Quando ero malato, da piccolo, il tempo passava in modo diverso. Ricordo mio padre, che tornava alla sera e mi portava qualche regalino, soldatini per giocare, ad esempio. Ricordo alcuni incubi che ho fatto quando ero molto piccolo, con la febbre alta. Infilarmi in un buco per recuperare un pallone, e ritrovarmi intrappolato, con la sabbia che ostruisce l’uscita. Oppure, sentire che le coperte soffiano contro di me aria calda, respirata, come se fossero vive e mi alitassero addosso. Vampiri, dai ballatoi di una casa, e anche un’auto parcheggiata lì vicino aveva fauci da vampiro. Oggi, quando sono malato leggo, scrivo, faccio cose che dovrebbero essere in realtà il mio lavoro quotidiano, e invece un po’ per colpa mia, un po’ per colpa di questa società, restano a latere, contrattando ore al sonno. Quando sono malato scopro anche quanto sono lunghe le giornate, e come il sonno può trasformarle in brevi. Perdo tempo, e mi sento un po’ scusato per questo. Ero affetto da attivismo frenetico, ma sto imparando a recuperare i tempi naturali di gestazione di un’idea, di un’azione, di un intento. Nella malattia c’è qualcosa di atavico, penso agli stregoni che curano considerandola un momento di passaggio verso altro.
martedì 17 settembre 2013
domenica 15 settembre 2013
venerdì 13 settembre 2013
Spontaneità
Mi è capitato, su un treno, di ritrovarmi in una carrozza piena di bambini. Il loro brusio era dappertutto. Fastidio, la prima cosa. Sintomo che sono diventato vecchio. Disturbavano i miei pensieri. Entravano nella mia solitudine, impedendomi di crogiolarmi in pensieri. Preso atto di questo, ho iniziato ad osservarli. I bambini parlano. Come se volessero sperimentare l’interazione, anche senza avere niente da dire. Ho l’impressione che non soppesino le loro parole prima di dirle. Si chiama spontaneità. Positiva, negativa? La vita ti cambia? Sicuramente. Positivo per loro, che sperimentano che cosa vuol dire stare in mezzo agli altri, e il potere delle parole. Se rimanessimo così, la nostra civiltà avrebbe potuto svilupparsi? Sarebbe stata migliore oppure peggiore? L’essere “adulti” quanto costa davvero? In termini di libertà, di sincerità, di felicità. Eppure, non riesco ad immaginare come potrebbe essere diversamente. Sarebbe un cambiamento talmente radicale, se gli adulti dicessero spontaneamente, senza troppi filtri, quello che pensano. Forse il concetto che abbiamo di “umano”, oggi, è così vecchio e degenerato che consideriamo dei mali inevitabili la menzogna, la falsità, la mancanza di empatia.
giovedì 12 settembre 2013
Il pozzo
Le persone credono di conoscere bene il loro passato. Sembra loro di averlo di fronte, di poter dire in qualsiasi momento chi sono, dove sono stati, che cosa hanno fatto. Ma basta chiedere loro di mettere per iscritto gli avventimenti della loro vita, anche solo i più importanti, e subito capita che: scoprono cose che nemmeno ricordavano di sapere, di aver fatto. Alcune di queste cose sono rimaste irrisolte. Altre, sembrano appartenere ad una persona che non è più presente. Altre, sono inspiegabili. Altre ancora sono così chiare, dei colpi di fucile, precisi, veloci, a spiegare cose poi successe molto tempo dopo. Dunque agisco credendo di sapere chi sono; oppure, c’è una parte di me che agisce a prescindere da quello che so, e che mi conduce in una direzione piuttosto che in un’altra come se fossi un passeggero che solo per una certa parte conduce il suo destino. Per questo, bisogna avere cura delle proprie azioni. Non solo per il presente oppure per il futuro. Ma anche per il passato. Cadranno nel pozzo dell’io, e andranno a formare quello che poi saremo, soprattutto inconsapevolmente. Questa è una possibile interpretazione dell’eterno ritorno. Ogni azione torna, rivive in noi, ogni istante.
mercoledì 11 settembre 2013
martedì 10 settembre 2013
Deus ex machina
Il mondo è pieno di macchine, con le quali interagiamo. Macchine che captano la nostra volontà, che la interpretano, che compiono un gesto per noi fino in fondo, quando a noi spetta solo il compito di iniziarlo. Vogliamo passare attraverso una porta, ci accostiamo, e la porta automatica si apre. Queste macchine completano l’azione. Sono fatte per far sì che io deleghi ad una macchina parte di quello che avrei voluto fare io. Ricordarmi il compleanno di qualcuno: ci pensa Facebook. Dunque, parte della mia mente non è solo più nella mia scatola cranica, ma fuori di essa. La mente ora è espansa. Esistono poi macchine che richiedono una chiave, per fare qualcosa. Sono dormienti, e ad un certo input preciso rispondono in qualche modo. Il numero di cellulare del mio migliore amico, lo digito e la macchina compone il numero. La password della mia casella di posta. Queste macchine verificano che io sia io, cioè è delegato a loro il mio riconoscimento, parte della mia identità. Aspettano me, mi riconoscono e completano l’azione, oppure mi danno informazioni, solo se io attivo quella certa parte di me fuori di me. Sarebbe riduttivo dire che io sono solo contenuto dalla mia pelle. Sono molto fuori, in luoghi che nemmeno so.
A mia insaputa
Se la fisiognomica è stata confutata e abolita dalla scienza, non è capitato lo stesso nella quotidianità delle persone. Forse non si tratta proprio di fisiognomica, ma è così connessa alle persone che non si può parlare solo di stereotipo. Prendiamo come esempio i cattivi dei film. I traditori, i malvagi, i cospiratori. Lasciano sicuramente una traccia psichica negli “utenti” dei film. Posso immaginare Johnny Depp dietro ad un vetro antiproiettili, a fare i conti tutto il giorno, come cassiere in una banca? Se quel cassiere assomiglia a Depp, potrei mai dire che si tratta di una persona banalotta e anche un po’ quadrata? Il suo aspetto, correlato all’immagine che più assomiglia ad un’immagine preconcetta che ho nella mente, mi farà approcciare a lui con il pre-giudizio che sia interessante, avventuroso, o che so altro. Il pregiudizio non è solo quello che considero tale, ma soprattutto quello di cui non mi accorgo. Che agisce nella mia mente a mia insaputa. E lo stesso vale per le cose, per gli oggetti, per le parole, e magari anche per i paesaggi naturali. Che quella nube aleggiante sull’acqua sia gas nervino, non lo si direbbe mai. Ma è il mondo che mi rappresento, che ha un senso per me. E la verità dov’è?
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