venerdì 21 marzo 2014

Glitch Art

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venerdì 14 marzo 2014

42





About 42

42 è il titolo della prima Stagione d'Arte Contemporanea che si terrà presso gli spazi della Sartoria Creativa di Via S.Maria 6/h Torino dal 1 aprile al 3 agosto 2014. Saranno nove gli artisti che ogni 13 giorni allestiranno la propria personale. Ogni vernissage sarà accompagnato da un buffet e dall’incontro con l'artista, mentre ogni finissage terminerà con musica, videoarte o performance. L’incontro con l’artista è l’aspetto innovativo dell’evento poiché permette di fruire l’arte attraverso un’esperienza diretta e allo stesso tempo diventa momento di confronto importante con il suo spettatore. Le domande possono essere di carattere generico e non sono riservate a soli intenditori ma anzi si promuove la partecipazione di ogni interlocutore di genere, età, provenienza. A sua volta l'artista potrà chiedere al pubblico cosa percepisce dei suoi lavori. In questo modo si crea un'opportunità di alimentazione reciproca.
La mostra diviene dunque luogo d’incontro e occasione di confronto.
Perché si è scelto di chiamarla 42?
Per i personaggi di Douglas Adams nel romanzo “guida galattica per gli autostoppisti”, 42 è “La risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto”. Nel romanzo, per cercare la risposta, viene costruito un supercomputer chiamato “Pensiero Profondo” che, dopo una lunghissima elaborazione, fornisce come risultato "42". Lo stesso computer però suggerisce che il problema è che “voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda”. Il punto nodale di questa stagione sono le domande, poste dal avventore all’artista e viceversa. Porsi domande continuamente e la curiosità sono l'unica vera fonte di sapere.

L’ingresso all’evento sarà a offerta libera, perché chiunque possa dare un contributo a seconda della propria possibilità. Parallelamente si cercano finanziamenti attraverso il crowfunding perché il progetto possa essere realizzato al meglio.

Chi siamo

The Shivers è un gruppo di giovani artisti composto da Michele Di Erre e Andrea Gagliotta.
Il duo collabora già da 3 anni iniziando con piccoli interventi performativi tramite giochi ispirati ad esercizi di disegno che stimolano la pratica creativa come crescita e miglioramento interiore. Coinvolgono nelle loro performance pubblico di tutte le età ed estrazioni sociali.

Nel 2013 sentono la necessità di organizzare una temporanea mostra d'arte che includa nuovi talenti artistici e di iniziare un percorso volto a promuovere eventi multidisciplinari, dove le arti si uniscono per generare un nuovo mood culturale.

42 artecontemporanea



venerdì 7 marzo 2014

L'Etichettatore, ovvero: anatomia del fallimento


L'ETICHETTATORE
ovvero: anatomia del fallimento

Dopo le “poesie murali” di Melina Riccio (che trovate qui) e i disegni sulle cabine di manutenzione dell’Enel dell’Anonimo Pornografico (che trovate qui), con questo nuovo pezzo proverò a raccontare dell’Etichettatore.

E’ necessario vivere a Torino da tempo per accorgersi dell’Etichettatore, ed avere molto spirito di osservazione. A me sono serviti anni per arrivare a capire che certe etichette adesive viste sui muri della città non erano casuali, bensì opera della stessa mano, di qualcuno che operava (e ancora oggi opera) in modo sistematico.

Il primo intervento dell’Etichettatore in cui mi sono imbattuto risale, credo, a dieci anni fa. Alla fermata dell’autobus numero 61 avevo notato su un palo un’etichetta bianca, di circa 5X3 centimetri, posizionata con il lato lungo orizzontale, scritta in stampatello, probabilmente con una penna a sfera.

Non ricordo il gioco di parole scritto su quell’etichetta adesiva, e purtroppo oggi quel palo è stato rimosso per fare spazio ad alcuni lavori stradali di ampliamento del marciapiede. Molti mesi dopo, passeggiando per via Po, notai un’altra etichetta adesiva: stesso formato e stesso stile di scrittura. Altro gioco di parole che non ricordo esattamente.

Insomma, di tanto in tanto e a distanza di tempo mi capitava di trovare queste etichette. Più o meno sempre le stesse dimensioni, scritte a penna a sfera, alcune volte sottolineate con un evidenziatore giallo oppure arancione. Poi, per un po’ di tempo, non ne vidi più. Forse c’erano e non prestavo abbastanza attenzione, forse comparivano in zone della città lontane dai miei percorsi abituali, forse l’Etichettatore si era preso un momento di pausa dalla sua impresa etichettatrice.

Tornarono alla mia attenzione quando la Stampa, il 26 agosto del 2008, riportò quel brutto episodio avvenuto al monastero di San Colombano, a Belmonte: quattro frati erano stati picchiati selvaggiamente da una banda di malviventi. Gli inquirenti seguivano varie piste, e prima di trovare i colpevoli (che osservavano da tempo i frati, e avevano intenzione di rubare i soldi delle offerte), notarono alcune piccole etichette adesive su uno dei muri del monastero. La foto che corredava l’articolo era quella di una delle etichette adesive che avevo visto anch’io. Non era quella la pista corretta, non c’era nessuna relazione tra il fatto e le etichette, ma in un lampo mi ero reso conto che il misterioso Etichettatore operava anche fuori dai confini cittadini.

Nuovamente, per molti anni, durante i miei spostamenti a piedi per la città non ho più notato alcuna Etichetta Adesiva. Fa un certo effetto raccontare una storia misurandola in “anni”, oggi che tutto è immediato ed in tempo reale. 

Qualche giorno fa, sulla porta antincendio del negozio dove lavoro, è spuntata una nuova Etichetta Adesiva, esattamente come le altre, e sempre scritta a mano.
A distanza di dieci anni e più dalla prima che ho notato.
L’Etichettatore è ancora all’opera, dopo tutto questo tempo. Scatto una fotografia ed inizio a pensare ad un pezzo che racconti questa cosa curiosa.



Vorrei provare a ritrovare le altre che ho notato anno dopo anno per fotografarle, ma non ho abbastanza tempo per dedicarmi a questa cerca. Eppure, sono fortunato: per caso ne trovo un’altra dalle parti di via sant’Agostino.



Che cosa c’è scritto su queste etichette? Da quello che ricordo delle prime avvistate, e dalle ultime che ho avuto modo di fotografare, si tratta di giochi di parole volgari e  piuttosto stupidi; spesso anticlericali. Si potrebbero ad un primo sguardo anche definire opera di un omofobo, tuttavia l’accento sembra posto più sull’ipocrisia di chi si professa contro e poi si comporta diversamente.
Un esempio, che spesso ho ritrovato ripetuto su molte etichette:

VA-TIC-ANO

Su molte altre etichette c’erano nomi e cognomi di persone, che naturalmente non riporto per motivi di privacy. Su alcune si trovavano anche commenti a proposito delle brutture del mondo del lavoro e dei nuovi contratti interinali, ChiChiChi, CoCoCo, GuruGuruGu QuaQua (cfr Pippo Franco)

A latere di quanto si trova scritto su queste etichette (servirebbe un campione abbastanza ampio per poter tracciare un profilo) e del perchè lo faccia, mi lascia allibito la costanza dell’Etichettatore. Andare avanti per anni a compiere un’azione che... stavo per scrivere: “è senza senso, senza un risultato effettivo”, ma mi sono fermato.

Parliamo dunque delle azioni impossibili, e dell’anatomia del fallimento.
Perchè un’azione fallisce?

Perchè l’obbiettivo è impossibile.
Vorrei svuotare il mare con un cucchiaino, goccia a goccia.

Perchè l’esecutore dell’azione non è capace di portare a termine quell’azione.
Vorrei alzare cento chili, ma i miei muscoli non sono abbastanza sviluppati per farlo.

Perchè la società è contraria a quel tipo di azione, e la ritiene inopportuna.
Vorrei recintare e appropriarmi di un appezzamento di terreno, ma è suolo pubblico.

Possiamo annoverare poi altri due fattori di fallimento:

Il fattore casuale.
La freccia non ha centrato il bersaglio perchè un colpo di vento l’ha spostata.

La visione errata.
Vorrei volare per lunghi tratti con  un marchingegno a pedali, ma fisicamente è impossibile.



Torniamo al nostro Etichettatore. Lasciamo da parte le nostre supposizioni a proposito del perchè agisca in questo modo, e proviamo ad applicare quanto scritto proprio qui sopra.

Impossibilità fisica: se vuole tappezzare tutta la città di etichette adesive, probabilmente siamo nel campo dell’impossibilità fisica; certo, potrebbe anche farcela, ma consideriamo che quando avrà quasi completamente ricoperto il quartiere di San Salvario, altre etichette a Santa Rita si saranno staccate, palazzi già ricoperti saranno abbattuti, nuovi edifici saranno stati costruiti.

Incapacità personale: l’Etichettatore non ha il tempo necessario per attaccare tutte le etichette che vorrebbe: deve pur dormire, mangiare, spostarsi da un luogo all’altro. E soprattutto, per quanto possa vivere a lungo, non gli basterà il tempo della sua esistenza terrena per portare a termine il suo compito.

Convenzione sociale: le etichette adesive non si devono attaccare, i muri non sono di proprietà dell’Etichettatore, e le cose che scrive potrebbero essere false e diffamanti. Se vuole “sensibilizzare” la città su alcune questioni, lo sta facendo in modo inefficace. Essendo però io stesso portatore sano? insano? inconsapevole? di convenzioni sociali, mi chiedo: nel mio giudicarlo male sto applicando categorie che mi sono state inculcate e di cui non mi accorgo, che ritengo scontate, oppure sono realmente convinto della loro “giustezza”? Se l’Etichettatore è spinto nel suo agire da un’ossessione, di cui forse non si rende conto appieno, altrettanto lo sono io nel giudicarlo, portato da convenzioni sociali che ho assorbito in parte senza rendermene conto.

Intermezzo: il Gran Pertus.

In piemontese, “pertus” significa “buco”. Il Gran Pertus è una galleria lunga 433 metri, scavata attraverso la montagna di Chiomonte, in Val di Susa, da Colombano Romean. Per scavare questa galleria il signor Romean ha lavorato dal 1526 al 1533, per 7 anni consecutivi, mentre gli abitanti della valle lo schernivano e gli davano del pazzo. Oggi i campi e i prati delle borgate di Cels e Ramats sono verdi e fertili, grazie all’acqua che attraversa questa galleria e arriva dalla vicina Val Clarea, dall’altra parte della montagna. Il Pertus è anche percorribile dagli escursionisti, con l’ausilio di torce, attrezzatura e vestiario adeguati.

Sono sicuro che al mondo ci siano migliaia di persone impegnate in progetti assolutamente “impossibili”. Alcuni sono impossibili fisicamente, altri destinati a fallire per incapacità naturale degli esecutori, altri invece socialmente non accettati, perchè la società non può oppure non vuole accogliere questi cambiamenti. E sono altrettanto sicuro che il 90% di queste imprese “folli” falliscano senza che nessuno se ne accorga, e vadano persi così, “come lacrime nella pioggia”.


Alcune, magari assistite da una buona dose di fortuna, giungono invece a compimento, e allora potrebbero essere una delle Sette Meraviglie del Mondo, grandi trasformazioni sociali, scoperte scientifiche rivoluzionarie. Un elemento però accomuna tutte queste opere: la costanza e la tenacia di chi le ha: prima pensate, poi tentate. L’ingrediente senza il quale lo Stupore non si manifesta è una buona dose di non-buon-senso.

Credo anche che esistano le I.I.I., le Inconsapevoli Imprese Impossibili, molto diffuse e forse anche tentate da alcuni di noi; destinate a fallire nonostante siano socialmente accettate (anzi, addirittura incoraggiate): essere felici accumulando denaro, oggetti, notorietà; oppure il grande rimosso ma segretamente desiderato: vivere per sempre. Il fatto che siano socialmente accettate non è automaticamente un sostitutivo della bontà di queste imprese.

Mi chiedo anche se: non sia uno sforzo per cui valga la pena di impegnarsi > quello di dare più ampia possibilità affinchè le imprese impossibili-ma-importanti abbiano impossibilità di accadere; e la casualità oppure la cecità delle convenzioni sociali (più comode, a volte, che necessarie) non le soffochino ingiustamente, prima che possano essere provate sul campo.

Per concludere, tornando al misterioso Etichettatore, mi chiedo: al netto del fatto che sia ancora attivo ed in circolazione, ed io incroci le sue etichette adesive, perchè ora le noto meno? Oggi non giro più per le strade della mia città come una volta? Sono più disattento? La mia percezione selettiva della realtà ferma la mia attenzione su altro?

Aggiornamento 9 novembre 2014




lunedì 3 marzo 2014

OBLITERAZIONI - NamVisualArt starts March 04, 2014 at 06:00PM

Obliterazioni è un nuovo progetto inclusivo, partecipato che mette in relazione l'arte con locali, negozi, realtà produttive e sociali... per costruire insieme un'avanguardia culturale Segni ospitati in spazi inusuali per dar forma alla qualità e stimolare un atteggiamento attivo, etico, responsabile. - mostra d'arte presso la MEZZALUNA - interventi in giro per la città ideato da Gian Luigi Braggio, il progetto vede la partecipazione di: Carla Bertola, Alberto Vitacchio, Lisa Parmigiani, Mimmo La Grotteria, Alessandro Fioraso Inaugurazione martedì 4 marzo 2014 a partire dalle ore 18:00 http://ift.tt/NmLOiD * * * SIAMO TUTTI ANTIPODI DI QUALCUNO Installazione presso Naturalmente, Via Sant'Agostino, 22 B. Torino Descritti da Platone nel Timeo e da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia, il loro nome è composto da “antì” (contro) e “podos” (piede): hanno piedi capovolti, il calcagno avanti e le dita dietro; abitano dall’altra parte del globo. Credere nella loro esistenza significava, per i greci del tempo, accettare la teoria della scuola pitagorica secondo la quale la terra è sferica (e che ogni oggetto tende a cadere verso il centro di essa). I padri della chiesa invece rifiutarono questo modello geografico ma soprattutto sociale, affermando viceversa: la terra è piatta, siamo al centro di essa, e il cielo con il sole, la luna e le sue stelle è una bella cupola messa lì a ruotare apposta per noi. Se per la la cristianità l’antropocentrismo era un valore, per i Greci era questione di relativismo: noi di qua, loro di là, le stagioni al contrario, il sole che sorge da un lato invece che dall’altro, idem per la luna. Anzi, non erano antropocentrici nemmeno nella simbologia del corpo umano: Per nulla scoraggiati dalla posizione periferica dei piedi, i poeti greci ne fecero un simbolo: Achille “piè veloce” e Teti “dal bianco piede” (Omero), l’enigma dell’animale che da giovane cammina su quattro, nella maturità su due e nella vecchiaia su tre piedi (la Sfinge), “Non mi piace un capitano tutto ricci e spocchia [...] me ne basta uno i cui piedi siano ben fermi e sia pieno di ardimento” (Archiloco), “Le fanciulle si muovevano in danza coi bianchi piccoli piedi” (Saffo), “i miei piedi non lasciano la casa che mi accoglie” (Erinna). Quando guardiamo verso il basso, perchè un oggetto c’è sfuggito dalle mani ed è caduto (forse Sigmund Freud direbbe che il nostro inconscio l’ha lasciato intenzionalmente cadere) osserviamo implicitamente una delle quattro interazioni fondamentali della fisica: la gravità. Per la fisica classica: forza conservativa agente fra i corpi; nella relatività generale: una conseguenza della curvatura dello spaziotempo creata dalla presenza di corpi dotati di massa e di energia; per il fisico matematico Erik Verlinde: una forza entropica, un effetto collaterale della propensione naturale verso il disordine; per il Mago Merlino della Disney, invece, una forza potente, ma comunque al secondo posto dopo l’amore: Artù: “Più forte della gravità?” Mago Merlino: “...in un certo senso, è la forza più grande sulla terra.” Che gli antipodi siano dall’altra parte della terra, che siano non solo diversi da noi ma addirittura rappresentino il nostro esatto opposto, e tuttavia: anch’essi sono sottoposti alla forza di gravità, alla massa che attrae, al tempo che scorre, all’entropia che inghiotte tutto. L’universo non fa distinzioni, non consente eccezioni alle sue regole per chi lo abita; noi invece ne abbiamo bisogno, per mettere al sicuro quella cosa transitoria che chiamiamo identità, senza voler prendere coscienza del fatto che siamo tutti gli antipodi di qualcuno. P-Ars Andrea Roccioletti Studio * * * OBLITERAZIONI – Nam Visualart .net di Gian Luigi Braggio Un nuovo progetto inclusivo, partecipato e che mette in relazione l'arte con locali, negozi, realtà produttive e sociali... per costruire insieme un'avanguardia culturale. Segni ospitati in spazi inusuali per dar forma alla qualità e stimolare un atteggiamento attivo, etico, responsabile. Mostra d'arte presso la MEZZALUNA: ristorante vegetariano/vegano e negozio di cibi biologici, p.zza E. Filiberto 8/D – Torino. Interventi in giro per la città. Ideato da Gian Luigi Braggio, il progetto vede la partecipazione di: Carla Bertola, Alberto Vitacchio, Lisa Parmigiani, Mimmo La Grotteria, Alessandro Fioraso, Andrea Roccioletti, Ruxiada... Quella che Levinas aveva definito arte di obliterazione si riferiva all’operazione di nascondere allo sguardo una porzione dell'immagine, interromperne la continuità, l'autosufficienza, tradirne la funzione per lasciare spazio all'interpretazione, al pensiero, ad una visione profonda delle cose al di là delle pretese del bello. Un intervento di obliterazione fa leva sulla potenza critica dell'inespresso, quel Ausdrucklose che per Benjamin è l'elemento che arresta l'apparenza ingannatoria della rappresentazione, interrompe l'autosufficienza del linguaggio per far spazio all'esperienza di verità. L'opera nella sua forma non è conclusa in se stessa bensì dialogante e viva, non esiste per mostrarsi ma per instaurare un rapporto con l'altro, perché in quanto forma sensibile possa diventare porta d'accesso alla dimensione spirituale. Interrompere il consueto, il senso comune, la logica dell'interesse, dell'apparire, il pregiudizio, l'indifferenza: questo è il compito della cultura e dell'arte, invitare ad un atteggiamento attivo, risvegliare la “persona” che sonnecchia in ciascuno di noi. Artista è colui che innesca questo processo, può ritenersi tale non perché offra un oggetto alla devota contemplazione ma nel momento in cui accende e alimenta un dialogo, scende dal piano della rappresentazione alla realtà e vi si mescola: non per giustapporre la sua voce alle altre ma per spargere un seme, un frammento di libertà. Il progetto coinvolge ora la città di Torino, mira a valorizzare la creatività in tutte le sue forme, a farsi inclusivo accogliendo opere di ogni categoria di artisti invitati di volta in volta a partecipare. Segni che si disperdano nel mondo in spazi inusuali a partire da eccellenze produttive, commerciali e culturali, diventano comunicazione nel momento in cui interrompono, bucano la continuità del linguaggio, stimolano la riflessione su temi sensibili superando l'approccio ideologico, si fanno azione, strumento di confronto e di dialogo. Il monaco buddista Thich Nhat Hanh affermava che anche le azioni più semplici come mangiare, bere, camminare, leggere il giornale, acquistare qualcosa, assistere ad uno spettacolo o anche, semplicemente, respirare hanno un’immediata valenza politica: richiamano la necessità della consapevolezza, della responsabilità nei confronti delle cose e degli altri. Dunque, un'avanguardia culturale inclusiva e partecipata che sposti l'attenzione dall'oggetto alla persona e impegni l’arte a percorrere nuove strade, nella prospettiva di un nuovo umanesimo. OBLITERAZIONI: le ragioni filosofiche Obliterazioni nasce come proposta concreta nell’ambito di namVisualArt, orientata in particolare alla città di Torino anche se è di fatto assimilabile ad ogni realtà urbana. Quella che Levinas aveva definito arte di obliterazione si riferiva alla operazione di nascondere allo sguardo una porzione dell'immagine, interromperne la continuità, l'autosufficienza, tradirne la funzione per lasciare spazio all'interpretazione, al pensiero, ad una visione profonda delle cose al di là delle pretese del bello. Un intervento di obliterazione fa leva sulla potenza critica dell'inespresso, quel Ausdrucklose che per Benjamin è l'elemento che arresta l'apparenza ingannatoria della rappresentazione, interrompe l'autosufficienza del linguaggio per far spazio all'esperienza di verità. L'opera nella sua forma non è conclusa in se stessa bensì dialogante e viva, non esiste per mostrarsi ma per instaurare un rapporto con l'altro, perché in quanto forma sensibile possa diventare porta d'accesso alla dimensione spirituale. Interrompere il consueto, il senso comune, la logica dell'interesse, dell'apparire, il pregiudizio, l'indifferenza: questo è il compito della cultura e dell'arte, invitare ad un atteggiamento attivo, risvegliare la

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