42 è il titolo della prima Stagione d'Arte Contemporanea che si terrà presso gli spazi della Sartoria Creativa di Via S.Maria 6/h Torino dal 1 aprile al 3 agosto 2014. Saranno nove gli artisti che ogni 13 giorni allestiranno la propria personale. Ogni vernissage sarà accompagnato da un buffet e dall’incontro con l'artista, mentre ogni finissage terminerà con musica, videoarte o performance. L’incontro con l’artista è l’aspetto innovativo dell’evento poiché permette di fruire l’arte attraverso un’esperienza diretta e allo stesso tempo diventa momento di confronto importante con il suo spettatore. Le domande possono essere di carattere generico e non sono riservate a soli intenditori ma anzi si promuove la partecipazione di ogni interlocutore di genere, età, provenienza. A sua volta l'artista potrà chiedere al pubblico cosa percepisce dei suoi lavori. In questo modo si crea un'opportunità di alimentazione reciproca.
La mostra diviene dunque luogo d’incontro e occasione di confronto.
Perché si è scelto di chiamarla 42?
Per i personaggi di Douglas Adams nel romanzo “guida galattica per gli autostoppisti”, 42 è “La risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto”. Nel romanzo, per cercare la risposta, viene costruito un supercomputer chiamato “Pensiero Profondo” che, dopo una lunghissima elaborazione, fornisce come risultato "42". Lo stesso computer però suggerisce che il problema è che “voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda”. Il punto nodale di questa stagione sono le domande, poste dal avventore all’artista e viceversa. Porsi domande continuamente e la curiosità sono l'unica vera fonte di sapere.
L’ingresso all’evento sarà a offerta libera, perché chiunque possa dare un contributo a seconda della propria possibilità. Parallelamente si cercano finanziamenti attraverso il crowfunding perché il progetto possa essere realizzato al meglio.
Chi siamo
The Shivers è un gruppo di giovani artisti composto da Michele Di Erre e Andrea Gagliotta.
Il duo collabora già da 3 anni iniziando con piccoli interventi performativi tramite giochi ispirati ad esercizi di disegno che stimolano la pratica creativa come crescita e miglioramento interiore. Coinvolgono nelle loro performance pubblico di tutte le età ed estrazioni sociali.
Nel 2013 sentono la necessità di organizzare una temporanea mostra d'arte che includa nuovi talenti artistici e di iniziare un percorso volto a promuovere eventi multidisciplinari, dove le arti si uniscono per generare un nuovo mood culturale.
Dopo
le “poesie murali” di Melina Riccio (che trovate qui) e i disegni sulle cabine
di manutenzione dell’Enel dell’Anonimo Pornografico (che trovate qui), con
questo nuovo pezzo proverò a raccontare dell’Etichettatore.
E’
necessario vivere a Torino da tempo per accorgersi dell’Etichettatore, ed avere
molto spirito di osservazione. A me sono serviti anni per arrivare a capire che
certe etichette adesive viste sui muri della città non erano casuali, bensì
opera della stessa mano, di qualcuno che operava (e ancora oggi opera) in modo
sistematico.
Il
primo intervento dell’Etichettatore in cui mi sono imbattuto risale, credo, a
dieci anni fa. Alla fermata dell’autobus numero 61 avevo notato su un palo un’etichetta
bianca, di circa 5X3 centimetri, posizionata con il lato lungo orizzontale,
scritta in stampatello, probabilmente con una penna a sfera.
Non
ricordo il gioco di parole scritto su quell’etichetta adesiva, e purtroppo oggi
quel palo è stato rimosso per fare spazio ad alcuni lavori stradali di ampliamento
del marciapiede. Molti mesi dopo, passeggiando per via Po, notai un’altra
etichetta adesiva: stesso formato e stesso stile di scrittura. Altro gioco di
parole che non ricordo esattamente.
Insomma,
di tanto in tanto e a distanza di tempo mi capitava di trovare queste
etichette. Più o meno sempre le stesse dimensioni, scritte a penna a sfera,
alcune volte sottolineate con un evidenziatore giallo oppure arancione. Poi, per
un po’ di tempo, non ne vidi più. Forse c’erano e non prestavo abbastanza
attenzione, forse comparivano in zone della città lontane dai miei percorsi
abituali, forse l’Etichettatore si era preso un momento di pausa dalla sua
impresa etichettatrice.
Tornarono
alla mia attenzione quando la Stampa, il 26 agosto del 2008, riportò quel
brutto episodio avvenuto al monastero di San Colombano, a Belmonte: quattro
frati erano stati picchiati selvaggiamente da una banda di malviventi. Gli
inquirenti seguivano varie piste, e prima di trovare i colpevoli (che
osservavano da tempo i frati, e avevano intenzione di rubare i soldi delle
offerte), notarono alcune piccole etichette adesive su uno dei muri del
monastero. La foto che corredava l’articolo era quella di una delle etichette
adesive che avevo visto anch’io. Non era quella la pista corretta, non c’era
nessuna relazione tra il fatto e le etichette, ma in un lampo mi ero reso conto
che il misterioso Etichettatore operava anche fuori dai confini cittadini.
Nuovamente,
per molti anni, durante i miei spostamenti a piedi per la città non ho più
notato alcuna Etichetta Adesiva. Fa un certo effetto raccontare una storia
misurandola in “anni”, oggi che tutto è immediato ed in tempo reale.
Qualche
giorno fa, sulla porta antincendio del negozio dove lavoro, è spuntata una
nuova Etichetta Adesiva, esattamente come le altre, e sempre scritta a mano.
A
distanza di dieci anni e più dalla prima che ho notato.
L’Etichettatore
è ancora all’opera, dopo tutto questo tempo. Scatto una fotografia ed inizio a
pensare ad un pezzo che racconti questa cosa curiosa.
Vorrei
provare a ritrovare le altre che ho notato anno dopo anno per fotografarle, ma
non ho abbastanza tempo per dedicarmi a questa cerca. Eppure, sono fortunato:
per caso ne trovo un’altra dalle parti di via sant’Agostino.
Che
cosa c’è scritto su queste etichette? Da quello che ricordo delle prime
avvistate, e dalle ultime che ho avuto modo di fotografare, si tratta di giochi
di parole volgari epiuttosto
stupidi; spesso anticlericali. Si potrebbero ad un primo sguardo anche definire
opera di un omofobo, tuttavia l’accento sembra posto più sull’ipocrisia di chi
si professa contro e poi si comporta diversamente.
Un
esempio, che spesso ho ritrovato ripetuto su molte etichette:
VA-TIC-ANO
Su
molte altre etichette c’erano nomi e cognomi di persone, che naturalmente non
riporto per motivi di privacy. Su alcune si trovavano anche commenti a
proposito delle brutture del mondo del lavoro e dei nuovi contratti interinali,
ChiChiChi, CoCoCo, GuruGuruGu QuaQua (cfr Pippo Franco)
A
latere di quanto si trova scritto su queste etichette (servirebbe un campione
abbastanza ampio per poter tracciare un profilo) e del perchè lo faccia, mi
lascia allibito la costanza dell’Etichettatore. Andare avanti per anni a
compiere un’azione che... stavo per scrivere: “è senza senso, senza un
risultato effettivo”, ma mi sono fermato.
Parliamo
dunque delle azioni impossibili, e dell’anatomia del fallimento.
Perchè
un’azione fallisce?
Perchè l’obbiettivo è impossibile.
Vorrei
svuotare il mare con un cucchiaino, goccia a goccia.
Perchè l’esecutore dell’azione non è
capace di portare a termine quell’azione.
Vorrei
alzare cento chili, ma i miei muscoli non sono abbastanza sviluppati per farlo.
Perchè la società è contraria a quel
tipo di azione, e la ritiene inopportuna.
Vorrei
recintare e appropriarmi di un appezzamento di terreno, ma è suolo pubblico.
Possiamo
annoverare poi altri due fattori di fallimento:
Il fattore casuale.
La
freccia non ha centrato il bersaglio perchè un colpo di vento l’ha spostata.
La visione errata.
Vorrei
volare per lunghi tratti con un marchingegno
a pedali, ma fisicamente è impossibile.
Torniamo
al nostro Etichettatore. Lasciamo da parte le nostre supposizioni a proposito
del perchè agisca in questo modo, e proviamo ad applicare quanto scritto
proprio qui sopra.
Impossibilità fisica: se vuole tappezzare tutta la città di etichette
adesive, probabilmente siamo nel campo dell’impossibilità fisica; certo,
potrebbe anche farcela, ma consideriamo che quando avrà quasi completamente
ricoperto il quartiere di San Salvario, altre etichette a Santa Rita si saranno
staccate, palazzi già ricoperti saranno abbattuti, nuovi edifici saranno stati
costruiti.
Incapacità personale: l’Etichettatore non ha il tempo necessario per
attaccare tutte le etichette che vorrebbe: deve pur dormire, mangiare,
spostarsi da un luogo all’altro. E soprattutto, per quanto possa vivere a
lungo, non gli basterà il tempo della sua esistenza terrena per portare a
termine il suo compito.
Convenzione sociale: le etichette adesive non si devono attaccare, i
muri non sono di proprietà dell’Etichettatore, e le cose che scrive potrebbero
essere false e diffamanti. Se vuole “sensibilizzare” la città su alcune
questioni, lo sta facendo in modo inefficace. Essendo però io stesso portatore
sano? insano? inconsapevole? di convenzioni sociali, mi chiedo: nel mio
giudicarlo male sto applicando categorie che mi sono state inculcate e di cui
non mi accorgo, che ritengo scontate, oppure sono realmente convinto della loro
“giustezza”? Se l’Etichettatore è spinto nel suo agire da un’ossessione, di cui
forse non si rende conto appieno, altrettanto lo sono io nel giudicarlo,
portato da convenzioni sociali che ho assorbito in parte senza rendermene
conto.
Intermezzo:
il Gran Pertus.
In piemontese, “pertus” significa
“buco”. Il Gran Pertus è una galleria lunga 433 metri, scavata attraverso la
montagna di Chiomonte, in Val di Susa, da Colombano Romean. Per scavare questa
galleria il signor Romean ha lavorato dal 1526 al 1533, per 7 anni consecutivi,
mentre gli abitanti della valle lo schernivano e gli davano del pazzo. Oggi i
campi e i prati delle borgate di Cels e Ramats sono verdi e fertili, grazie
all’acqua che attraversa questa galleria e arriva dalla vicina Val Clarea,
dall’altra parte della montagna. Il Pertus è anche percorribile dagli
escursionisti, con l’ausilio di torce, attrezzatura e vestiario adeguati.
Sono
sicuro che al mondo ci siano migliaia di persone impegnate in progetti
assolutamente “impossibili”. Alcuni sono impossibili fisicamente, altri
destinati a fallire per incapacità naturale degli esecutori, altri invece
socialmente non accettati, perchè la società non può oppure non vuole
accogliere questi cambiamenti. E sono altrettanto sicuro che il 90% di queste
imprese “folli” falliscano senza che nessuno se ne accorga, e vadano persi
così, “come lacrime nella pioggia”.
Alcune, magari assistite
da una buona dose di fortuna, giungono invece a compimento, e allora potrebbero
essere una delle Sette Meraviglie del Mondo, grandi trasformazioni sociali,
scoperte scientifiche rivoluzionarie. Un elemento però accomuna tutte queste
opere: la costanza e la tenacia di chi le ha: prima pensate, poi tentate. L’ingrediente
senza il quale lo Stupore non si manifesta è una buona dose di non-buon-senso.
Credo
anche che esistano le I.I.I., le Inconsapevoli Imprese Impossibili, molto
diffuse e forse anche tentate da alcuni di noi; destinate a fallire nonostante
siano socialmente accettate (anzi, addirittura incoraggiate): essere felici
accumulando denaro, oggetti, notorietà; oppure il grande rimosso ma
segretamente desiderato: vivere per sempre. Il fatto che siano socialmente
accettate non è automaticamente un sostitutivo della bontà di queste imprese.
Mi
chiedo anche se: non sia uno sforzo per cui valga la pena di impegnarsi >
quello di dare più ampia possibilità affinchè le imprese impossibili-ma-importanti
abbiano impossibilità di accadere; e la casualità oppure la cecità delle
convenzioni sociali (più comode, a volte, che necessarie) non le soffochino
ingiustamente, prima che possano essere provate sul campo.
Per
concludere, tornando al misterioso Etichettatore, mi chiedo: al netto del fatto
che sia ancora attivo ed in circolazione, ed io incroci le sue etichette
adesive, perchè ora le noto meno? Oggi non giro più per le strade della mia
città come una volta? Sono più disattento? La mia percezione selettiva della
realtà ferma la mia attenzione su altro? Aggiornamento 9 novembre 2014
Obliterazioni è un nuovo progetto inclusivo, partecipato che mette in relazione l'arte con locali, negozi, realtà produttive e sociali... per costruire insieme un'avanguardia culturale Segni ospitati in spazi inusuali per dar forma alla qualità e stimolare un atteggiamento attivo, etico, responsabile. - mostra d'arte presso la MEZZALUNA - interventi in giro per la città ideato da Gian Luigi Braggio, il progetto vede la partecipazione di: Carla Bertola, Alberto Vitacchio, Lisa Parmigiani, Mimmo La Grotteria, Alessandro Fioraso Inaugurazione martedì 4 marzo 2014 a partire dalle ore 18:00 http://ift.tt/NmLOiD * * * SIAMO TUTTI ANTIPODI DI QUALCUNO Installazione presso Naturalmente, Via Sant'Agostino, 22 B. Torino Descritti da Platone nel Timeo e da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia, il loro nome è composto da “antì” (contro) e “podos” (piede): hanno piedi capovolti, il calcagno avanti e le dita dietro; abitano dall’altra parte del globo. Credere nella loro esistenza significava, per i greci del tempo, accettare la teoria della scuola pitagorica secondo la quale la terra è sferica (e che ogni oggetto tende a cadere verso il centro di essa). I padri della chiesa invece rifiutarono questo modello geografico ma soprattutto sociale, affermando viceversa: la terra è piatta, siamo al centro di essa, e il cielo con il sole, la luna e le sue stelle è una bella cupola messa lì a ruotare apposta per noi. Se per la la cristianità l’antropocentrismo era un valore, per i Greci era questione di relativismo: noi di qua, loro di là, le stagioni al contrario, il sole che sorge da un lato invece che dall’altro, idem per la luna. Anzi, non erano antropocentrici nemmeno nella simbologia del corpo umano: Per nulla scoraggiati dalla posizione periferica dei piedi, i poeti greci ne fecero un simbolo: Achille “piè veloce” e Teti “dal bianco piede” (Omero), l’enigma dell’animale che da giovane cammina su quattro, nella maturità su due e nella vecchiaia su tre piedi (la Sfinge), “Non mi piace un capitano tutto ricci e spocchia [...] me ne basta uno i cui piedi siano ben fermi e sia pieno di ardimento” (Archiloco), “Le fanciulle si muovevano in danza coi bianchi piccoli piedi” (Saffo), “i miei piedi non lasciano la casa che mi accoglie” (Erinna). Quando guardiamo verso il basso, perchè un oggetto c’è sfuggito dalle mani ed è caduto (forse Sigmund Freud direbbe che il nostro inconscio l’ha lasciato intenzionalmente cadere) osserviamo implicitamente una delle quattro interazioni fondamentali della fisica: la gravità. Per la fisica classica: forza conservativa agente fra i corpi; nella relatività generale: una conseguenza della curvatura dello spaziotempo creata dalla presenza di corpi dotati di massa e di energia; per il fisico matematico Erik Verlinde: una forza entropica, un effetto collaterale della propensione naturale verso il disordine; per il Mago Merlino della Disney, invece, una forza potente, ma comunque al secondo posto dopo l’amore: Artù: “Più forte della gravità?” Mago Merlino: “...in un certo senso, è la forza più grande sulla terra.” Che gli antipodi siano dall’altra parte della terra, che siano non solo diversi da noi ma addirittura rappresentino il nostro esatto opposto, e tuttavia: anch’essi sono sottoposti alla forza di gravità, alla massa che attrae, al tempo che scorre, all’entropia che inghiotte tutto. L’universo non fa distinzioni, non consente eccezioni alle sue regole per chi lo abita; noi invece ne abbiamo bisogno, per mettere al sicuro quella cosa transitoria che chiamiamo identità, senza voler prendere coscienza del fatto che siamo tutti gli antipodi di qualcuno. P-Ars Andrea Roccioletti Studio * * * OBLITERAZIONI – Nam Visualart .net di Gian Luigi Braggio Un nuovo progetto inclusivo, partecipato e che mette in relazione l'arte con locali, negozi, realtà produttive e sociali... per costruire insieme un'avanguardia culturale. Segni ospitati in spazi inusuali per dar forma alla qualità e stimolare un atteggiamento attivo, etico, responsabile. Mostra d'arte presso la MEZZALUNA: ristorante vegetariano/vegano e negozio di cibi biologici, p.zza E. Filiberto 8/D – Torino. Interventi in giro per la città. Ideato da Gian Luigi Braggio, il progetto vede la partecipazione di: Carla Bertola, Alberto Vitacchio, Lisa Parmigiani, Mimmo La Grotteria, Alessandro Fioraso, Andrea Roccioletti, Ruxiada... Quella che Levinas aveva definito arte di obliterazione si riferiva all’operazione di nascondere allo sguardo una porzione dell'immagine, interromperne la continuità, l'autosufficienza, tradirne la funzione per lasciare spazio all'interpretazione, al pensiero, ad una visione profonda delle cose al di là delle pretese del bello. Un intervento di obliterazione fa leva sulla potenza critica dell'inespresso, quel Ausdrucklose che per Benjamin è l'elemento che arresta l'apparenza ingannatoria della rappresentazione, interrompe l'autosufficienza del linguaggio per far spazio all'esperienza di verità. L'opera nella sua forma non è conclusa in se stessa bensì dialogante e viva, non esiste per mostrarsi ma per instaurare un rapporto con l'altro, perché in quanto forma sensibile possa diventare porta d'accesso alla dimensione spirituale. Interrompere il consueto, il senso comune, la logica dell'interesse, dell'apparire, il pregiudizio, l'indifferenza: questo è il compito della cultura e dell'arte, invitare ad un atteggiamento attivo, risvegliare la “persona” che sonnecchia in ciascuno di noi. Artista è colui che innesca questo processo, può ritenersi tale non perché offra un oggetto alla devota contemplazione ma nel momento in cui accende e alimenta un dialogo, scende dal piano della rappresentazione alla realtà e vi si mescola: non per giustapporre la sua voce alle altre ma per spargere un seme, un frammento di libertà. Il progetto coinvolge ora la città di Torino, mira a valorizzare la creatività in tutte le sue forme, a farsi inclusivo accogliendo opere di ogni categoria di artisti invitati di volta in volta a partecipare. Segni che si disperdano nel mondo in spazi inusuali a partire da eccellenze produttive, commerciali e culturali, diventano comunicazione nel momento in cui interrompono, bucano la continuità del linguaggio, stimolano la riflessione su temi sensibili superando l'approccio ideologico, si fanno azione, strumento di confronto e di dialogo. Il monaco buddista Thich Nhat Hanh affermava che anche le azioni più semplici come mangiare, bere, camminare, leggere il giornale, acquistare qualcosa, assistere ad uno spettacolo o anche, semplicemente, respirare hanno un’immediata valenza politica: richiamano la necessità della consapevolezza, della responsabilità nei confronti delle cose e degli altri. Dunque, un'avanguardia culturale inclusiva e partecipata che sposti l'attenzione dall'oggetto alla persona e impegni l’arte a percorrere nuove strade, nella prospettiva di un nuovo umanesimo. OBLITERAZIONI: le ragioni filosofiche Obliterazioni nasce come proposta concreta nell’ambito di namVisualArt, orientata in particolare alla città di Torino anche se è di fatto assimilabile ad ogni realtà urbana. Quella che Levinas aveva definito arte di obliterazione si riferiva alla operazione di nascondere allo sguardo una porzione dell'immagine, interromperne la continuità, l'autosufficienza, tradirne la funzione per lasciare spazio all'interpretazione, al pensiero, ad una visione profonda delle cose al di là delle pretese del bello. Un intervento di obliterazione fa leva sulla potenza critica dell'inespresso, quel Ausdrucklose che per Benjamin è l'elemento che arresta l'apparenza ingannatoria della rappresentazione, interrompe l'autosufficienza del linguaggio per far spazio all'esperienza di verità. L'opera nella sua forma non è conclusa in se stessa bensì dialogante e viva, non esiste per mostrarsi ma per instaurare un rapporto con l'altro, perché in quanto forma sensibile possa diventare porta d'accesso alla dimensione spirituale. Interrompere il consueto, il senso comune, la logica dell'interesse, dell'apparire, il pregiudizio, l'indifferenza: questo è il compito della cultura e dell'arte, invitare ad un atteggiamento attivo, risvegliare la