sparo di
inizio della gara a diffondere e dare visibilità di massa a contenuti
dilettantistici e amatoriali.
2. Non solo: si pensi alle forme partecipative di
produzione dal basso, e alla crisi del monopolio della conoscenza (know-how)
detenuta dalla cultura definita legittima;
si pensi al software libero, a basso costo oppure piratato che ha dato a
chiunque accesso ai mezzi per provare
a fare musica, grafica, e via dicendo.
3. Questa “democratizzazione” delle competenze, e la
libertà di accesso agli strumenti, da un lato ha allargato il bacino di utenza
attiva, dando possibilità a chi prima non avrebbe
potuto per scarsità di mezzi economici; ma dall’altro ha creato una palude
di informazione indistinta tra professionisti e dilettanti.
4. Ulteriore elemento: da un lato è stata occasione
di speculazione da parte di alcuni: penso ai concorsi letterari a pagamento per
poeti esordienti, all’editoria a pagamento, ai premi d’arte a pagamento;
dall’altro, ha incoraggiato forme d’arte partecipativa, mettendo in discussione
il concetto di “pubblico” e “partecipante”. Ha segnato la nascita dei
crossmedia e dei transmedia: ha consentito alla massa di “semplici acquirenti”
di partecipare alla stesura di un sequel, alla realizzazione di un crossover di
una serie a fumetti oppure televisiva, ai remix di brani musicali, sempre in
bilico tra la convenienza economica e pubblicitaria di tali operazioni da parte
di marchi forti, e il reale interesse ad allargare lo spettro di menti al lavoro
su un progetto creativo.
5. E che dire delle centinaia di migliaia di
fotografie caricate e condivise in Rete: spazi intimi esteriorizzati,
sicuramene carichi di significato personale emotivo? Il web duepuntozero ha
portato alla luce il desiderio umano di svincolarsi dalle catene di una vita
dall’aspetto inevitabile ed oppressivo, incastrato in un meccanismo di
produzione e consumo. Chi non vorrebbe fare l’artista, oggi?
venerdì 9 maggio 2014
Voce del verbo fotografare starts June 14, 2014
Mostra fotografica: Vincenzo Bruno & Luca Drago Aperto tutti i giorni dalle 10.00 alle 18.00 Ingresso libero
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EDS | 2 di 14 | Al bar
Esperimenti di scrittura, 2 di 14
Al bar
ovvero Chi volete che
liberi? E la folla gridò: “Bar Abba! Bar Abba!”
sulle note del noto gruppo
musicale svedese.
Scrivere (al) “bar” è molto generico. Esistono moltissimi
tipi di “bar”, uno per ogni popolo, uno per ogni città, per ogni quartiere, per
ogni barista; verrebbe da dire che ci sono “infiniti bar” (alle volte uno
accanto all’altro, alla faccia di ogni teoria macro/micro economica) che ogni
giorno compaiono e scompaiono; niente di più vicino ai cicli cosmici di
creazione e distruzione. E (quasi) tutti questi bar sono già stati ampiamente
de-scritti da moltissimi de-scrittori, forse ben più di uno per ogni bar
(possono coesistere due scrittori nello stesso bar, contemporaneamente? Si
sfideranno all’arma bianca? Collaboreranno? Sono curioso di sapere se la
letteratura scientifica annovera studi specifici su casi come questi).
Tuttavia, suppongo esistano bar senza uno scrittore “di casa”, così come
scrittori senza un “bar” dove scrivere, e questo rende sicuramente più
avventurosa l’esistenza, considerando quanti incontri fortunati possano ancora
avvenire tra scrittori e bar. Forse lo stesso bar è diverso per ciascuno di
noi, forse ciascuno di noi crea il bar che frequenta, sento l’eco del principio
di indeterminazione di Heisenberg, è lo sguardo che crea la realtà, la teoria
dei quanti, magari dei guanti se il barista li indossa, ma sarebbe allora un
bar di lusso, per scrittori di lusso, chi può permettersi oggi il lusso di fare
lo scrittore.
D’altro canto, credo anche che al barista –
generalizziamo, che sia il gestore oppure il dipendente – faccia piacere avere
uno scrittore nel proprio bar. Entrereste in un bar deserto? Dunque qualcuno
impegnato in un’attività intellettuale – fantastico, intellettuale! – certo non
può che dare lustro al locale. Dobbiamo però considerare una serie di casi, di
interazioni che danno risultati finali molto diversi tra di loro.
Scrittore introverso con barista introverso =
ciascuno si fa i fatti suoi, e tutto finisce lì.
Scrittore introverso con barista estroverso =
il barista “disturba” lo scrittore. Cambierà bar? Lo
inserirà come vittima nel proprio thriller?
Scrittore estroverso con barista introverso =
il barista gli farà capire che deve scrivere e non
chiacchierare?
Scrittore estroverso con barista estroverso =
probabilmente parleranno spesso del più e del meno,
con conseguenze funeste sui tempi di completamento del romanzo, o del racconto,
o della poesia, o di quello che è. Che non è un male se lo scrittore è
mediocre, ma chi può dirlo prima di aver letto.
Quando ero ragazzo, ricordo di aver scelto un bar
piuttosto lontano da casa, per mettermi a scrivere uno dei miei romanzi. Era la
storia di un toro che scappava da un mattatoio, in principio nessuno se ne
accorgeva, il toro scorrazzava libero per la città e nei vari capitoli
raccontavo come veniva avvistato casualmente dai passanti, e le loro reazioni
nel trovarselo di fronte. Il romanzo finiva male, una pattuglia avvistava il
toro con le corna incastrate in un reticolato vicino all’autostrada, e decideva
di abbatterlo per evitare gravi incidenti, prima che riuscisse a liberarsi e a
correre in mezzo alle auto. Il carabiniere che apriva il fuoco si rendeva conto
di quanto fosse difficile ucciderlo, non gli bastava un proiettile solo. Era
una sorta di tragedia collettiva della solitudine, compresa quella del toro. Il
bar dove avevo scelto di scrivere questa storia si trovava (si trova, c’è
ancora?) di fronte all’ospedale Sant’Anna, quello “dove nascono i bambini”, ed
era frequentato da futuri padri preoccupati, gestanti che prendevano il caffè
prima di entrare in ospedale, parenti con regali e fiocchi azzurri e rosa,
qualche studentessa di ostetricia. Ai tempi si poteva ancora fumare nei locali
pubblici. Che cosa prendevo? Succo di frutta, di solito. Forse era per quello
che le studentesse di ostetricia non mi filavano nemmeno per sbaglio.
Oggi, riprovando l’esperienza di scrivere in un bar
per descrivere che cosa “voglia dire”, mi rendo conto più precisamente di tutta
una serie di cose. In primo luogo, i discorsi (o no) della gente: quelli che
entrano e non dicono una parola, quelli che invece capisci subito che non
vedono l’ora di attaccare bottone. I discorsi da bar, su calcio, tempo,
politica. Tu scrittore scrivi, ma non puoi fare a me di ascoltare – anche “solo”
inconsciamente – quello che stanno dicendo. Credo che il bar (la locanda, il
pub) sia stato il primo social network della storia: ciascuno entra, dice la
sua, si atteggia come vorrebbe che gli altri lo percepiscano, esce. Con il suo
scrittore seduto al tavolino, il bar per osmosi filtra la realtà “fuori”, in
una sorta di distillato di luoghi comuni che potrebbero benissimo essere verità
assolute – e in fondo lo sono – di umanità varia che si ferma oppure no per un
istante, per un caffè quando deve restare sveglio, per un bicchiere di vino
quando vuole far dormire la mente. Attraverso le vetrine, lo scrittore può
guardare per strada la gente che passa: meglio di molti canali televisivi, la
vita è lì, ad un passo, eppure lui è comodamente seduto al suo tavolino. Non
può cambiare canale, e questo non può che fargli bene, in questo caso. Come se
fosse un’estensione di casa sua, lo scrittore si trova in un luogo che gli
permette di scrivere, ma anche di entrare in contatto con gli altri, senza per
questo dover scendere troppo a patti con la sua intimità, la sua privacy. Vedo
avventori giocare di scaltrezza per chi si accaparra il quotidiano, sempre solo
uno, così che per sapere che cosa succede nel mondo è necessario aspettare il
proprio turno, oppure farselo raccontare. Il bar che ho scelto per
l’esperimento ha tre videopoker. Credo che questo faccia immediatamente
declinare la scrittura verso considerazioni sociali e/o fataliste.
Fortunatamente, il bar è anche e ancora il luogo dove si dà il primo
appuntamento: qui saranno nati amori, oppure ne sarà stata certificata la morte
(cerebrale?), magari qualcuno era già pronto per il conseguente espianto,
a-mors tua vita mea. Scrivere al bar con un computer sembra voler dire al mondo
“sto lavorando a qualcosa di importante” oppure “è lavoro, è studio”; scrivere
a mano significa invece “ehi, è arte”, agli occhi di molti forse suona come “mi
dò un tono”. Eppure penso a quanti manifesti letterari sono nati nei bar,
quanti rivoluzionari hanno scritto in una locanda il proprio credo, quanti
criminali hanno pianificato le loro rapine, quanti co-spiratori hanno
co-spirato. Ecco che arriva la considerazione sociale sui videopoker: c’erano
anche i giochi d’azzardo, ma a vincere sempre non era lo Stato.
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