Superfici (P-Ars/Photography 2010), un set su Flickr.
domenica 25 agosto 2013
Nei dettagli
Ogni volta che mi capita qualcosa, e nello specifico qualcosa di brutto, di negativo, qualcosa che percepisco così, che comunque mi fa soffrire, a prescindere se sia un dolore meschino oppure importante, che vada a colpire una vanagloria e un capriccio oppure che mortifichi una mia reale aspirazione, non è solo la questione in sè a tormentarmi. E’ il fatto che si va ad aggiungere alla mole infinita di cose che non saprò come raccontare. Dunque: per quale ragione sento il bisogno di raccontare i mali (con tutti i se e i ma del definirli mali) all’altro. Per desiderio di essere conosciuto totalmente, forse. Man mano che passa la vita, si accumulano cose, viene meno la convinzione che si possa raccontare tutto all’altro, per sfiducia, per precedenti esperienze fallimentari simili, per mancanza di tempo, per complicarsi di connessioni tra le cose, ricordi, desideri. Allora, ci si sente più soli, si diventa più soli, alle volte ci si rifugia nella convinzione che non sia necessario dire tutto, e che si possa comunicare molto anche dicendo poco. Ma questo, se anche è vero, resta sotto la superficie, nell’istinto, nell’irrazionale. I dettagli, ecco, quelli restano per sempre preclusi. E’ nei dettagli che si annida la solitudine.
Di meglio
Quando qualcosa non va come avremmo voluto, diciamo: “meglio così, si vede che è destino”, cioè che siamo destinati ad altro. Ci piace pensare: di meglio. Questa fiducia nel destino mi è sempre sembrata sospetta. Forse pecchiamo di egocentrismo. Come se l’universo fosse funzionale a noi. Ma gli altri non sono in funzione di noi. Cambiamo punto di vista: se qualcuno ha evitato me, è perchè sta andando verso il suo destino, e sta pensando: un destino migliore dell’altro, che in questo caso sono io. Questo dà chiaramente un sapore diverso alla cosa. Dunque due possono essere le posizioni: crediamo che una sorta di Provvidenza abbia deciso incroci, successi e fallimenti, e ci indirizza verso il nostro destino, che vorremmo pensare il migliore possibile (e magari, invece, è solo il nostro, funzionale ad un piano cosmico, che non prevede gioia per noi, ma una funzione sì, a prescindere) oppure è tutto un gioco di casi, più o meno controllabili e controllati, attraverso i quali ci districhiamo. I più deboli, forse, accettano un compromesso e si fermano lungo la strada, altri rimangono fedeli ad un ideale, e sono condannati a vagare per sempre, alla ricerca. E nemmeno decidiamo se essere dei primi o dei secondi qui sopra citati.

mercoledì 21 agosto 2013
L'imbarazzo
Dell’infanzia, una delle sensazioni che ricordo in modo più nitido è l’imbarazzo. Non dico timidezza, perchè dai racconti dei miei nonni non sembra che io fossi introverso. Mio nonno mi portava in passeggino lungo corso Regina, ed io salutavo tutti quelli che incrociavamo. E se non mi salutavano a loro volta, chiedevo a mio nonno perchè non lo facessero. Quante volte mi è stato raccontato questo. Però, l’imbarazzo sì. L’imbarazzo di essere in mezzo alla gente, magari dover fare qualcosa, e già pensavo a che cosa pensavano gli altri e via dicendo in quella spirale avvolta su se stessa. L’imbarazzo in classe, alle elementari, con i miei compagni, per un’interrogazione andata male. Non ricordo bene l’occasione – forse eravamo a Villa Gualino, per Experimenta – ma una delle suore della scuola dove frequentavo le elementari aveva detto a mia madre: Andrea non farà mai niente da solo. Fa le cose solo se ci sono gli altri. E mi diceva: vecchione. Se un vecchio, che cosa tremenda mi diceva, ora che ci penso: forse perchè ero più tranquillo, più posato, perchè mi piaceva guardare, capire, leggere? Mi diceva che ero un bambino vecchio. Quale trauma mi paralizzò, e quando? Ci sono radici di cui ci si può liberare?
martedì 20 agosto 2013
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