martedì 20 agosto 2013

La sensazione che


Uno dei momenti più felici della mia adolescenza, riconsiderato a bocce ferme, è stato quello in cui me ne andavo in giro con il mio quaderno a scrivere. Andavano bene le panchine, i bar, i gradini sulla strada di qualche palazzo. Ho un vago ricordo dei contenuti di quello che scrivevo, ma ben ferma nella memoria la sensazione che provavo. Credo di aver passato mediamente più tempo fuori piuttosto che dentro casa, a scrivere. Giravo per il quartiere, interi pomeriggi, esploravo, guardavo, annusavo. Quei quaderni li ho ancora tutti, ma non li riapro. Però, ancora oggi mi capita di scrivere fuori, quando il mondo rumoreggia intorno e la pagina è una specie di piccolo centro fisso, una nave, in viaggio; e le mie parole erano il carburante per andare da qualche parte. «Mais où sont les neiges d'antan?» scriveva Francois Villon. Di tutti quei turbamenti e di quei desideri, di quei dolori e di quelle gioie, è rimasta la sensazione di viaggio in corso, e il resto è sfumato.


La cosa in sè (P-Ars 2010)

La cosa in sè (P-Ars 2010) by p-ars.com
La cosa in sè (P-Ars 2010), a photo by p-ars.com on Flickr.

Fare cose


Da ragazzo, com’era Leonardo. Che cosa sognava. Se sia stato fortunato o meno. Che abbia saputo coltivare le proprie attitudini. Che abbia avuto disillusioni, dolori. Le biografie che leggiamo sono tentativi di dare un senso alla vita. Cerchiamo tra le righe una risposta, un’illuminazione su quale sia la strada giusta da compiere, una formula magica, un atteggiamento mentale: come ha fatto Leonardo a diventare Leonardo? Bach? Fellini? Fontana? Tolstoj? Leopardi? David Foster Wallace? Dalì? E’ stata fortuna? E’ stata forza di volontà? Che cosa potrei fare io per arrivare lì, o per lo meno: che cosa potrei fare per essere felice? La mia felicità è possibile, oppure no? Sono stato dotato dalla natura delle qualità necessarie per raggiungere la mia felicità? La natura è equa, e dà a tutti gli strumenti necessari, anche se da sudare per mettere in azione, per raggiungere uno stato di soddisfazione? Basta il pensiero che la propria vita finirà in una biografia lacunosa? E’ l’immagine che abbiamo del genio, forse, ad essere errata. Non sta scritto da nessuna parte se, sul limitare della notte, questi personaggi fossero felici o meno, in cuor loro. Però, hanno fatto cose. C’è una felicità che fa del suo destino un capolavoro.



lunedì 19 agosto 2013

The Heap - work in progress

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The Heap - work in progressVideo - Obscenum mechanicum 2013Obscenum Mechanicum (2013)Obscenum Mechanicum (2013)Obscenum Mechanicum (2013)Obscenum Mechanicum (2013)

Che cosa è meglio


Che un evento passato traumatico, come ci dice la psicologia, possa influenzare così tanto il nostro presente da stabilire, in modo quasi statistico, come andrà a finire il nostro futuro, mi ha sempre lasciato pensieroso. Sarà vero, ma forse non sarà solo quello. E se è vero, dev’esserlo per ogni esperienza vissuta, che va a formare la base su cui si appoggia la nostra esperienza, e il nostro io. Oppure, potrebbe esserci una soglia di “importanza” sotto alla quale un’esperienza vissuta non è rappresentativa per indirizzare il nostro agire, più o meno consciamente, e sopra la quale diventa “trauma”, oppure “importante” se positiva, tale da farci diventare individui quali siamo. Allora che cosa posso fare per diventare quello che vorrei: trovarmi occasioni in cui io possa sperimentare esperienze “importanti”. Tolto il fatto che si possa sapere che cosa è meglio per se stessi e che cosa no, tolto il fattore ambientale che ci rende coartati oppure liberi di esprimerci, alla fin fine tutto questo si riduce ad un: voglio diventare ciò che voglio. Voglio volere quello che voglio veramente. Per questo, sdraiarmi sul lettino di uno psicologo mi spaventerebbe molto. Non dubito della sua professionalità. Ma: un uomo che “destina” un altro uomo. (Ndr: già pregusto i commenti)



domenica 18 agosto 2013

Al prossimo giro


Il corpo ci resta, per tutta la vita tranne in rari casi, sconosciuto. Possiamo leggere un trattato di anatomia, studiare a fondo i segreti della trasmissione degli stimoli nervosi, ascoltare il battito del nostro cuore, ma il funzionamento complessivo del nostro organismo resta al di fuori della nostra portata. Quando mangiamo, la fetta di torta che sparisce dentro di noi diventa energia senza che sia voluto direttamente da noi; e così per automatismi come la respirazione, oppure le piastrine del nostro sangue che vanno a riparare lesioni cutanee, e via dicendo. Sembra che il corpo sia una specie di supporto, siamo forse inconsciamente abituati a considerarlo una macchina perfetta e misteriosa che ci permette di “abitare” un po’ di materia, per fare delle cose in questo universo. Non è così. Il nostro pensare, il nostro agire, sono strettamente correlati a questa vita segreta eppure potente che il nostro corpo rende possibile ogni giorno. Seguiamo il destino del nostro corpo, più di quello che possiamo pensare. Alla fine, sarà lui che ci trascinerà nel ciclo delle cose, nella distruzione e nella rinascita. E della nostra autocoscienza se ne fa ben poco, al prossimo giro di rimescolamento della materia.



La stanchezza triste, la stanchezza felice


Considerare la stanchezza come uno stato “sbagliato”, questo è un errore. Ma un errore che ci è indotto dall’attuale sistema economico e sociale dentro al quale siamo costretti a boccheggiare. Se sei stanco, non produci, non consumi. Questo non è bene, dunque non devi essere stanco. Le ore di lavoro necessarie al proprio sostentamento, e parlo delle ore prostituite in cambio di pochi spiccioli per tirare avanti, in mansioni che nulla hanno a che vedere con la valorizzazione delle proprie qualità e la propria soddisfazione personale, sono ore non naturali, troppe, rispetto ad un bioritmo che dovrebbe girare secondo altri tempi. Le ore rubate al sonno per dedicarsi, con scarsa ed impossibile cura, alle proprie passioni sono così lacrimevoli, piene di insoddisfazione, e inducono a pensare che la propria passione non possa che restare un breve excursus in un mondo meraviglioso ma mai afferrato veramente. Ora, ciascuno di noi fa esperienza nella propria vita della stanchezza triste, e della stanchezza felice. La stanchezza triste è quella di cui si parla sopra. La stanchezza felice, a cui tutti dovremmo tendere, è un dolce abbandono dopo una giornata trascorsa a prendersi cura di sè, anche con un lavoro adeguato alle proprie qualità.